AMBIENTI, COSTUMI, CIVILTÀ
Pio XII: la società parla
col vestito che indossa
Discorso “Di gran cuore”, ai partecipanti
al I Congresso Internazionale indetto dall’«Unione
Latina di Alta Moda», 8 novembre 1957:
(…) “La società, per così dire, parla col vestito
che indossa; col vestito rivela le segrete sue aspirazioni, e di esso si serve,
almeno in parte, per edificare o distruggere il proprio avvenire. Ma il cristiano, autore o cliente che sia, si guarderà dal
far poco caso dei pericoli e delle rovine spirituali, seminate dalle mode
immodeste, specialmente pubbliche, per quella coerenza che deve esistere tra la
dottrina professata e la condotta anche esterna. Egli ricorderà l’elevata
purezza che il Redentore esige dai suoi discepoli, anche negli sguardi e nei
pensieri; e ricorderà altresì la severità dimostrata da Dio coi
seminatori di scandali. Può essere, a proposito, richiamata dalla mente la
forte pagina del profeta Isaia, ove si vaticina l’obbrobio destinato alla città
santa di Sion per l’impudicizia delle sue figlie (Cf Is 3, 16-24); e l’altra in
cui il sommo Poeta italiano esprimeva, con parole roventi, la propria
indignazione per la inverecondia serpeggiante nella
sua città (Cf Dante, Purgatorio, 23,
94-108).
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“I sofismi più insidiosi, che sogliono
ripetersi per giustificare l’inverecondia, sembrano essere i medesimi
dappertutto. Uno di questi fa leva sull’antico detto “ab assuetis non fit
passio” [non si fa caso alle cose abituali], allo
scopo di dare per superata la sana ribellione degli onesti contro fogge troppo
ardite. Occorre forse dimostrare quanto sia fuor di
luogo l’antico detto in tale questione? Già abbiamo accennato, parlando dei
limiti assoluti da salvare nel relativismo della moda, alla infondatezza
anche di un’altra fallace opinione, secondo cui la modestia non si confà più
all’epoca contemporanea, ormai affrancata da scrupoli inutili e dannosi. Certo
si danno gradi differenti di pubblica moralità secondo
i tempi, le indoli e le condizioni di civiltà dei singoli popoli; ma questo
stato di fatto non invalida l’obbligo di tendere all’ideale della perfezione,
né è un motivo sufficiente per rinunziare alle altezze morali conseguite, le
quali si manifestano appunto nella maggiore sensibilità che le coscienze hanno
riguardo al male ed ai suoi agguati.
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“La maggiore sensibilità nell’avvertire
l’insidia del male, qui come altrove, ben lungi dal costituire un titolo di
biasimo per chi ne è fornito, quasi fosse soltanto
effetto d’interiore depravazione, è, al contrario, il contrassegno della
illibatezza d’animo e della vigilanza sulle passioni. Ma
per quanto vasta ed instabile possa essere la relatività morale della moda,
esiste sempre un assoluto da salvare, dopo avere ascoltato il monito della
coscienza, nell’avvertire il pericolo: la moda non deve mai fornire
un’occasione prossima di peccato”.
[Per approfondire l’argomento, per esempio: a) Lettera “Cum
Augustus Pontifex”, della S. C. del Concilio, ai Vescovi di tutto il mondo, 13
agosto 1954; b) “Che cos’è la moda”, Vanni Codeluppi, 2a ristampa, novembre
2003, Carocci editore, Roma, formato tascabile, 110 pagine – www.carocci.it)