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BUDAPEST 1956: la repressione sovietica e i silenzi del Pci

Notizia del 16/06/2008

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Budapest 1956: la repressione sovietica e i silenzi del Pci | Lo Zuavo Pontificio

Lo Zuavo Pontificio : Osservatorio

Budapest 1956: la repressione sovietica e i silenzi del Pci

Data: 15 Giugno 2008
Autore: AAVV
Fonte: Tempi 10 Giugno 2008

nagy.jpgLa rivolta d'Ungheria, nell'ottobre 1956, fu la prima grande frattura apertasi nel mondo comunista dopo la morte di Stalin (marzo 1953). Essa fu, infatti, la più evidente manifestazione del rigetto popolare del sistema staliniano imposto da Mosca ai paesi dell'Europa centro-orientale. In questa circostanza, Imre Nagy (nella foto), capo legittimo del governo ungherese, venne accusato dai russi d'aver perduto il controllo della situazione e legalizzato l'insurrezione; fu arrestato dalle truppe russe e rumene a Budapest, fu deportato, proditoriamente processato e impiccato dai russi nel 1958.
La reazione che la repressione sovietica della rivolta d'Ungheria provocò in Italia fu duplice: da un lato l'indignazione, dall'altro, l'élite del Pci rimase fermamente decisa nel condannare la rivolta e sostenere le ragioni dell'intervento russo.
A cinquant'anni dall'impiccagione, ecco la lettera con cui Nagy chiese (inutilmente) al compagno Togliatti, leader del Pci, di intercedere per gli insorti ungheresi...

Nel nome di Marx

«Compagno Togliatti, a Budapest ne va del futuro del socialismo». A cinquant'anni dall'impiccagione, ecco la lettera con cui Nagy chiese (inutilmente) al leader del Pci di intercedere per gli insorti ungheresi

di Imre Nagy

Il 16 giugno del 1958, al termine di un processo farsa, Imre Nagy, capo e simbolo dell'insurrezione ungherese del 1956, veniva impiccato. Con la lettera che pubblichiamo di seguito, aveva tentato di affidare la propria sorte a Palmiro Togliatti. Invano.

Al compagno Palmiro Togliatti, segretario generale del Partito Comunista Italiano, Roma

togliatti.jpgCaro compagno Togliatti, permetta che ci rivolgiamo per lettera a Lei, e per Suo tramite al Comitato Centrale del Partito Comunista Italiano, a nome mio e dei miei compagni, con cui, contro la nostra volontà e malgrado le nostre proteste, siamo stati allontanati dall'Ungheria e ci troviamo costretti a rimanere sul territorio della Repubblica popolare romena.
Nelle loro risoluzioni e dichiarazioni, nei comunicati dei loro incontri congiunti, così come negli articoli pubblicati dai loro giornali, molti governi di paesi socialisti e di democrazia popolare, molte direzioni di partiti comunisti e operai - distorcendo rozzamente le premesse indispensabili della sincera e fedele analisi marxista, della verità storica e dei fatti oggettivi - forniscono versioni talmente false e infondate degli avvenimenti ungheresi di ottobre-novembre, da poter trarre in inganno non solo i partiti fratelli e il movimento operaio internazionale, ma tutta l'opinione pubblica progressista. È chiaro che dall'interpretazione errata degli avvenimenti non possono risultare giuste e fondate né le esperienze che da essi derivano o devono derivare, le conseguenze politiche, morali, giuridiche, eccetera, né il modo di porre la questione della responsabilità. La situazione è ulteriormente peggiorata dal fatto che risoluzioni, dichiarazioni e gravi valutazioni vengono emesse senza essere precedute da un esame approfondito, seguito da un'analisi politica e scientifica, che guardi coraggiosamente in faccia la realtà, e osi trarne le conseguenze. Sebbene tali esami e analisi non siano stati ancora fatti, le conseguenze e gli insegnamenti sono stati già tratti, oppure stanno per esserlo.
Questa circostanza nasconde in sé un serio pericolo. Prima di tutto che le conseguenze e le gravi valutazioni non derivino dai fatti oggettivi, dalla verità storica, ma al contrario, che i fatti siano adattati, alterati a seconda della necessità per confermare aprioristicamente le posizioni politiche. Questo non è il metodo dell'analisi marxista-leninista, dell'accertamento della verità storica. Questa non è altro che la trasposizione del famigerato metodo farsa (leggi: stalinista, ndt) dal terreno legale-giudiziario a quello del movimento internazionale. Se ciò accadesse, il socialismo internazionale sarebbe ostacolato nel compito indispensabile di trarre gli insegnamenti giusti, veritieri e marxisti-leninisti dagli avvenimenti ungheresi.
A mio parere la rivelazione delle vere cause degli avvenimenti ungheresi, la loro fedele divulgazione storica, l'esame e l'analisi approfonditi delle forze motrici e dirigenti, dei loro programmi, inoltre la coraggiosa esposizione critica dell'attività del governo, del partito e della sua direzione, dei singoli membri e del ruolo da tutti questi svolto negli avvenimenti, è un compito di grande importanza, senza esagerazioni possiamo dire di portata storica, non solo dal punto di vista dei comunisti ungheresi, e neanche solo dei partiti fratelli, ma da quello dell'intero movimento operaio internazionale e del destino futuro del socialismo. È chiaro che tale compito non può essere affare interno dei comunisti ungheresi, tanto meno in quanto la sua esecuzione esorbita le forze del Partito operaio socialista ungherese. L'esecuzione di tale compito carico di responsabilità, secondo me, dovrebbe essere affidata ad una commissione internazionale d'inchiesta formata dai rappresentanti dei partiti fratelli. Ho proposto la formazione di tale commissione anche nella mia lettera indirizzata al compagno W. Gomulka, primo segretario del Poup. Nel caso in cui Voi la faceste vostra, oppure eventualmente suggeriste un altro modo adeguato di esaminare e analizzare gli eventi, Vi chiederei di compiere i passi iniziali in tale direzione. È decisivo, comunque, che l'esame e l'analisi avvengano presto e abbiano il risultato di rendere al più presto gli insegnamenti e le esperienze degli avvenimenti ungheresi di ottobre di pubblico dominio tra i partiti fratelli e il movimento operaio internazionale.

«Siamo perseguitati politici»
È indispensabile che al lavoro di tale commissione internazionale di partito prendiamo parte anche noi, il cosiddetto gruppo di Imre Nagy, poiché ogni esponente per così dire del gruppo si trovava in un posto dirigente nel lavoro di partito e di governo al tempo degli avvenimenti di ottobre. Ogni membro del primo Comitato Esecutivo del nuovo partito (Posu) - ad eccezione di János Kádár - è qui nel nostro gruppo.
La partecipazione del nostro gruppo ad una commissione d'inchiesta internazionale di partito ed al suo lavoro è necessaria anche perché, contestualmente alla persecuzione politica sempre più intensa e alle accuse sempre più rozze contro di noi, con il nostro trasferimento forzato in Romania siamo stati privati di ogni possibilità di espressione e di difesa contro accuse infondate. Su di noi e senza di noi si approvano risoluzioni, dichiarazioni, si compiono valutazioni gravi. Durante la nostra permanenza in Romania, il Comitato Esecutivo del Posu, a tutt'oggi, non ha intrattenuto nessun rapporto con noi, né compiuto alcun passo per chiarire o analizzare la nostra attività politica in quanto membri, assieme a János Kádár della prima direzione del partito, formatasi al tempo degli avvenimenti di ottobre, né ci ha ancora ascoltato su nessuna questione.
Tale chiarimento sull'attività politica della direzione del partito e del governo, e della responsabilità collettiva e personale che ne derivano, è necessario anche perché, in base alla concezione contro-rivoluzionaria costruita sugli avvenimenti ungheresi, molti segnali fanno pensare che - in assenza di esami e analisi confortanti, senza la possibilità di un chiarimento teorico-politico - verranno poste in atto unilateralmente ritorsioni illegali, sebbene noi non siamo traditori e controrivoluzionari, come viene ripetuto sempre più spesso, ma rivoluzionari marxisti-leninisti, militanti comunisti d'antica data.
Tutto questo, egregio compagno Togliatti, volevo portare alla Sua attenzione e a quella del Comitato Centrale del Pci, con la richiesta di contribuire al chiarimento teorico-politico degli avvenimenti ungheresi. Abbiamo fiducia nell'aiuto dei partiti fratelli. Questo è ciò che nella situazione attuale possiamo fare noi, comunisti ungheresi reclusi sul territorio della Repubblica popolare romena (40 persone in tutto con i famigliari e i bambini): privati della nostra libertà, purtroppo non abbiamo modo di fare altro.

Con saluti comunisti, Imre Nagy
Snagov, 21 gennaio 1957

(traduzione dall'originale di F. Argentieri. Pubblicata per gentile concessione del Mol, Archivio nazionale ungherese, © 2006)

 

 

Ma l'eroe della rivoluzione del '56 rimase schiacciato dalle trame del Partito


di Federigo Argentieri*
*docente di Storia moderna alla John Cabot University, Roma

budapest1956.jpgLa vicenda del processo di Nagy, di cui ricorre proprio in questi giorni il cinquantesimo anniversario, va inquadrata sullo sfondo dei complessi rapporti allora in corso tra Mosca, Belgrado e Pechino. Krusciov infatti, per rimediare alla rottura Tito-Stalin del 1948, voleva a tutti i costi riportare la Iugoslavia nel blocco sovietico, anche a costo di una frattura con la Cina, che manteneva posizioni di estrema sinistra. Quando il presidium del Pcus decise di schiacciare la rivoluzione ungherese, Krusciov intraprese un frenetico giro di consultazioni, che lo portò anche da Tito, il quale si dichiarò subito d'accordo sull'invasione e su Kádár come prossimo leader. Tito si impegnò a convincere Nagy a dimettersi, in modo da legittimare il nuovo governo, commettendo un errore di valutazione nei confronti del personaggio. È pertanto giusto dire che l'offerta d'asilo nell'ambasciata iugoslava era in un certo senso una trappola: sia perché Tito non aveva intenzione di accogliere Nagy e i suoi in Iugoslavia, sia perché l'offerta era condizionata alla firma di una resa, in assenza della quale sarebbe scaduta. Tito si trovò in una situazione molto imbarazzante: consegnando i rifugiati ai sovietici sapeva di tradire i suoi princìpi; d'altra parte, se avesse accolto Nagy in patria avrebbe creato una situazione insostenibile per il suo regime. La sua cattiva coscienza lo portò a tradire i rifugiati e al tempo stesso a sferrare attacchi ai sovietici, cosa che irritò Krusciov. Così si giunse al paradosso che Nagy e i suoi venissero accusati di titoismo quando era stato proprio Tito che li aveva consegnati al boia.
Il 22 novembre 1956, dopo diciotto giorni di permanenza nell'ambasciata iugoslava di Budapest, Imre Nagy e numerosi suoi collaboratori, assieme alle famiglie, ne furono fatti uscire con la promessa scritta che sarebbero potuti tornare alle loro case: appena fuori, però, furono tutti trasportati a forza nel quartier generale del Kgb. Da lì furono fatti proseguire in aereo per Snagov, vicino a Bucarest, in Romania, dove vennero accolti in un complesso riservato ai dirigenti di partito: furono sistemati e trattati con cura, ma fin dal primo istante fu chiaro che erano prigionieri. Le autorità comuniste romene ebbero cura di separarli in gruppi e di isolare Nagy dagli altri, per poi esercitare pressioni continue, tese a convincerli a firmare dimissioni retrodatate a prima dell'invasione sovietica, e dichiarazioni di condanna della controrivoluzione di ottobre-novembre. Dopo qualche settimana, divenne sempre più chiaro a tutti i reclusi che le strade erano due: o si faceva quello che veniva richiesto, e prima o poi si sarebbe tornati a casa, oppure si teneva duro e si andava incontro a guai seri. Tre di essi (tra cui il filosofo György Lukács) decisero di optare per la prima soluzione: scrissero lettere in cui approvavano l'intervento sovietico e poterono, chi prima chi poi, tornare a casa indisturbati. Nagy e gli altri, invece, decisero di tenere duro, guadagnandosi così l'equivalenza morale con gli eroici combattenti morti sulle barricate.

Le colpe del democratico Reichlin
Nel corso del vertice dei paesi socialisti tenutosi a Budapest dall'1 al 4 gennaio 1957, infatti, si parlò ufficialmente di tradimento di Imre Nagy: qualche giorno dopo, una delegazione del Pci, composta da Luigi Longo e Velio Spano, passò da Budapest e fu informata della novità, debitamente riferita alla direzione del partito. Il 19 gennaio, quarantott'ore prima che fosse scritta questa lettera, i primi due combattenti ungheresi per la libertà salivano al patibolo: József Dudás, un ingegnere, e János Szabó, un tranviere in pensione. Nessuno dei due, naturalmente, aveva posseduto latifondi o aveva simpatie fasciste, ma questo per la propaganda sovietica era del tutto irrilevante: l'orgia di menzogne con cui la stampa comunista di tutto il mondo (quelle francese e italiana in prima fila) reagirono alla rivoluzione ungherese resta uno degli episodi più vergognosi del secondo Dopoguerra (a questo proposito, è doveroso notare che dalla fine del 1956 direttore dell'Unità divenne l'onorevole Alfredo Reichlin, noto per non aver mai detto in cinquant'anni una parola di autocritica in merito - cosa perfettamente legittima, ovviamente - e principale estensore, l'anno scorso, del programma del Partito democratico).
È in tale contesto che Nagy, che evidentemente non leggeva l'Unità, dettò alla moglie la lettera riprodotta in queste pagine. Da essa si desume che Nagy aveva la coscienza a posto e nutriva fiducia in Togliatti. La lettera di certo non fu mai recapitata, ed è rimasta negli archivi fino alla sua pubblicazione, avvenuta due anni fa.
In seguito a una delle numerose visite di Kádár a Mosca, alla fine di marzo 1957, fu deciso che i prigionieri di Snagov sarebbero stati riportati a Budapest per essere processati. Tornati a Budapest in gran segreto e incarcerati, i dieci futuri imputati furono sottoposti a interrogatori, durante i quali si cercò di farli accusare fra di loro, ma senza esito. D'improvviso, nel giugno 1957, tutto si interruppe perché Krusciov aveva sconfitto il tentativo di colpo di Stato da parte di Molotov e degli altri stalinisti e aveva rifatto pace con Tito, il quale però continuava a non voler entrare nel Patto di Varsavia.

Tragica fine di una farsa
Nel novembre dello stesso anno, due conferenze di partiti comunisti si riunirono a Mosca per celebrare il quarantennale del 1917: Kádár ne approfittò per consultare tutti i maggiori dirigenti sulla sorte di Nagy. Fu in quell'occasione che Togliatti ripagò da par suo la fiducia in lui riposta con la lettera, dicendo a Kádár, con grande finezza e nobiltà d'animo, di aver conosciuto Nagy nel 1935 e di non averlo ritenuto una persona seria, e approvandone la condanna a morte. Solo il polacco Gomulka si oppose a questa soluzione, che ormai era quasi decisa: essendo falliti i tentativi di riportare la Iugoslavia all'ovile e volendo dare un segnale rassicurante alla Cina di Mao che cominciava ad accusarlo di tradimento, Krusciov dette il via libera alle esecuzioni. A quel punto, ogni imputato poteva scegliere se salvarsi la vita umiliandosi e accusando gli altri, oppure rischiare la forca mantenendo un contegno: tutti, per la terza volta, confermarono la seconda opzione. La farsa processuale si svolse dal 9 al 15 giugno 1958, perché Togliatti aveva pregato Kádár di tener conto delle elezioni italiane del 25 maggio. Fin da un mese prima, però, Szilágyi era già stato condannato e impiccato perché si era trasformato da condannato in accusatore e metteva a repentaglio la farsa che si stava compiendo. Nagy, Maléter e Gimes furono condannati anch'essi e giustiziati nel cortile del carcere all'alba del 16 giugno: cinquant'anni dopo, l'Ungheria libera, senza distinzione politica, li venera come eroi.

 

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