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di Plinio Corrêa de Oliveira
Con la chitarra a tracollo e il microfono in mano, “l’artista” Elvis Presley,
campione mondiale della “frenesia” che sta mettendo in delirio milioni di
persone, canta e danza tra gli strumenti dell’orchestra, dinanzi ad un pubblico
allucinato.
Nell’uomo, è l’intelligenza che deve dirigere la volontà, e ambedue devono, a
loro volta, illuminare la sensibilità, guidarla e proteggerla dalla debolezza
che le è propria. Infatti, tra le facoltà umane, tutte nobili di per sé, ma
tutte colpite dal peccato originale, quella dalla quale più frequentemente
cominciano i disordini, le crisi, le sregolatezze, è precisamente la
sensibilità.
Al contrario, nel portamento, nei gesti, nella fisionomia di questo povero
giovane, tutto indica lo scatenamento totale della sensibilità, che soggioga
interamente la volontà, dando vita a movimenti del tutto privi di equilibrio, di
buon senso, di contegno, elementi che invece, sono propri dell’azione guidata
dall’intelligenza.
E, per di più, in questo caso, non si tratta specificatamente dell’ipertrofia
della sensibilità, propria dei romantici. In questi, censurabile era l’eccessiva
emotività con la quale affrontavano determinati argomenti politici, sociali,
artistici o letterari, oppure certe situazioni personali come l’orfanità, la
vedovanza, la solitudine affettiva, ecc….
Da un certo punto di vista, l’errore del romantico consisteva nel fare del
sentimento l’apice e il fine di tutta la vita mentale.
Un errore senza dubbio, errore grave, che ha prodotto, nella storia della
cultura occidentale, conseguenze funeste. Ma un errore che, per lo meno, ancora
presupponeva una verità, cioè, che il sentimento è uno degli elementi
costitutivi del “processus” intellettuale.
Nel caso concreto invece, c’è un mero vibrare di nervi. Di nervi ammalati e
super eccitati, che vibrano senza alcuna ragione, senza alcun punto di partenza
e senza alcun obbiettivo, se non quello del piacere morboso di vibrare, la cui
frenesia richiede a sua volta vibrazioni sempre maggiori.
Sicché si giunge rapidamente a manifestazioni estreme: ritmi deliranti, gesti
disordinati, espressioni fisionomiche contorte. Insomma, un insieme di
sregolatezze tipiche di coloro che, secondo l’incisiva espressione di Dante:
“persero la luce dell’ intelletto”. In una parola, abbassando il livello di
queste considerazioni, se un ubriaco cantasse e danzasse, lo farebbe dimenandosi
proprio così. Una ubriachezza contagiosa, poiché si estende, come una nuova
“danza di San Guido”, a milioni di persone. Si tratta di una ubriachezza molto
più pericolosa di quella dell’alcool, perché esterna un disordine fondamentale
dell’anima, che non passa come gli effetti del vino.
* * *
A fianco di questa deplorevole dimostrazione di disordine interiore, in cui si
trovano tanti giovani del nostro tempo, ci offrono invece un bellissimo esempio
questi studenti cattolici tedeschi, che partecipano al Katholikentag del 1954, a
Fulda.
Si notano fisionomie che rivelano l’abitudine di concentrarsi e di studiare,
frutto di una formazione intellettuale profondamente seria, iniziata nei banchi
della scuola elementare.
Vigore fisico, che deriva da un trattamento del corpo contenuto nei giusti
limiti, senza le esagerazioni proprie dello “sportivismo” frequente tra noi. Un
portamento saldo, che esclude qualsiasi mollezza, e che ci fa vedere in questi
giovani, non soltanto dei futuri intellettuali, ma uomini disposti all’azione e
alla lotta.
L’abbigliamento tradizionale degli studenti tedeschi, corrisponde pienamente a
questa concezione della gioventù.
Da un lato è policromo, allegro, variato e pratico, come conviene ai giovani.
Dall’altro lato caratterizza, come si conviene, studenti che sanno rispettare sé
stessi nonché le cose dello spirito alle quali si dedicano.
Infine, la spada, con le sue reminiscenze medievali di combattimenti eroici,
aggiunge una nota di idealismo militante. Allo stesso tempo perpetua la
tradizione della scherma, lo sport intellettuale per eccellenza, perché è
ammirevolmente adatto a educare all’attenzione, alla solerzia, allo spirito di
iniziativa e al “panache”, mentre mette in moto tutto il corpo.
In questo clichè, tutto fa pensare alla grande verità enunciata da Claudel: “la
gioventù non fu fatta per il piacere, ma per l’eroismo”. Mentre nella prima
fotografia tutto sembra dirci che la gioventù non fu fatta per l’eroismo, ma per
il piacere. Anzi, peggio ancora, per il godimento.
(Catolicismo – Dicembre 1956)
Traduzione di Umberto Braccesi
Fonte:
www.pliniocorreadeoliveira.info
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