P. Fernando Leite, SJ
Francesco
di Fatima
Una piccola grande storia
Illustrazioni di
Roberto Dias Tavares
Luci sull’Est
Luci
sull’Est
Via Savoia, 80 – 00198 Roma
www.lucisullest.it
©
DVCK e.V. (Francoforte)
Prima
edizione: aprile/2000
Edizione fuori commercio. Distribuzione
gratuita.
Tutti i diritti riservati.
Titolo
originale dell’opera:
"Francisco de Fatima, o pastorinho de Nossa Senhora"
Traduzione
a cura di Juan Miguel Montes.
Revisione: Eugenio Ragno
Illustrazioni di Roberto Dias Tavares.
Un bambino è
nato 11
Chi era
Francesco ? 12
Pacifico e
condiscendente 13
"Beati i
pacifici" 13
Amici degli
uccellini 15
Le bellezze
del cielo 15
Angioletto
custode 17
Pastorello dei
monti 17
Il Rosario
recitato in fretta 19
Con gli angeli
del cielo 20
Con l’angelo
del Portogallo 21
L’angelo
dell’Eucarestia 22
Dio in me 24
La prima
visita della Madonna 25
Cuore
circondato da spine 27
Nel fascio di
luce 28
Un mare di
fuoco 30
Il grande
segreto 32
Abbiamo tanto
pregato e pianto 33
Gesu’ e’ per
il vostro amore 35
Condannato a
morte 37
L’apparizione
di Valinhos 38
Dio e’
contento 41
Il grande
miracolo 43
Il sacrifico
dei pastorelli 44
Dovete
recitare molti rosari 46
Il consolatore
di Gesu’ 48
Pregare solo
49
Con Gesu’
nascosto 50
Qui stiamo
bene 52
L’ultima
confessione 53
Ansia di
comunione 54
L’unione con
Gesu’ nascosto 56
Nelle braccia
della Madre celeste 57
Mori’
sorridendo 58
Francesco,
cosa darei per vederlo! 60
Francesco e
Giacinta, due dei tre pastorelli che videro la Madonna a Fatima nel 1917,
saliranno alla gloria degli altari in quest’Anno Santo 2000. Con una solenne
cerimonia, il Santo Padre li proclamerà beati, mettendo in risalto agli occhi
del mondo le loro vite esemplari. E’ più unico che raro il fatto che due
bambini di 10 e 9 anni rispettivamente, senza essere morti martiri, nel breve
periodo della loro esistenza siano talmente cresciuti nel loro amore di Dio e,
di conseguenza, abbiano praticato le virtù in modo così eminente, da essere proposti
a tutti, piccoli e adulti, come modelli da seguire.
Luci sull’Est
ha già pubblicato un libro su Giacinta scritto dal sacerdote gesuita
portoghese, Padre Fernando Leite. Il libro è stato immediatamente accolto con
grande interesse e gioia dai nostri amici e collaboratori, e le ricchieste
hanno rapidamente esaurito la prima edizione di 75.000 copie nella sola lingua
italiana. Per far fronte alle numerose richieste stiamo provvedendo a una
ristampa.
In tanti però
ci hanno fatto la domanda: E un libro su Francesco l’avete? Anche a lui aveva
pensato padre Leite, tratteggiando questo profilo biografico del veggente di
Fatima che ora sta nelle vostre mani.
I due piccoli veggenti, nella loro
innocenza e rettitudine , nella loro profonda coerenza e serietà, nella loro
austerità, nel senso del sacrificio per collaborare alla redenzione dei
peccatori, sono due modelli risplendenti, non solo per i bambini ma anche per
gli adulti. L’eroismo vissuto nella più grande semplicità ci insegna – in un
mondo affascinato da falsi idoli e chimere – che agli occhi di Dio conta prima
di tutto quella virtù disinteressata e amorosa che è la vera materia prima
della santità.
"Ha
rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili" (Lc 1, 52), sono
parole evangeliche del Magnificat che echeggiano nei nostri cuori nel momento
in cui la Santa Chiesa si dispone a glorificare i due pastorelli di Fatima.
Francesco
apparentemente è stato il veggente meno privilegiato: vedeva soltanto la
Madonna, ma non la udiva né parlava con lei. Quando Lucia chiede a Nostra
Signora se tutti e tre andranno in Cielo, la Madre di Dio rispose di sì, ma
solo nel caso di Francesco sembra mettere una condizione: "dovrà recitare
molti rosari". Probabilmente, al momento di questi grandiosi avvenimenti,
Francesco era dei tre quello che più doveva ancora purificarsi di qualche
macchia del passato.
Dalle memorie
di Suor Lucia, testo su cui si basa il racconto biografico di padre Leite,
sembra desumersi chiaramente che dal momento in cui Francesco ha capito la portata
della sua missione in terra, non ha avuto né tentennamenti né passi falsi. Con
dolce e affabile tenacia è andato incontro alla morte che gli era stata
annunciata dalla Madonna, senza mai domandarsi il perché di questa sorte. Anzi,
egli sembra tutto pervaso da un amore ardente alla sua vocazione, e in essa
cammina a grandi passi, con due soli propositi: rendersi degno del Cielo e
consolare Nostro Signore, che egli ha percepito particolarmente triste ed
afflitto per le offese degli uomini.
Non stupisce
dunque quanto sua madre asserì di lui nel momento della morte: "Prese
un’aria di sorriso e così rimase. Poi non respirò più". Francesco era
sicuro che sarebbe andato in Cielo a fare eternamente quello che più lo
motivava in questa vita: consolare Gesù.
* * *
Il giorno 11
giugno 1908, nella frazione di Fatima, comune di Vila Nova de Ourém, allora
Patriarcato di Lisbona e ora diocesi di Leiria, un altro bimbo venne a
rallegrare la famiglia di Manuel Pedro Marto e Olimpia de Jesus.
Nove giorni
dopo, il 20 giugno, la campana della rustica chiesa parrocchiale dondolava
allegramente annunciando che questo nuovo figlio, col nome di Francesco, era
nato per Dio nelle acque del battesimo.
Suo padre
Manuel Pedro Marto (1873-1957) - lo Zì Marto come affettuosamente veniva
chiamato - "godeva la fama di essere l’uomo più serio del posto...incapace
di ingannare chiunque".
La madre,
signora Olimpia, si era sposata due volte e aveva avuto due figli dal primo
matrimonio e sette dal secondo, col sig. Marto appunto. Proprio i due più
giovani di questi, Francesco e Giacinta, sono quelli che il Cielo privilegiò
con i suoi favori.
Francesco era
un ragazzo dal viso rotondo, dai tratti regolari, occhi vivaci, ben costituito,
che soffrì in tutta la sua vita di una malattia sola, quella che lo portò alla
tomba. Come gli altri giovani del villaggio, vestiva poveramente: calzoni
lunghi e giacchetta corta, in testa il tipico e allungato berretto dalla coda
conica che scendeva sulle spalle.
Sembrava avere
ereditato il carattere da suo padre: dolce, molto umile, paziente, poco
loquace, pacifico, equilibrato, detestava per natura lo schiamazzo e il rumore.
Era un figlio dei monti, dai nervi calmi, dalla immaginazione ordinata, dalla
gioia semplice e franca. Aveva un’anima meditativa. Era più portato all’ascolto
che alla conversazione, più propenso a rimanere fermo che a camminare.
Lucia così
descrive il suo cuginetto:
"Francesco
non sembrava fratello di Giacinta salvo che nei tratti del viso e nella pratica
della virtù. Non era, come lei, capriccioso e vivace ma, al contrario, era per
natura pacifico e condiscendente.
"Quando
nei nostri giochi qualcuno gli negava il diritto di aver vinto, cedeva senza
opporre resistenze, limitandosi soltanto a dire:
"Pensi di
avere vinto? Ebbene, a me ciò non importa..."
"A volte
lo prendevo per un braccio, lo costringevo a sedersi per terra o sopra un
sasso, gli ordinavo di stare fermo ed egli mi ubbidiva, come se io avessi una grande
autorità...."
A Francesco
piaceva vivere in pace con tutti, anche se ciò comportava sacrificare i suoi
diritti. Lucia racconta:
"Se uno
degli altri bambini insisteva a portargli via qualcosa, diceva:
"Lascia
stare! Che me ne importa…"
"Ricordo
che un giorno arrivò a casa mia portando un fazzoletto che raffigurava la
Madonna di Nazareth che gli avevano recentemente regalato. Me lo fece vedere
molto contento e tutti i bambini vennero ad ammirarlo. Passato di mano in mano,
in pochi istanti, il fazzoletto scomparve. Francesco lo cercò, ma inutilmente.
Poco dopo, il fazzoletto ricomparve nella tasca di un bambino. Francesco glielo
chiese, ma il bambino insistette nel dire che il fazzoletto era suo e che
glielo avevano portato da Nazareth. Allora, Francesco per finirla gli si
avvicinò e gli disse:
"Tienilo!
Che me ne importa del fazzoletto!..."
Quanto il
cuore benevolo e ben formato di Francesco amava gli uccellini!
"Non
poteva vedere che rubassero i loro nidi. - ci dice Lucia - Sbriciolava sempre
sulle pietre più alte un po’ del pane che portava per lo spuntino affinché
venissero a mangiarlo. Egli si allontanava, li chiamava come se gli uccellini
capissero e ci chiedeva a tutti di non avvicinarci per non impaurirli.
"Poverini,
siete affamati - diceva parlando con essi - venite, venite a mangiare!
Essi, con i
loro occhi vivaci, non si facevano pregare e venivano a stormi. Era la sua
grande gioia vederli volare sopra gli alberi colla pappagorgia piena e con un
cinguettare stridente che egli imitava con grande arte, facendovi coro."
Lucia,
Francesco e Giacinta si radunavano all’imbrunire, in una vecchia aia,
aspettando con ansia che le stelle, da loro chiamate candele degli angeli, e la
luna, da loro chiamata candela della Madonna, tremolassero nel firmamento. A
Giacinta piaceva di più la luna. A suo fratello il sole.
Francesco
"veniva con noi, alla vecchia aia a giocare, e là aspettavamo che la
Madonna ed i suoi angeli accendessero le loro candele. A volte le contava, ma
niente gli piaceva tanto quanto il tramonto o lo spuntare del sole. All’alba,
come si scorgeva il primo raggio, non cercava più di vedere se nel cielo c’era
ancora una candela accesa.
"Nessuna
candela è bella quanto quella di Nostro Signore", diceva a Giacinta, a cui
piaceva di più quella della Madonna perché non fa male alla vista.
Entusiasmato
seguiva con lo sguardo tutti i raggi del sole saettanti sui vetri delle case
dei vicini villaggi o sulle gocce d’acqua ferme sui rami degli alberi e
arboscelli dei monti, che brillavano come altrettante stelle, secondo lui,
mille volte più belle delle candele degli angeli". (Lucia)
Se Francesco
amava ogni creatura, riservava però le tenerezze del suo cuore agli uomini,
suoi fratelli e figli di Dio.
"C’era
una vecchietta che chiamavamo Zì Marì Carreira, che ogni tanto i figli
mandavano a custodire il gregge di capre e pecore. Queste erano poco
addomesticate ed a volte se la filavano per conto proprio. Quando la trovavamo
così afflitta, Francesco era il primo a correre in suo aiuto. La aiutavamo a
condurre il gregge al pascolo, radunando le pecore smarrite. La povera
vecchietta si scioglieva in mille ringraziamenti e lo chiamava "il mio
angioletto custode".
Con Lucia e
Giacinta, Francesco iniziò molto presto a curare il gregge dei suoi genitori.
Nell’aria pura
dei monti, il giorno passava come in una festa, come quando si gioca in modo
innocente.
Francesco,
poco amico di raduni e schiamazzi, si divertiva a suonare e cantare, mentre le
ragazzine ballavano gioiosamente o correvano e saltavano per i monti.
"Diversamente da Giacinta non manifestava la passione per il ballo; -
scrive Lucia - gli piaceva suonare il piffero, mentre gli altri danzavano.
"Quello
che lo divertiva di più, quando andavamo sui monti, era mettersi seduto sulla
roccia più alta a suonare il piffero e cantare. Se la sua sorellina scendeva
con me per qualche cosa, egli rimaneva lassù assorto nelle sue musiche e nei
suoi canti."
Cantando,
suonando, ballando e giocando trascorrevano rapidamente le ore. Gli svaghi si
susseguivano gli uni agli altri in mezzo a tanta gioia cosicché poco tempo
rimaneva loro per pregare.
"Ci
avevano raccomandato, dopo lo spuntino, di recitare il Rosario. Ma siccome il
tempo passava veloce e ci sembrava poco per i nostri giochi, inventammo una
buona maniera per finirlo brevemente: passavamo i grani della corona dicendo
soltanto: Ave Maria, Ave Maria, Ave Maria! Quando arrivavamo alla fine del
mistero, una lunga pausa e dicevamo semplicemente: Padre Nostro! E cosi, in un
battere d’occhio, avevamo già detto il Rosario!"
I tre piccoli
angioletti della terra, Lucia, Francesco e Giacinta passarono un anno in intima
convivenza con gli angeli del Cielo, preparandosi per le visite della Madre di
Dio.
Nella
primavera dell’anno 1916, mentre giocavano su un colle chiamato del Cabeço,
apparve loro un Angelo.
Sembrava
"un giovane dai 14 ai 15 anni, più bianco che fosse stato fatto di neve,
che il sole rendeva trasparente come cristallo, di una grande bellezza. Giunto
vicino a noi disse:
"Non
abbiate paura. Sono l’Angelo della Pace. Pregate con me."
"E
inginocchiato a terra, curvò la fronte fino al suolo, e ci fece ripetere tre
volte queste parole:
"Dio Mio!
Credo, adoro, spero e vi amo. Vi chiedo perdono per coloro che non credono, non
adorano, non sperano e non vi amano".
"Dopo si
alzò e disse:
"Pregate
cosi. I Cuori di Gesù e di Maria sono attenti alla voce delle vostre
suppliche". E scomparve.
"L’atmosfera
soprannaturale che ci avvolse era tanto intensa che quasi non ce ne rendemmo
conto, per molto tempo restammo nella posizione in cui ci aveva lasciato a
ripetere sempre la stessa preghiera. Da allora passavamo molto tempo
ripetendola, prostrati, fino a crollare a volte dalla stanchezza.
La seconda
apparizione dell’Angelo ebbe luogo in un posto diverso dalla prima, vicino al
pozzo della casa dei genitori di Lucia. In una giornata d’estate dello stesso
anno 1916, mentre i tre pastorelli stavano là a giocare videro nuovamente lo
stesso Angelo che disse loro:
"Che
fate? Pregate! Pregate molto! I Cuori santissimi di Gesù e di Maria hanno su di
voi disegni di misericordia. Offrite costantemente all’Altissimo preghiere e
sacrifici."
"Come
dobbiamo fare a sacrificarci?", chiesi.
"In tutti
i modi possibili, offrite a Dio un sacrificio in atto di riparazione per i
peccati con cui è offeso e di supplica per la conversione dei peccatori.
Attirate così sulla vostra patria la pace. Io sono il suo angelo custode,
l’Angelo del Portogallo. Soprattutto accettate e sopportate con sottomissione
la sofferenza che il Signore vi manderà...."
"Queste
parole dell’Angelo si incisero nei nostri cuori, con una luce che ci faceva
comprendere chi era Dio, come ci amava e voleva essere amato; il valore del
sacrificio e quanto Gli era gradevole; il fatto che per mezzo del sacrificio si
convertivano i peccatori. Perciò, da quel momento, cominciammo ad offrire al
Signore tutto quello che ci mortificava."
Nell’autunno
1916, i tre pastorelli si trovavano sul colle del Cabeço, ripetendo a memoria
con i volti a terra la preghiera che l’Angelo aveva insegnato loro nella prima
apparizione. Tutto d’un tratto videro brillare sopra le loro teste un grande
bagliore.
"Ci
alzammo per vedere cosa succedeva, e vedemmo l’Angelo con un calice nella mano
sinistra e sospesa su di esso un’Ostia, dalla quale cadevano nel calice alcune
gocce di sangue. Lasciando il calice e l’Ostia sospesi in aria, si prostrò a
terra vicino a noi e ci fece ripetere tre volte la preghiera:
"Trinità
santissima, Padre, Figliolo e Spirito Santo, vi adoro profondamente e vi offro
il preziosissimo Corpo, Sangue, Anima e Divinità di Gesù Cristo, presente in
tutti i tabernacoli della terra, in riparazione degli oltraggi, dei sacrilegi e
della indifferenza con cui è offeso. E per i meriti infiniti del suo santissimo
Cuore e del Cuore Immacolato di Maria, Vi chiedo la conversione dei poveri
peccatori".
"Poi
sollevandosi prese di nuovo in mano il calice e l’Ostia, diede l’Ostia a me, e
quel che conteneva il calice lo diede da bere a Giacinta e Francesco, dicendo
nello stesso tempo:
"Prendete
e bevete il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo, orribilmente oltraggiato dagli
uomini ingrati. Riparate i loro delitti e consolate il vostro Dio".
"Di nuovo
si prostrò a terra e ripeté con noi altre tre volte la stessa preghiera:
"Trinità santissima ecc." E scomparve."
Francesco, che
non sentiva parlare l’Angelo‚ né sentirá in futuro parlare alla Madonna,
domandò a Lucia:
"L’Angelo
diede a te la Sacra Comunione; ma a me e a Giacinta cosa ci ha dato?"
"E’ stata
pure la Sacra Comunione, rispose Giacinta con felicità indicibile. Non hai
visto il sangue cadere dall’Ostia?"
"Ho
sentito Dio essere in me, ma non sapevo come fosse!", rispose Francesco.
"E
prostrandosi a terra rimase un lungo tempo con sua sorella a ripetere la
preghiera dell’Angelo: "Trinità santissima ecc.".
Fra tutte le
apparizioni con cui il Cielo lo favorì certamente fu questa che esercitò il più
grande influsso sulla buon’anima di Francesco. Le parole dell’Angelo chiedendo
consolazioni per Dio, triste a causa di tanti oltraggi e peccati, colpirono
vivamente il suo cuore sensibile. Da allora il suo ideale sarà quello di
consolare il Signore. Mentre Giacinta diventava apostolo dei peccatori,
Francesco volle essere il consolatore di Gesù."
Il giorno 13
maggio 1917, era Domenica, i tre pastorelli giocavano alla Cova da Iria. A
mezzogiorno videro un lampo. Temendo che incominciasse a tuonare, scesero il
pendio e contemplarono su un elce "una Signora tutta vestita di bianco,
più splendente del sole. (...)" Allora – scrive Lucia – Ella ci disse:
" Non
abbiate paura. Non vi faccio del male".
"Di dove
è Vostra Signoria?" le domandai.
"Sono del
Cielo".
"E cosa
vuole da me Vostra Signoria?"
"Sono
venuta a chiedervi di venire qui per sei mesi consecutivi, il giorno 13 di ogni
mese, a questa stessa ora. Poi vi dirò chi sono e che cosa voglio."
"E
anch’io vado in Cielo?"
"Sì, ci
vai".
"E anche
Giacinta?"
"Anche
lei."
"E
Francesco?"
"Anche
lui, ma deve recitare molti rosari...Volete offrirvi a Dio per sopportare tutte
le sofferenze che vorrà inviarvi, come atto di riparazione per i peccati con
cui è offeso e di supplica per la conversione dei peccatori?"
"Sì lo
vogliamo".
"Andate,
dunque; avrete molto da soffrire, ma la grazia di Dio sarà il vostro
conforto".
"Allora,
per un impulso intimo anch’esso comunicatoci, cademmo in ginocchio e ripetemmo
interiormente: "O Santissima Trinità vi adoro. Mio Dio, mio Dio, vi amo
nel santissimo Sacramento." La Madonna aggiunse: "Recitate il rosario
tutti i giorni per ottenere la pace per il mondo e la fine della guerra".
"Poi –
descrive Suor Lucia – cominciò a elevarsi serenamente, salendo verso
oriente."
Il giorno 13
giugno la Bianca Signora disse:
"Voglio
che veniate qui il giorno 13 del mese prossimo, che diciate il vostro rosario
tutti i giorni e che impariate a leggere. Poi vi dirò cosa voglio".
Quando Lucia
chiede di essere tutti portati in Cielo, la Signora risponde:
"Sì,
Giacinta e Francesco tra poco, ma tu resti qui ancora qualche tempo. Gesù vuole
servirsi di te per farmi conoscere e amare. Vuole stabilire nel mondo la
devozione al Mio Cuore Immacolato. A chi l’abbraccia, prometto la salvezza; e
queste anime saranno amate da Dio come fiori posti da me ad adornare il suo
trono".
" Rimango
qui sola?" domandai con pena.
"No,
figlia. Tu soffri molto, vero? Non scoraggiarti. Non ti lascerò mai. Il mio
Cuore Immacolato sarà il tuo rifugio e la via che ti condurrà a Dio".
"Nel
momento in cui disse queste ultime parole - racconta suor Lucia - la Madonna
aprì le mani e ci fece partecipi per la seconda volta di quella immensa luce.
In essa ci vedevamo come sommersi in Dio. Giacinta e Francesco sembravano
essere nella parte di quella luce che si elevava verso il cielo e io in quella
che si diffondeva sulla terra. Di fronte alla palma della mano destra della
Madonna stava un cuore circondato da spine, che parevano conficcate in esso.
Comprendemmo che era il Cuore Immacolato di Maria, oltraggiato dai peccati
dell’umanità, che voleva riparazione".
Nella seconda
apparizione inizia a manifestarsi la grande rivelazione di Fatima, il Cuore di
Maria, che si mostra circondato da spine - simbolo delle offese con cui viene
oltraggiato dalla ingratitudine degli uomini - e che viene a chiedere
riparazione per le offese ricevute.
Francesco,
molto colpito con quanto aveva visto, domanda alle compagne di gioco:
"Perché‚
Nostra Signora era con il cuore in mano, spargendo sul mondo questa cosi grande
luce che è Dio? Tu, Lucia, eri con Nostra Signora nella luce che scendeva sulla
terra; Giacinta ed io eravamo in quella che saliva in Cielo."
"Vuol
dire - rispose Lucia - che tu e Giacinta andrete fra poco in Cielo ed io
rimango col Cuore Immacolato di Maria ancora in terra."
Non si
ingannava. Nel fascio di luce che saliva in alto c’erano i due pastorelli più
piccoli, che di li a poco sarebbero andati in Cielo. In quel fascio di luce che
si diffondeva sul mondo c’era Lucia, la cui missione sulla terra era quella di
contribuire a consolidare e propagandare il culto all’Immacolato Cuore di
Maria.
Il 13 luglio
la Madonna disse ai veggenti che si trovavano con tre o quattro mila persone
attorno:
"Voglio
che veniate qui il giorno 13 del mese prossimo, che continuiate a recitare
tutti i giorni il rosario in onore della Madonna del Rosario per ottenere la
pace per il mondo e la fine della guerra, perché soltanto Lei ve la potrà fare
meritare."
"Vorrei
chiederLe di dirci chi è e di fare un miracolo in modo che tutti credano che
Vostra Signoria ci appare".
"Continuate
a venire qui tutti i mesi. In ottobre dirò chi sono, che cosa voglio, e farò un
miracolo che tutti vedranno per poter credere".
Poco dopo
aggiunse:
"Sacrificatevi
per i peccatori e dite molte volte e in modo speciale quando fate qualche sacrificio:
"O Gesù, è per amor vostro, per la conversione dei peccatori e in
riparazione dei peccati commessi contro il Cuore Immacolato di Maria".
La Signora
aprì le mani dalle quali uscì un fascio di luce che parve penetrare la terra.
Davanti agli occhi atterriti dei pastorelli si distese un immenso mare di fuoco
in cui videro immersi i demoni sotto forme orrende e ributtanti, e le anime dei
dannati in forma umana, ondeggiando nell’aria, in un turbine di fiamme e di
fumo, tra grida e gemiti di dolore e disperazione.
"Spaventati
levammo gli occhi alla Madonna come per chiedere aiuto ed Ella con bontà e
tristezza ci disse:
"Avete
visto l’inferno, dove vanno le anime dei poveri peccatori".
E in seguito
insegna loro questa umile supplica da inserire fra i misteri del rosario:
"O Gesù
mio, perdonateci, liberateci dal fuoco dell’inferno, portate in Cielo tutte le
anime, specialmente quelle più bisognose".
Il mezzo
speciale offerto dal Signore ai nostri tempi per ottenere le sue grazie ed
evitare i suoi castighi è la devozione al Cuore Immacolato di Maria. Per questo
la Madonna, dopo l’orrenda visione dell’inferno, affermò:
"Per
salvare le anime, Dio vuole stabilire nel mondo la devozione al mio Cuore
Immacolato. Se farete quello che vi dirò, molte anime si salveranno e avranno
pace. La guerra sta per finire, ma se non smetteranno di offendere Dio (...) ne
comincerà un’altra peggiore. Quando vedrete una notte illuminata da una luce
sconosciuta, sappiate che è il grande segnale che Dio vi manda per avvisarvi
del fatto che si appresta a punire il mondo per i suoi delitti e per la
persecuzione alla Chiesa e al Santo Padre, con la guerra e la fame.
"Per
impedire tutto questo, verrò a chiedere la consacrazione della Russia al mio
Cuore Immacolato e la comunione riparatrice nei primi sabati del mese. Se si
ascolteranno le mie richieste, la Russia si convertirà e si avrà la pace;
diversamente, diffonderà i suoi errori nel mondo, promuovendo guerre e
persecuzioni alla Chiesa. I buoni saranno martirizzati, il Santo Padre dovrà
soffrire molto, diverse nazioni saranno annientate, infine, il mio Cuore
Immacolato trionferà. Il Santo padre mi consacrerà la Russia, che si
convertirà, e sarà concesso al mondo un periodo di pace. In Portogallo si
conserverà il dogma della fede, ecc. Questo non ditelo a nessuno. A Francesco
sì, potete dirlo."
In queste
parole sono comprese le due prime parti del segreto già note:
1) Castighi
per i peccati: in questo mondo, guerra, fame, errori diffusi dalla Russia con
guerre e persecuzioni alla Chiesa, sofferenze del Santo Padre; nell’altro
mondo, l’inferno.
2) Rimedio per
evitare questi mali: la riparazione al Cuore Immacolato di Maria e la
consacrazione della Russia al suo Cuore Immacolato. Solo a Francesco, che
vedeva ma non sentiva, si potevano raccontare queste cose. Per gli altri
dovevano trascorrere lunghi anni di segreto.
Nel 1917 il
Portogallo, dominato dai governi massonici, viveva tempi di atroce persecuzione
religiosa. Artur de Oliveira Santos, prefetto onnipotente di Vila Nova de
Ourém, decise di soffocare energicamente quel movimento religioso, considerato
reazionario, che, a parere suo, metteva a repentaglio la libertà democratica.
Convocò i
veggenti, accompagnati dai genitori, l’11 agosto a Vila Nova de Ourém. Lucia ci
andò assieme a suo padre, ma il signor Marto non portò i figli, Francesco e
Giacinta, essendo ancora troppo piccoli.
"Quando
tornai alla sera, corsi subito alla loro casa e li trovai inginocchiati, chini
sul bordo del pozzo, con le testoline fra le mani, che piangevano. Non appena
mi videro rimasero sorpresi.
" Sei tu?
Tua sorella (Maria dos Anjos) è venuta a prendere l’acqua e ci ha detto che ti
avevano ucciso. Abbiamo tanto pregato e pianto per te."
Lucia racconta
che particolarmente Francesco "passò la giornata pregando e piangendo, in
una afflizione forse maggiore della mia".
Che profonda e
sincera amicizia legava i cuori puri di quei tre fanciulli!
Nella mattina
del 13 agosto, il prefetto Artur de Oliveira Santos prese i piccoli veggenti,
li portò via con l’inganno, li tenne agli arresti per ben tre giorni, un po’ a
casa sua e un po’ nel carcere municipale.
"Quello
che più faceva soffrire Giacinta era l’abbandono dei genitori. Con le lacrime
che gli scorrevano sulla faccia, diceva:
"Né i
tuoi né i miei genitori sono venuti a vederci. A loro non importa più di
noi!"
"Non
piangere, le disse Francesco, offriamo questo a Gesù per i peccatori."
"E
alzando le mani e gli occhi al Cielo, egli fece l’offerta:
"Oh Gesù
mio, è per il vostro amore e per la conversione dei peccatori."
E Giacinta
aggiunse:
"E anche
per il Santo Padre e in riparazione dei peccati commessi contro il Cuore
Immacolato di Maria."
Quello che a
Francesco più rattristava era la preoccupazione che la Madonna non apparisse
più. "Manifestava una grande pena, e diceva quasi piangente:
"E’
probabile che la Madonna ci sia rimasta male perché non siamo andati alla Cova
da Iria, e che non torni ad apparirci. Ed a me piaceva tanto vederla!"
Quando
Giacinta, seduta su una sedia, piangeva con rimpianto la madre e la famiglia,
egli cercava di animarla dicendole:
"Se non
torniamo a vedere la mamma, pazienza! Offriamo questo per la conversione dei
peccatori! Il peggio è se la Madonna non torna più! Questo per me è più duro!
Ma anche questo lo offro per i peccatori."
Il prefetto
non risparmiò sforzi per strappare il segreto ai pastorelli. Cominciò con il
regalare loro dei bei vestiti e far loro le più lusinghiere promesse. Poiché i
bambini non cedevano, fece ricorso alle minacce. Inscenò una commedia o
piuttosto una tragedia. Ordinò a una guardia di allestire un pentolone di olio
bollente per friggerli nel caso in cui non volessero rivelare il segreto.
Dopo una pausa
compare la guardia che con voce minacciosa gridò a Giacinta:
"O dite
il segreto o morirete!"
La piccola
rispose negativamente e la guardia la trascinò fuori con sé.
"E’
andata via subito, senza congedarci da noi. Mentre la interrogavano, Francesco
mi diceva con immensa pace e gioia:
"Se ci
uccidono, in poco tempo siamo in Cielo! Che bello! A me non importa
niente."
"Passato
un attimo di silenzio, aggiunse:
"Voglia
Dio che Giacinta non abbia paura. Reciterò un’Ave Maria per Lei".
Si tolse il
cappello e pregò. La guardia al vederlo in atteggiamento di preghiera gli
domandò:
"Cosa
fate?"
"Sto
recitando un’Ave Maria perché Giacinta non abbia paura."
La guardia
fece un gesto di disprezzo ma non lo interruppe.
Siccome
Francesco e Lucia risposero con lo stesso eroico coraggio, entrambi vennero
condannati a morte e portati via al loro destino.
Dopo tre
giorni di infruttuosi tentativi e insidie, il prefetto restituì i tre piccoli
veggenti di Fatima il 15 agosto, festa della Assunzione della Madonna.
La domenica 15
agosto, Lucia, Francesco e un suo fratello Giovanni si recarono a custodire il
gregge in un luogo di nome Valinhos. I due veggenti ebbero il presentimento che
la Madonna sarebbe loro apparsa. "Rammaricati che Giacinta non potesse
vederla, chiesero a Giovanni di andarla a chiamare. Siccome non voleva andarci,
gli offrirono due monetine e Giovanni si mise subito a correre.
"Francesco
si mostrava preoccupato che la sorella non ci fosse.
"Peccato,
-diceva- se Giacinta non arriva in tempo!
"E disse
al fratello di fare in fretta.
"Dille
che corra!"
"Dopo che
il fratello era partito, mi diceva:
"Se
Giacinta non viene in tempo, ci rimarrà molto male."
Poco dopo
l’arrivo di Giacinta apparve la Madonna che disse:
"Voglio
che continuiate ad andare alla Cova da Iria il giorno 13 e che continuiate a
recitare il rosario tutti i giorni. L’ultimo mese farò il miracolo perché tutti
credano".
"Vostra
Signoria, che cosa vuole che si faccia con il denaro che il popolo lascia alla
Cova da Iria?"
"Fate due
portantine: una la porti tu con Giacinta e altre due bambine vestite di bianco,
e l’altra la porti Francesco con altri tre bambini. Il denaro delle portantine
è per la festa della Madonna del Rosario, e quello che avanza serve per un
cappella che devono far fare".
"E,
assumendo un aspetto più triste, aggiunse la Madonna:
"Pregate,
pregate molto e fate sacrifici per i peccatori, perché molte anime vanno
all’inferno, perché non vi è chi si sacrifichi e preghi per loro."
Le richieste
della celeste apparizione furono esaudite: la festa della Madonna del Rosario
si realizzò a luglio del 1918 e la cappella della Cova da Iria si iniziò a
costruire il giorno 6 agosto dello stesso anno.
Il 13
settembre i pastorelli tornarono alla Cova da Iria, circondati da più di
venticinquemila persone che li assediavano con richieste da tutte le parti.
La Madonna,
dopo aver posato i piedi sull’elce, disse:
"Continuate
a recitare il rosario per ottenere la fine della guerra. In ottobre verranno
anche Nostro Signore, la Madonna Addolorata e quella del Carmelo, San Giuseppe
con Gesù Bambino, per benedire il mondo. Dio è contento dei vostri sacrifici,
ma non vuole che dormiate con il cordiglio, portatelo soltanto di giorno."
"Mi hanno
chiesto di chiederVi molte cose: guarigioni di alcuni malati, di un
sordomuto..."
"Sì, ne
guarirò alcuni, altri no. In ottobre farò il miracolo perché tutti
credano."
"E
cominciando ad elevarsi, scomparve come le altre volte."
Le parole proferite
dalla Madonna nell’apparizione di agosto, con un viso molto triste, colpirono
profondamente i tre veggenti: "Pregate, pregate molto e fate sacrifici per
i peccatori, perché molte anime vanno all’inferno, perché non vi è chi si
sacrifichi e preghi per loro". Siccome già avevano visto con i loro occhi
gli orrori dell’inferno, pregavano e facevano tutti i sacrifici possibili per
liberare le anime da un così spaventoso tormento. Uno dei sacrifici più
dolorosi era quello del cordiglio che ognuno portava legato alla vita. La
Madonna, in nome di Dio, ordina loro con materna sollecitudine di toglierlo
durante la notte per poter così riposare meglio.
Francesco,
prima di morire, consegnò il cordiglio, che aveva sempre portato, a Lucia,
dicendole:
"
Prendilo e portalo via, prima che mamma lo veda."
Il 13 ottobre
i pastorelli arrivarono alla Cova da Iria sotto una pioggia torrenziale e
attorniati da una folla di 70 mila persone. Ecco le richieste fatte in
quest’ultima apparizione della Madonna a colloquio con Lucia.
"Voglio
dirti che facciano in questo luogo una cappella in mio onore, che sono la
Regina del Rosario, di continuare sempre a recitare il rosario tutti i giorni.
La guerra sta per finire e i militari ritorneranno presto alle loro case."
"Io avevo
molte cose da chiederle. Se guariva alcuni malati e se convertiva alcuni
peccatori, ecc."
"Alcuni
sì, altri no. Bisogna che si emendino, che chiedano perdono dei loro
peccati".
"E
assumendo un aspetto più triste:
"Non
offendano più Dio nostro Signore, che è già molto offeso".
"Quindi,
aprendo le mani, la Madonna le fece riflettere sul sole e, mentre si elevava,
il riflesso della sua luce continuava a proiettarsi sul sole."
Si ebbe allora
il miracolo del sole, promesso tre mesi prima, come prova della verità delle
apparizioni a Fatima. Smette di piovere e il sole per ben tre volte gira su
stesso, lanciando ovunque fasci di luce di colori vari. Ad un tratto sembra
staccarsi dal firmamento e precipitare sulla folla. Dopo dieci minuti di
prodigio, il sole torna allo stato normale. Nel frattempo i pastorelli venivano
privilegiati con altre apparizioni.
"Scomparsa
la Madonna nell’immensità del firmamento, vedemmo, accanto al sole, San
Giuseppe con Gesù Bambino e la Madonna vestita di bianco con un manto azzurro.
S. Giuseppe col Bambino sembravano benedire il mondo, facendo gesti con la mano
in forma di croce. Poco dopo, svanita questa apparizione, vidi Nostro Signore e
Nostra Signora, che mi dava l’impressione di essere l’Addolorata. Nostro
Signore sembrava benedire il mondo allo stesso modo di S. Giuseppe. Anche
questa apparizione svanì e mi sembrò di vedere ancora la Madonna che somigliava
molto alla Madonna del Carmine."
L’Angelo e la
Madonna chiesero ai veggenti dei sacrifici "in atto di riparazione per i
peccati con cui Dio viene offeso e per la conversione dei peccatori."
I piccoli
risposero con eroica generosità a questi appelli. Non mangiavano la merenda,
che era il loro pasto del mezzogiorno. La distribuivano alle pecore e anche ai
poverelli. Non toccavano né l’uva né i fichi appetitosi. "Avevamo per
abitudine offrire a Dio ogni tanto il sacrificio di passare nove giorni o un
mese senza bere. Una volta abbiamo fatto questo sacrifico in pieno mese di agosto,
quando il caldo ci soffocava." Portavano alla cintura un cordiglio e si
frustavano le gambe con ortiche. Lasciarono i divertimenti mondani, come i
balli. Passavano ore e ore prostrati col volto sulla terra a ripetere la
preghiera dell’Angelo.
Ancora più
duri furono i sacrifici inviati loro da Dio, così come l’Angelo aveva
preannunciato: "Accettate e sopportate con sottomissione la sofferenza che
il Signore vi manderà." E la Madonna aveva avvertito loro: "Avrete
molto da soffrire".
Queste
sofferenze furono gli scherni, le burle, i castighi, la prigionia, la
persecuzione, e, dopo, le lunghe malattie di Giacinta e Francesco.
Francesco si
ammalò nell’ottobre del 1918. Dopo qualche miglioramento, ebbe una ricaduta
alla vigilia di Natale, non si riprese più fino alla morte avvenuta il 4 aprile
1919.
Nella prima
apparizione del 13 maggio, la Madonna promise di portare in Cielo Lucia e
Giacinta. Francesco, invece, per ottenere la stessa grazia "doveva
recitare molti rosari".
"Egli
manifestava la sua gioia per la promessa di andare in Cielo, incrociando felice
le mani sul petto e dicendo:
"Oh
Madonna mia, di rosari ne dirò quanti ne vorrete!"
"E da
allora prese l’abitudine di allontanarsi da noi, come per una passeggiata. Se lo
chiamavo per domandargli cosa stava facendo, egli alzava il braccio e mi faceva
vedere la corona. Se gli dicevo di venire a giocare con noi e lasciare la
preghiera per dopo, rispondeva:
"Anche
dopo pregherò. Non ti ricordi che la Madonna ha detto che dovevo recitare molti
rosari?"
Nonostante
avesse detto molte volte il rosario mentre custodiva il gregge sui monti,
rientrato a casa alla sera la sua prima preoccupazione era che la famiglia non
andasse a dormire prima di avere reso questo omaggio alla Vergine Santissima.
Quando la madre si lamentava di non averlo potuto fare per le troppi faccende
da sbrigare, le ricordava che poteva farlo mentre camminava per la strada.
Durante la
malattia, quando Lucia andava a trovarlo, le chiedeva di recitare insieme il
rosario perché faticava ormai a dirlo da solo.
Le parole
dell’Angelo nella sua terza apparizione: "Consolate il vostro Dio"
colpirono profondamente Francesco. "Mentre Giacinta sembrava preoccupata
da un unico pensiero: convertire i peccatori e liberare le anime dall’inferno;
Francesco sembrava preso soltanto dal voler consolare Nostro Signore e Nostra
Signora, che gli erano sembrati molto rattristati." Pervaso da un
sentimento di presenza di Dio, percepito nella luce che la Vergine Maria
partecipò ai veggenti nella prima e seconda apparizione, diceva:
"Come è
Dio! Questo veramente non lo potremmo mai dire! Peccato che Egli sia così
triste. Se io lo potessi consolare!"
Altre volte
esclamava:
"Voglio
tanto bene a Dio! Ma Egli è così triste a causa di tanti peccati! Noi non
dobbiamo mai farne."
Quando lo
interrompevano nelle sue lunghe preghiere domandogli cosa faceva, rispondeva:
"Sto
pensando a Nostro Signore che è così triste per i molti peccati...Oh se fossi
in grado di accontentarlo!"
Durante la
malattia confiderà a Lucia:
"Nostro
Signore è ancora triste? Temo che lo sia ancora. Io Gli offro quanti sacrifici
posso."
Quando gli
domandavano se soffriva molto, confessava:
"Sto
molto male, ma soffro per consolare Nostro Signore."
Poco prima
della morte affermò:
"Mi manca
poco per andare in Cielo. Là vado a consolare molto Nostro Signore e Nostra
Signora!"
Francesco – ci
commenta Lucia – era di poche parole, e per fare la sua preghiera e offrire i
suoi sacrifici, si nascondeva anche da me e da Giacinta. Non di rado andavamo a
cercarlo dietro un muretto o delle piante dove, alla chetichella, era fuggito
per mettersi in ginocchio a pregare o a pensare – come diceva – a Nostro
Signore che era triste a causa di tanti peccati. Se gli domandavo:
"Francesco,
perché non mi hai avvertito per pregare con te assieme a Giacinta?
"Mi piace
di più pregare da solo – rispondeva - per pensare e consolare Nostro Signore
che è così triste."
Una volta il
piccolo si ritirò a pregare. Al tramonto Lucia e Giacinta andarono a cercarlo
ma non lo trovarono. Lo chiamarono ma nessuno rispose. Finalmente lo scoprirono
prostrato in terra dietro a un muretto fatto di pietre. Sua cugina da prima gli
toccò una spalla, dopo lo scuotete e gli domandò:
"Cosa
stai facendo?"
Come
svegliandosi da un sonno profondo Francesco rispose:
"Ho
cominciato a dire le preghiere dell’Angelo e dopo mi sono messo a
pensare".
"Allora
non hai sentito che Giacinta ti chiamava?"
"No, non
ho udito nulla."
Immerso in
estatica contemplazione, si teneva lontano dalle cose terrene.
Gesù
nascosto", era l’espressione deliziosa con cui i pastorelli designavano il
Santissimo Sacramento dell’Eucarestia. A Francesco piaceva rimanere per intere
ore, dimenticato, presso il tabernacolo, in teneri e compassati colloqui con
Nostro Signore. Quando con Lucia si recava alla scuola, le raccomandava:
“Senti, tu vai
a scuola, io rimango qui in chiesa presso Gesù nascosto. Non vale la pena
imparare a leggere perché fra poco vado in Cielo. Quando torni, vieni qui a
prendermi."
E al ritorno,
sua cugina lo trovava in raccolta e devota preghiera.
"Un
giorno uscendo da casa per andare a scuola notai che Francesco camminava molto
piano.
"Che cosa
hai? - gli domandai - Sembra che non puoi camminare!"
"Mi fa
molto male la testa e mi pare di cadere per terra."
"Allora
non venire. Rimani a casa."
"No,
voglio andare in chiesa, rimanere con Gesù nascosto, mentre tu vai a
scuola."
"Dopo che
si ammalò, quando passavo da casa sua per andare a scuola, mi diceva:
"Senti,
vai in chiesa e porgi i miei saluti a Gesù nascosto. Ciò che mi rattrista di
più è non poterci andare e stare un po’ di tempo con Gesù nascosto."
Nell’anno e
mezzo di malattia vennero a visitarlo bambini e adulti.
"Davanti
alle persone grandi che lo visitavano si manteneva in silenzio e rispondeva con
poche parole a quel che gli domandavano. Coloro che gli facevano visita, sia
del posto che di fuori, si sedevano accanto al letto, a volte per lungo tempo,
e dicevano:
" Non so
che cosa ha Francesco! Noi qui stiamo bene."
"Alcune
vicine di casa commentavano un giorno con mia zia e mia madre, dopo avere fatto
compagnia a Francesco per un certo tempo:
" E’ un
mistero che non si capisce bene. Sono fanciulli come gli altri, non ci dicono
nulla, ma presso di loro si sente un qualcosa di diverso che non si sente con
gli altri."
"Entrando
nella camera di Francesco, si sente ciò che sentiamo entrando in una
chiesa", diceva una donna, vicina di mia zia, di nome Romana, e che non
credeva nei fatti di Fatima."
Le visite che
il piccolo malato di più apprezzava erano quelle di sua sorella e di sua
cugina, con le quali poteva aprire il cuore ed espandere i sentimenti più
intimi della sua anima."
L’antivigilia
della morte, all’alba Francesco chiese di chiamare Lucia e le disse:
"Voglio
confessarmi e comunicarmi prima di morire. Voglio che mi diciate se mi avete
visto fare un peccato e che chiediate a Giacinta se mi ha visto farne
qualcuno."
"Qualche
volta hai disubbidito tua madre - gli risposi - quando ti diceva di rimanere a
casa e tu correvi presso di me per nasconderti."
"E’ vero.
Adesso vai a chiedere a Giacinta se si ricorda di qualcos’altro,
"Ci andai
e Giacinta, dopo aver pensato un po’, mi rispose:
"Senti,
digli che prima che ci apparisse la Madonna rubò una monetina a papà per
comprare un organetto a José‚ Marto, di Casa Velha; e che quando i ragazzi di
Aljustrel lanciarono sassi a quelli di Boleiros, egli ne lanciò qualcuno.
"Quando
gli diedi questo messaggio della sorella, mi disse:
"Quelli
li ho già confessati, ma li confesserò nuovamente. E’ a causa di questi peccati
che ho commesso che Nostro Signore è così triste! Ma io, anche se non dovessi
morire, non li farò mai più. Ne sono pentito."
"E
giungendo le mani, recitò la preghiera:
"Gesù
mio, perdonateci, liberateci dal fuoco dell’inferno, portate in Cielo tutte le
anime, specialmente quelle più bisognose".
Dopo aver
aiutato suo cugino a prepararsi per la Confessione, Lucia si congedò
dicendogli:
"Adesso
vado a Messa e pregherò per te Gesù Nascosto."
"Senti,
chiedi al signor priore di darmi la Santa Comunione"
"Certo."
Francesco, che
non aveva ricevuto la Comunione che dalle mani dell’Angelo, temeva che non gli
fosse permesso ricevere Nostro Signore.
"Quando
tornai dalla chiesa - prosegue Lucia - Giacinta si era già alzata ed era seduta
sul letto di Francesco. Questi, non appena mi vide, mi domandò:
"Hai
chiesto a Gesù nascosto che il signor priore mi dia la Santa Comunione?"
"Ho
chiesto."
"Li
lasciai insieme e me ne andai alle mie occupazioni quotidiane di lavoro e di
scuola. Alla sera, quando tornai, lo vidi raggiante di gioia. Si era confessato
e il signor priore gli aveva promesso di portargli la Comunione
all’indomani."
Con quanta
trepidazione Francesco aspettò il felice momento in cui il suo cuore si sarebbe
unito a Gesù Nascosto! Per riceverlo con la più grande riverenza non volle
prendere nulla dopo la mezzanotte; il che, anche a quei tempi, gli era permesso
dato il suo grave stato di salute. Quando quella mattina di primavera, allo
sfavillare del sole, Gesù entrò a casa sua, per rispetto tentò di mettersi
seduto sul letto, ma le forze gli mancarono totalmente e crollò sul guanciale.
"Puoi
rimanere sdraiato per ricevere Nostro Signore", gli disse la sua madrina
Teresa.
Pochi momenti
dopo Gesù scendeva nella sua anima pura e innocente. E Francesco rimase in
estatica contemplazione a consolare Nostro Signore. Allo svegliarsi da quel
dolce rapimento, le sue prime parole furono per la madre:
"Il
signor priore mi porterà ancora un’altra volta Gesù nascosto?"
"Non
so", rispose la signora Olimpia.
"Dopo
essersi comunicato il giorno dopo, diceva alla sorellina:
"Oggi
sono più felice di te perché ho dentro il petto Gesù nascosto."
Riferendosi
alla vigilia della morte di Francesco, Lucia scrive:
"Questo
giorno lo passai quasi tutto presso il suo letto, insieme a Giacinta. Siccome
non poteva pregare più, ci chiese di dire noi il rosario per lui. Dopo mi
disse:
"
Sicuramente ti rimpiangerò molto nel Cielo! Quanto darei perché la Madonna
portasse in Cielo anche te, tra poco!"
"A notte
calata lo salutai:
"Addio
Francesco! Senti bene, se vai in Cielo questa notte non dimenticarmi quando
sarai lassù."
"Non ti
dimentico, no. Puoi stare tranquilla."
"E
afferrandomi la mano destra me la strinse con forza per un bel po’ di tempo,
guardandomi con gli occhi bagnati di lacrime.
"Vuoi
qualcos’altro?", gli chiesi mentre anche a me scorrevano le lacrime sulla
faccia.
"No",
mi disse con voce spenta.
"Dal
momento che la scena stava diventando troppo commovente, mia zia mi ordinò di
uscire dalla stanza.
"Allora,
Francesco, addio! Arrivederci in Cielo".
"Addio,
arrivederci in Cielo!"
"E il
Cielo si avvicinava... Volò là, nelle braccia della Madre celeste."
Al mattino del
4 aprile 1919, Francesco esclamò:
"Oh mamma
mia, che bella luce quella lì, accanto alla nostra finestra!"
E dopo qualche
istante di dolce rapimento:
" Adesso
non vedo più."
Dopo poco
tempo il suo viso si illuminò con un sorriso angelico; erano le 10 circa del
mattino, quando senza agonia, senza spasmi, senza un gemito, spirò soavemente.
La sua piccola anima, pura come un giglio e candida come una colomba, salì in
Cielo, a vedere e consolare Gesù per sempre.
Aveva dieci
anni e quasi dieci mesi.
La dolcezza
della morte del piccolo Francesco impressionò profondamente i presenti, in modo
speciale i suoi genitori.
La mamma
dichiarò dopo, nell’inchiesta parrocchiale: "Prese un’aria di sorriso e
così rimase. Poi non respirò più".
Con la stessa
naturalezza parlò suo padre: "Morì sorridendo".
Un modesto
corteo funebre si diresse il 5 aprile 1919 verso il cimitero parrocchiale di
Fatima. Francesco visse umilmente e morì quasi ignorato. Il suo funerale non si
rivestì di nessuno splendore. Solo qualche persona dietro la bara accanto a
Lucia, che piangeva il suo caro compagno. Giacinta, rimasta a letto, piangeva
il fratellino.
Fu interrato
in una tomba spoglia che Lucia bagnava con le lacrime del suo immenso dolore.
"Quando
trovavo il cimitero aperto, mi sedevo presso la tomba di Francesco o quella di
mio padre e vi rimanevo per lunghe ore... La dolente nostalgia era qualcosa che
non si può descrivere. E’ una triste spina che punge il cuore per sempre e il
ricordo del passato echeggia nell’eternità."
Giacinta,
prostrata nel suo letto di malata, trascorreva ore ed ore immersa nella più
profonda tristezza:
"Rimaneva
per molto tempo pensosa e se le chiedevamo che cosa pensasse, rispondeva:
"A
Francesco. Cosa darei per vederlo!"
"E gli
occhi le si riempivano di lacrime."
* * *
Il processo per
la beatificazione di Francesco e Giacinta è stato istruito a Roma nel 1979.
E il tempo è
corso veloce.
Il 13 maggio
1989, Papa Giovanni Paolo II, ha pubblicato il Decreto che proclama l'eroismo
delle virtù dei piccoli veggenti Francesco e Giacinta. Ora, proprio nell'Anno
Giubilare - il 13 maggio 2000 - vedrà sua SS. Giovanni Paolo II elevare
all'onore degli altari i due pastorelli.
Dunque che
insegnamento trarre da Francesco e Giacinta?
Che
abbandonandosi alle mani verginali della Madre di Dio, il cammino verso la
perfezione cristiana, a cui tutti siamo chiamati, diventa molto più semplice e
facilmente percorribile: infatti in solo due anni - bambini di 10 e 9 anni -
hanno potuto raggiungere le vette più alte della santità.
Se l'Umanità
accettasse questa celeste pedagogia - come avvenuto nei due pastorelli - non
potrebbe tutto ciò essere l'inizio del trionfo del Cuore Immacolato di Maria,
promesso a Fatima il 13 luglio 1917?
Ad ognuno di
noi la risposta.
Francesco e Giacinta, aderendo generosamente all'invito della Madonna ("Non volete voi sacrificarvi per la salvezza del mondo?"), ci hanno tracciato il cammino. Perché non seguirli?