Il libro della Fiducia
© 1999Associazione Luci
sull'Est
Via Savoia 80 - 00198
Roma.
Tutti i diritti riservati
Traduzione: Roberto de
Mattei, Cooperativa Fiducia, Roma
Revisione: Emilio Vio
Titolo originale dell'opera:
"Le livre de la Confiance".
Prima edizione: marzo/1993
Seconda edizione:
maggio/1999
ISBN 88-87473-01-3
Capitolo I - Fiducia!
Nostro Signore ci invita
alla fiducia.
Molte anime hanno paura di
Dio.
Ad altre manca la fede.
Questa sfiducia è loro
pregiudizievole.
Scopo e divisione
dell'opera.
La fiducia è una ferma
speranza.
Essa è fortificata dalla
fede.
La fiducia è incrollabile.
Essa non si fonda che su
Dio.
Si compiace della mancanza
di soccorsi umani.
Dio provvede alle nostre
necessità temporali.
Lo fa in modo conforme alla
situazione di ciascuno.
Non preoccuparsi per il
futuro.
Cercare in primo luogo il
regno di Dio e la sua giustizia.
Pregare per i nostri bisogni
temporali.
La misericordia di Nostro Signore
verso i peccatori
La grazia può santificare
all’istante
Dio ci concede tutti gli
aiuti necessari alla nostra salvezza
L’Incarnazione del Verbo
La potenza di Nostro Signore
La sua bontà
La fiducia glorifica Dio
Essa attira favori
eccezionali sulle anime
La preghiera fiduciosa
ottiene tutto
Esempi di santi
Conclusione dell’opera
CAPITOLO PRIMO
Voce di Cristo, voce misteriosa della grazia che
risuonate nel silenzio dei cuori, voi mormorate nel fondo delle nostre
coscienze parole di dolcezza e di pace. Nelle nostre miserie presenti, ci
ripetete la parola che il Maestro pronunciava così spesso durante la sua vita
mortale: "Fiducia, fiducia!".
All'anima colpevole, oppressa dal peso delle sue
colpe, Gesù diceva: "Abbi fiducia, figliuolo, i tuoi peccati ti son
perdonati" . "Fiducia!" diceva ancora alla malata abbandonata
che attendeva da lui la sua guarigione, "la sua fede ti ha salvata" .
Quando i suoi apostoli tremavano di spavento, vedendolo camminare di notte sul
lago di Genezareth, egli li tranquillizzava con questa affermazione
rassicurante: "Abbiate fiducia! Sono io; non abbiate paura" . E la
sera della Cena, conoscendo i frutti infiniti del suo sacrificio, lanciava,
mentre andava alla morte, questo grido di trionfo: "Fiducia, abbiate
fiducia! Io ho vinto il mondo" .
Questa parola divina, cadendo dalle sue labbra
adorabili, tutta vibrante di tenerezza e di pietà, operava nelle anime una
trasformazione meravigliosa. Una rugiada soprannaturale fecondava la loro
aridità; delle luci di speranza dissipano le loro tenebre; una serena certezza
scacciava le loro angosce, perché le parole del Signore "sono spirito e
vita" . "Beati quelli che le ascoltano e le mettono in pratica"
.
Come un tempo i suoi discepoli, siamo noi ora
invitati da Nostro Signore alla fiducia. Perché rifiutarci di ascoltare la sua
voce?
Pochi cristiani, anche tra i più ferventi, possiedono
questa fiducia che esclude ogni ansietà ed ogni esitazione. Diverse sono le
cause di questo fatto.
Il Vangelo narra che la pesca miracolosa sbalordì san
Pietro. Con la sua foga abituale, egli misurò in una sola occhiata la distanza
infinita che separava la grandezza del Maestro dalla sua bassezza. Egli tremò
di sacro terrore e prosternandosi, il volto contro la terra, gridò:
"Allontanatevi da me, Signore, perché sono un peccatore" .
Alcune anime hanno, come l'Apostolo, questo timore.
Esse sentono così vivamente le loro macchie e la loro miseria che osano appena
avvicinarsi alla Divina Santità. Sembra loro che un Dio così puro debba provare
una repulsione invincibile a chinarsi verso di esse. Malaugurata impressione,
che imprime un contegno forzato alla loro vita interiore e talvolta la
paralizza completamente.
Come si ingannano queste anime!
Gesù si avvicinò ben presto all'apostolo spaventato:
"Non avere paura" , gli disse, e lo fece alzare.
Anche voi cristiani, che avete ricevuto tanti segni
del suo amore, non abbiate paura. Nostro Signore teme, più di ogni altra cosa,
che abbiate paura di Lui. Le vostre imperfezioni, le vostre debolezze, le
vostre colpe più gravi, le vostre ricadute così frequenti non lo irriteranno,
purché desideriate sinceramente di convertirvi. Più siete miserabili, più egli
ha compassione della vostra miseria, più desidera compiere presso di voi la sua
missione di Salvatore. Non è forse soprattutto per i peccatori che Egli è
disceso sulla terra?
Ad altre anime manca la fede. Esse hanno certamente
quella fede comune, senza la quale tradirebbero la grazia del loro battesimo.
Credono che Nostro Signore sia onnipotente, buono e fedele nelle sue promesse;
ma applicano malamente questa credenza alle loro necessità particolari. Esse
non sono dominate dalla convinzione incrollabile che Dio, attento alle loro
prove, si china su di loro per soccorrerle.
Eppure Gesù Cristo ci domanda questa fede speciale e concreta.
Egli la esigeva un tempo come condizione indispensabile indispensabile ai suoi
miracoli; egli la esige ancora oggi da noi per concederci i suoi favori.
"Se puoi credere, tutto è possibile a colui che
crede" , diceva al padre del ragazzo posseduto. E nel convento di
Paray-le-Monial, usando quasi gli stessi termini, ripeteva a santa Margherita
Maria: "Se puoi credere, vedrai la potenza del mio Cuore nella
magnificenza del mio Amore".
Potete credere? Potete arrivare a questa certezza,
così forte che niente la fa vacillare, così chiara che equivale all'evidenza?
E' tutto qui. Quando arriverete a questo grado di fiducia, vedrete meraviglie
realizzarsi in voi.
Chiedete dunque al Divin Maestro di aumentare la
vostra fede. Ripetetegli spesso la preghiera del Vangelo: "Credo, Signore;
aiutate la mia incredulità" .
Questa sfiducia è loro
pregiudizievole
La sfiducia, quali che ne siano le cause, ci arreca
pregiudizio: essa ci priva di grandi beni.
Quando san Pietro, saltando dalla sua barca, si
slanciava incontro al Salvatore, camminava con sicurezza sulle onde. Il vento
soffiava con violenza. I flutti ora si sollevavano furiosamente, ora
spalancavano gorghi profondi. L'abisso si apriva davanti all'Apostolo. Pietro
tremò, esitò un secondo e subito cominciò ad affondare ...
"Uomo di poca fede, gli disse Gesù, perché hai
dubitato" .
Ecco la nostra storia. Nei nostri momenti di fervore,
ci raccogliamo ai piedi del Maestro. Viene la tempesta e il pericolo assorbe la
nostra attenzione. Allontaniamo gli sguardi da Nostro Signore per rivolgerli
ansiosamente sulle nostre sofferenze e sui nostri pericoli. Esitiamo ... e
subito affondiamo.
La tentazione ci assale. Il dovere ci sembra gravoso,
la sua austerità ci ripugna, il suo peso ci opprime. Fantasie inquietanti ci tormentano.
La tempesta rimbomba nella nostra intelligenza, nella nostra sensibilità, nella
nostra carne ... E noi perdiamo la testa; cadiamo nel peccato; cadiamo nello
scoraggiamento, più pernicioso della stessa colpa. Anime senza fiducia, perché
dubitiamo?
La prova ci colpisce in mille maniere. I nostri
affari temporali sono periclitanti, il nostro avvenire materiale ci inquieta.
La malevolenza attacca la nostra reputazione. La morte spezza i vincoli dei
nostri affetti più legittimi e più teneri ... E noi dimentichiamo quale cura
paterna la Provvidenza ha di noi. Mormoriamo, ci ribelliamo: aumentano così le
nostre difficoltà e l'amarezza dei nostri dolori. Anime senza fiducia, perché
dubitiamo?
Se fossimo stati attaccati al Buon Maestro con una
fiducia tanto più disperata di quanto ci sembrava la situazione, non avremmo
subito alcun danno. Avremmo camminato tranquillamente sulle onde; saremmo
arrivati senza difficoltà al golfo tranquillo e sicuro; avremmo ben presto
ritrovato la spiaggia soleggiata che la luce del Cielo illumina.
I santi hanno lottato contro le nostre stesse
difficoltà; molti di essi hanno commesso le nostre stesse colpe. Ma almeno non
hanno dubitato. Si sono sollevati senza indugio, più umili dopo la loro caduta,
non confidando più ormai se non nel soccorso dall'Alto. Essi conservavano nei
loro cuori la certezza assoluta che, appoggiati a Dio, avrebbero potuto. La
loro fiducia non li ha ingannati .
Divenite dunque anime di fiducia. Nostro Signore vi
invita a questo e il vostro stesso interesse lo esige. Diverrete allo stesso
tempo anime di pace e di luce.
Scopo e divisione
dell’opera
Quest'opera non ha altro scopo che di iniziarvi alla
conoscenza e alla pratica di questa virtù. Ve ne esporrà molto semplicemente la
natura, l'oggetto, i fondamenti e gli effetti.
Pio lettore, se mai questo modesto volume dovesse
capitare tra le tue mani, non lo respingere sdegnosamente. Esso non pretende né
l'eleganza letteraria, né l'originalità, ma contiene delle verità consolanti
che ho tratto dai libri ispirati e dagli scritti dei santi: ecco il suo solo
merito.
Leggilo lentamente, con attenzione, in spirito di
preghiera. Arrivo a dire: meditalo. Lasciati penetrare dolcemente dalla sua
dottrina. La linfa del Vangelo ne impregna le pagine: vi è per le anime
migliore alimento delle parole del Salvatore?
Che tu possa, al termine di questa lettura, confidare
unicamente in questo Maestro adorabile che ci ha dato tutto: i suoi tesori, il
suo amore, la sua vita, fino all'ultima goccia del suo Sangue!
Note:
1 - Confide, fili, remittuntur tibi peccata tua (Mt, IX, 2).
2 - Confide, filia, fides tua te salvam facit (Mt. IX, 22).
3 - Confide, ego sum, nolite
timere (Mc, VI, 50).
4 - Confidite, ego vici mundum (Gv, XVI, 33)
5 - Verba quae ego locutus sum vobis, spiritus et vita sunt (Gv,
VI, 64)
6 - Beati qui audiunt verbum Dei et custodiunt illud (Lc, XI, 28).
7 - Exi a me, quia homo peccator sum, Domine (Lc, V, 8).
8 - Noli timere (Lc, V, 10)
9 - Non enim veni vocare justos, sed peccatores (Mc, 2, 17)
10 - Si credere potes, omnia
possibilia sunt credenti (Mc, IX, 22).
11 - Credo, Domine; adjuva
incredulitatem meam (Mc, IX, 23).
12 - Modicae fidei, quare
dubitasti? (Mt, XIV, 31).
13 - Spes autem non
confundit (Rom, V, 5).
CAPITOLO SECONDO
Natura e caratteristiche
della fiducia
La fiducia è una ferma
speranza
Con quella concisione che reca l'impronta del suo
genio, san Tommaso definisce la fiducia: "una speranza fortificata da una
solida convinzione" 1.
Affermazione profonda, che ci limiteremo a commentare in questo capitolo.
Soppesiamo attentamente i termini impiegati dal
Dottore Angelico. La fiducia, egli scrive, è "una speranza"; non la
speranza ordinaria, comune a tutti i fedeli; una caratteristica specifica la
distingue: è una speranza fortificata.
Si noti bene: la differenza non è di natura, ma solo
di grado di intensità. Le luci incerte dell'alba e quelle abbaglianti del sole
a mezzogiorno fanno parte della stessa giornata. Così, la fiducia e la speranza
appartengono alla stessa virtù: l'una non è che il pieno sviluppo dell'altra.
La speranza comune vien persa con la disperazione;
essa può tollerare, tuttavia, una certa inquietudine. Ma quando raggiunge
quella perfezione che le fa mutare il nome in quello di "fiducia", la
sua sensibilità diviene delicata. Essa non sopporta più l'esitazione, per
quanto leggera la si immagini. Il minimo dubbio la diminuirebbe e la
ricondurrebbe al livello della semplice speranza.
Il Regale Profeta sceglieva con cura le sue
espressioni, quando chiamava la fiducia "una supersperanza" 2: si tratta infatti di una virtù elevata al
massimo della sua intensità. E il padre Saint-Jure, uno dei più stimati autori
spirituali del secolo XVII, vedeva giustamente in essa una speranza
"straordinaria ed eroica" 3.
La fiducia non è dunque un fiore comune. Essa cresce
sulle cime e non si lascia cogliere che dai generosi.
Essa è fortificata dalla
fede
Proseguiamo in questa nostra analisi.
Quale forza sovrana fortificata la speranza, al punto
di renderla inespugnabile agli assalti delle avversità?... La fede.
L'anima fiduciosa conserva nella sua memoria le
promesse del Padre celeste; ella le medita profondamente. Sa che Dio non può
mancare alla sua parola e da qui trae la sua imperturbabile sicurezza. Se il
pericolo la minaccia, la circonda, perfino la abbatte, essa conserva sempre la
sua serenità. Malgrado l'imminenza del pericolo, ripete la parola del Salmista:
"Il Signore è la mia luce e la mia salvezza; che mai posso temere? Il
Signore protegge la mia vita; che mai mi farà tremare?" 4.
Esistono, tra la fede e la fiducia, intimi rapporti,
strettissimi legami di parentela. Per usare l'espressione di un teologo
moderno, è nella fede che va trovata "la causa e la radice" della
fiducia 5. Ora, quanto più la radice
affonda nella terra, tanto più da essa trae il suo alimento; più vigoroso
crescerà lo stelo, più opulenta sarà la fioritura. Così la nostra fiducia si
sviluppa nella misura in cui diviene più profonda la nostra fede.
Le Sacre Scritture riconoscono la relazione che
unisce due virtù. La stessa parola "fides" non designa forse l'una e
l'altra, a seconda dei casi, nella penna degli scrittori sacri?
La fiducia è incrollabile
Le considerazioni precedenti saranno forse sembrate
troppo astratte. Era tuttavia necessario che vi ci soffermassimo: da esse
dedurremo le caratteristiche della vera fiducia.
La fiducia, scrive il padre Saint-Jure, è
"ferma, stabile e costante, in un grado così eminente che nulla al mondo
può, non dico abbatterla, ma neppure farla vacillare" 6.
Immaginare gli eccessi più angosciosi nell'ordine
temporale, le difficoltà più insormontabili nell'ordine spirituale: esse non
altereranno la pace dell'anima fiduciosa. Catastrofi impreviste potranno
ammucchiare attorno ad essa le rovine della sua felicità; quest'anima, più
padrona di se stessa del saggio antico, rimarrà imperterrita: "Impavidum
furient ruinae" 7.
Essa si rivolgerà semplicemente a Nostro Signore; in
Lui si appoggerà con tanta maggior sicurezza, quanto più essa si sentirà
privata di ogni aiuto umano. Pregherà con ardore più vibrante, e nelle tenebre
della prova proseguirà il suo cammino, aspettando in silenzio l'ora di Dio.
Una tale fiducia è rara, senza dubbio. Ma se essa non
raggiunge questo minimo di perfezione, non merita il nome di fiducia.
Sublimi esempi di questa virtù si trovano del resto
nelle Sacre Scritture e nelle vite dei Santi. Colpito nella sua fortuna, nella
famiglia e nella stessa carne, Giobbe, ridotto all'estrema indigenza, giaceva
su un mucchio di letame. I suoi amici, la stessa moglie rendevano più acuto il
suo dolore con la crudeltà delle loro parole. Eppure egli non si lasciava
abbattere; nessun mormorio si mescolava ai suoi lamenti. Egli era sostenuto dal
pensiero della fede: "Quand'anche il Signore mi togliesse la vita, diceva,
continuerò ancora a sperare in Lui"
8. Fiducia mirabile, che Dio ricompensò magnificamente. La prova ebbe
fine: Giobbe recuperò la salute, guadagnò una fortuna più considerevole e visse
un'esistenza più prospera di quella precedente.
Durante un viaggio, san Martino cadde nelle mani di
alcuni ladri. I banditi lo depredarono; si accingevano a ucciderlo, quando
improvvisamente, toccati dal pentimento o colpiti da un misterioso timore,
contro ogni aspettativa, lo misero in libertà. Fu chiesto più tardi
all'illustre vescovo se nell'incombenza di questo pericolo avesse provato
qualche timore. Egli rispose: "Nessuno. Sapevo che l'intervento divino è
tanto più vicino, quanto più lontani sono i soccorsi umani".
La maggior parte dei cristiani non imita purtroppo
questi esempi. Mai essi i avvicinano così poco a Dio, quanto nel tempo della
prova.
Molti non lanciano quel grido di soccorso che il
Signore attende per venir loro in aiuto. Funesta negligenza! "La
Provvidenza - diceva Luigi di Granada - si riserva di risolvere essa stessa le
difficoltà straordinarie che si presentano nella vita, mentre lascia alle cause
seconde il compito di risolvere le difficoltà ordinarie" 9. Ma è necessario reclamare l'aiuto divino.
Questo aiuto, Dio ce lo accorda con gioia. "Lungi dal pensare alla nutrice
da cui succhia il latte, il bambino le è al contrario di sollievo" 10.
Altri, nelle ore difficili, pregano ardentemente, ma
senza costanza. Se non vengono esauditi immediatamente, piombano da una
speranza esaltata in un irragionevole abbattimento. Essi non conoscono le vie
della Grazia. Dio ci tratta come bambini: qualche volta fa il sordo a causa
della gioia che prova nel sentirci invocarlo. Perché scoraggiarsi così presto,
quando bisognerebbe invece pregarlo con maggiore insistenza?
La dottrina insegnata da san Francesco di Sales non è
diversa: "La Provvidenza rimanda il suo aiuto soltanto per suscitare la
nostra fiducia. Se il nostro Padre celeste non ci accorda sempre ciò che gli
domandiamo, lo fa per tenerci vicino a lui e darci l'occasione di insistere
presso di lui con amorosa violenza, come fece ben vedere a quei due pellegrini
di Emmaus, con i quali si trattenne solo verso la fine del giorno e quando essi
lo costrinsero" 11.
Essa non si fonda che su
Dio
Fermezza incrollabile: tale è dunque il primo
carattere della fiducia. La seconda qualità di questa virtù è ancora più
perfetta. "Essa porta l'uomo a far poco conto dell'aiuto delle creature:
sia dell'aiuto che può trarne da se stesso, dal suo spirito, dal suo giudizio,
dalla sua scienza, dalla sua destrezza, dalle sue ricchezze, dal suo credito,
dai suoi amici, dai suoi parenti e da tutto ciò che ha; sia dell'aiuto che può
aspettarsi dagli altri, che siano Re, principi e, in generale, qualsiasi altra
creatura, perché egli sente e conosce la debolezza e la vanità di ogni aiuto
che provenga dalle creature umane. Egli le considera come realmente sono, e
come santa Teresa a buon diritto le considera simili al ramo secco del ginepro,
che si rompe appena lo si carica di qualcosa" 12.
Questa teoria non procederà forse da un falso
misticismo? Non condurrà per caso al fatalismo, o almeno ad una pericolosa
passività? Perché moltiplicare i nostri sforzi per superare le difficoltà, se
tutti gli appoggi sono destinati a spezzarsi nelle nostre mani? Incrociamo
allora le braccia, aspettando l'intervento divino!
No, Dio non vuole che ci addormentiamo nell'inerzia.
Egli esige che noi lo imitiamo. La sua perfettissima attività non ha limiti,
egli è l'atto puro. Dobbiamo agire, dunque; ma solo da Lui dobbiamo aspettarci
l'efficacia della nostra azione.
Aiutati ché il Cielo ti aiuterà. Ecco l'economia del
piano provvidenziale.
All'opera! Si faccia del nostro meglio, ma con lo
spirito e il cuore rivolti verso l'alto. "Invano vi leverete prima della
luce del giorno" 13: se il Signore
non ci mette la mano, non concluderete niente.
Infatti la nostra impotenza è radicale. "Senza
di me non potete fare niente", dice il Salvatore 14.
Nell'ordine soprannaturale, questa impotenza è
assoluta. Ascoltate bene l'insegnamento dei teologi.
Senza grazia non si può osservare per molto tempo e
nel loro insieme i comandamenti di Dio.
Senza la grazia non possiamo avere una buona
intenzione, non possiamo formulare neppure la più breve preghiera; senza di
essa non possiamo neppure invocare con devozione il Nome di Gesù.
Tutto ciò che possiamo realizzare nell'ordine
soprannaturale ci viene unicamente da Dio
15.
Nello stesso ordine naturale, è sempre Dio a darci il
buon esito.
San Pietro aveva lavorato tutta la notte. Egli era
resistente alla fatica e conosceva a fondo i segreti del suo rude mestiere.
Tuttavia aveva solcato invano le onde tranquille del lago: non aveva preso
niente. Ma ecco che riceve il Maestro nella sua barca e lancia le sue reti in
nome del Salvatore: allora ottiene una pesca miracolosa e le maglie della rete
si rompono per il numero di pesci ...
Seguendo l'esempio dell'Apostolo, lanciamo le nostre
reti con pazienza instancabile; ma attendendo solo da Nostro Signore una pesca
meravigliosa.
"In tutto ciò che dovete fare - diceva
sant'Ignazio di Loyola - ecco la regola delle regole da seguire: affidatevi a
Dio, agendo come se il successo di ogni cosa dipendesse interamente da voi e in
nulla da Dio; ma, pur impiegando tutti i vostri sforzi per il buon risultato,
non contate su di essi e procedete come se tutto dovesse essere fatto da Dio
Solo e nulla da voi" 16.
Si compiace della
mancanza di soccorsi umani
Non scoraggiarsi quando svanisce il miraggio delle
speranze umane, non contare se non sull'aiuto del Cielo, non è già un'alta
virtù? Con le sue ali vigorose, la vera fiducia si slancia però verso regioni
ancora più sublimi; giunge ad esse per mezzo di una specie di sublimazione
dell'eroismo; essa tocca finalmente il grado più alto della sua perfezione.
Questo grado "consiste nel rallegrarsi quando ci
si vede privati di ogni soccorso umano, abbandonati dai propri parenti, dai
propri amici e da tutte le creature, che non vogliono o non possono aiutarci,
che non possono né darci un consiglio né aiutarci con il loro talento e il loro
credito, che non hanno alcun mezzo di venire in nostro soccorso" 17.
Quale profonda saggezza viene rivelata da tale gioia
in circostanze così crudeli! Per intonare il cantico della gioia sotto i colpi
che dovrebbero naturalmente infrangere il nostro coraggio, bisogna conoscere a
fondo il Cuore di Nostro Signore; bisogna credere perdutamente alla sua pietà
misericordiosa e alla sua onnipotente bontà; bisogna avere l'assoluta certezza
che egli sceglie per i suoi interventi l'ora delle situazioni disperate.
Dopo la sua conversione, san Francesco d'Assisi
disprezzò i sogni di gloria che per qualche tempo lo avevano abbagliato. Egli
fuggiva le riunioni mondane, si ritirava nei boschi per dedicarsi lungamente
all'orazione, faceva abbondanti elemosine. Questo cambiamento spiacque al padre
del giovane santo, che portò suo figlio davanti all'autorità diocesana,
rimproverandogli di dissipare i suoi beni. Allora, in presenza del vescovo
meravigliato, Francesco rinunziò all'eredità paterna e abbandonò perfino i
vestiti ricevuti dalla sua famiglia: si spogliò di tutto. Poi, vibrando di una
felicità sovrumana, esclamò: "Ora, o mio Dio, potrò chiamarti più
giustamente di prima: Padre Nostro che sei nei cieli".
Ecco come agiscono i santi.
Anime colpite dalla prova, non mormorate nell'abbandono
in cui siete ridotte. Dio non vi domanda un'allegria sensibile, impossibile
alla nostra debolezza. Solamente, rianimate la vostra fede, riprendete coraggio
e, secondo l'espressione cara a san Francesco di Sales, sforzatevi di
rallegrarvi nel "fondo ultimo dell'anima".
La Provvidenza vi sta dando il segnale da cui si
riconosce la sua ora: essa vi ha privato di ogni appoggio. E' il momento di
resistere all'inquietudine della natura. Siete arrivati a quel punto
dell'officio interiore in cui si deve cantare il magnificat e far fumigare
l'incenso: "Rallegratevi sempre nel Signore; ve lo ripeto rallegratevi: il
Signore è vicino" 18.
Seguite questo consiglio e vi troverete bene. Se il
Divino Maestro non si lasciasse commuovere da una tale fiducia, non sarebbe più
quello che i Vangeli ci mostrano compassionevole, colui che era scosso da un
fremito doloroso alla vista delle nostre sofferenze.
Nostro Signore diceva ad un'anima privilegiata:
"Se io sono buono per tutti, sono buonissimo verso coloro che hanno
fiducia in me. Sai quali sono le anime che approfittano di più della mia bontà?
Quelle che prima di tutto hanno fiducia ... Le anime fiduciose rubano le mie
grazie" 19
Note:
1 - "Est enim fiducia
spes roborata ex aliqua firma opinione" (San Tommaso d'Aquino, Summa
Theologica, II-IIae, q. 129, art 6 ad 3).
2 - In verba tua supersperavi (Ps. CXVIII, 43)
3 - J.B. Saint-Jure, S.J., De la connaissance et de l'amour de
Jésus Christ, De Guyot, Lyon-Paris, 1850, t. III, p. 3
4 - Dominus illuminatio mea et salus mea; quem timebo? Dominus
vitae meae; quo trepidabo? (Ps, 26, 1)
5 - "Itaque quatenus fides est causa et radix hujus fiduciae,
potest accipi fides pro fiducia causaliter, ut quando S. Jacobus ait: Postulet
in fide nihil haesitans (Jac, I, 6). Ibi enim et aliis similibus locis fides
aut simpliciter ponitur pro fiducia aut intelligitur quidem fides dogmatica,
sed in quantum roborat spem" (C. Pesch S.J., Praelectiones dogmaticae,
Herder, Friburgi B., 1909-1925, vol. VII, p. 51, nota 2).
6 - Saint-Jure, op. XXX, cit., III, p. 3.
7 - Orazio, Odi, libro III, ode terza
8 - Etiamsi occiderit me in ipso sperabo (Job, XII, 15).
9 - Luigi di Granada, Primo sermone per la seconda Domenica dopo
l'Epifania.
10 - Ibidem.
11 - Petits Bollandistes, t.
XIV, p. 542.
12 - J.B. Saint-Jure, op.
cit., t. III, p. 3.
13 - Vanum est vobis ante
lucem surgere (Ps CXXVI, 2)
14 - Sine me nihil potestis
facere (Gv, XV, 5).
15 - Sufficientia nostra ex
Deo est (II Cor, III, 5).
16 - R.P. Xavier de Franciosi, L'Esprit de Saint Ignace, Nancy, Le
Chevallier, 1887, p. 5.
17 - J.B. Saint-Jure, op.
cit., t. III, p. 4.
18 - Gaudete in Domino
semper: iterum dico, gaudete: Dominus prope est, Phil., IV, 4 e 5.
19 - Suor Benigna Consolata Ferrero, Lione Roudil 1920, pp. 95, 96.
Questa vita è stata pubblicata con l'imprimatur dell'arcivescovo e le
dichiarazioni prescritte dei decreti di Urbano VIII.
Suor Benigna Consolata
Ferrero (1885-1916) fu religiosa nel monastero della Visitazione di S. Maria a
Como e ha lasciato numerosi scritti, in parte inediti. Ne è stata introdotta la
causa di beatificazione. Cfr. La breve vita della Serva di Dio, Como, Casa
Divina Provvidenza 1939, p. 98 [n.d.t.].
La fiducia in Dio e le
nostre necessità temporali
Dio provvede alle nostre
necessità temporali
La fiducia, come abbiamo visto, è una speranza comune
a tutti i fedeli se non per il suo grado di perfezione. Essa si esercita dunque
sugli stessi oggetti di questa virtù, ma per mezzo di atti più intensi a più
vibranti.
Come la speranza ordinaria, la fiducia attende dal
Padre celeste tutti gli aiuti necessari per vivere santamente in terra e
meritare la beatitudine del Paradiso.
Essa attende, in primo luogo, i beni temporali, nella
misura in cui questi ci conducono al nostro fine ultimo.
Niente di più logico: non possiamo andare alla
conquista del cielo allo stesso modo dei puri spiriti; siamo composti di un
corpo e di un'anima. Questo corpo, che il Creatore ha formato con le sue mani
adorabili, è il compagno inseparabile della nostra esistenza terrena, e lo sarà
poi del nostro destino eterno, dopo la resurrezione universale. Non possiamo
prescindere dalla sua assistenza nella lotta per la conquista della vita beata.
Ora, per sostenersi, per assolvere pienamente al
proprio compito, il nostro corpo ha molteplici esigenze. E' conveniente che la
Provvidenza le soddisfi: essa lo fa magnificamente.
Dio si incarica di venire in aiuto alle nostre
necessità temporali, e vi provvede abbondantemente. Egli ci segue con uno
sguardo vigile e non ci lascia nel bisogno. Anche se siamo circondati dalle più
angosciose difficoltà materiali, dunque, non preoccupiamoci. Aspettiamoci dalla
mano divina, con tranquilla sicurezza, il necessario al sostentamento della nostra
vita.
"Perciò vi dico - dichiara Salvatore - non siate
troppo solleciti per la vostra vita, di quel che mangerete o berrete, né per il
vostro corpo, né di ciò di cui vi vestirete.
"Non affannatevi su come trovare il cibo per
sostentarvi ed i vestiti per coprirvi. Non vale forse la vita più del
nutrimento e il corpo più del vestito?
"Guardate gli uccelli del cielo: non seminano,
non mietono e non raccolgono nei granai; eppure il vostro Padre celeste li
nutre. Non valete voi molto più di loro?
"E perché inquietarvi tanto per il vestito?
"Considerate come crescono i gigli del campo:
essi non lavorano, né filano. Tuttavia vi dico che neppure Salomone, in tutto
il suo splendore, fu mai vestito come uno di essi. Se dunque Dio riveste così
l'erba del campo, che oggi c'è ma che domani viene gettata nel fuoco, quanto
più vestirà voi, o uomini di poca fede?
"Non vogliate dunque preoccuparvi dicendo: Cosa
mangeremo? Oppure: Cosa berremo? Di che ci vestiremo? Sono infatti i pagani che
cercano queste cose. Il vostro padre sa di cosa avete bisogno.
"Cercate in primo luogo il regno di Dio e la sua
giustizia, e il resto vi sarà dato in sovrappiù" 1.
Non basta dare un'occhiata di sfuggita a questo
discorso di Nostro Signore. Occorre soffermarvisi lungamente per cercarne il
significato profondo ed impregnarsi bene della sua dottrina.
Lo fa in modo conforme
alla situazione di ciascuno
Queste parole vanno forse prese alla lettera e intese
nel loro senso più stretto? Dio ci dona forse solo lo stretto necessario - il
tozzo di pane secco, il bicchiere d'acqua, il lembo di stoffa - di cui la
nostra miseria non può fare a meno?
No, il Padre celeste non tratta i suoi figli con
avara parsimonia. Crederlo, sarebbe bestemmiare la sua infinita Bontà; sarebbe,
se così posso esprimermi, misconoscere le sue abitudini. Nell'esercizio della
sua Provvidenza, come nella sua opera creatrice, Dio manifesta infatti una
certa prodigalità.
Quando lancia i mondi attraverso gli spazi, Egli trae
dal nulla migliaia di astri. Nella Via Lattea, questa immensa spiaggia non
corrisponde a una stella?
Quando nutre gli uccelli, li invita all'opulento
banchetto della Natura. Egli offre loro il grano che gonfia le spighe, i semi
di ogni sorta che maturano sulle piante, le bacche che l'autunno tinge di rosso
nei boschi, le messi che il lavoratore affida al solco. Quale scelta
infinitamente varia per queste umili bestiole!
Quando crea i vegetali, con che lieve grazia riveste
i loro fiori! Cesella le loro corolle come gioielli preziosi, versa nei loro
calici profumi penetranti, tesse i loro petali con una seta così brillante e
delicata che gli artifici della tecnica non ne eguaglieranno mai la bellezza.
E quanto all'uomo, il suo capolavoro, il fratello
adottivo del suo Verbo Incarnato, Dio non si mostrerà di una generosità ancora
più prodiga? Diventerebbe forse avaro solo nei nostri confronti? Questo non è
possibile di certo.
Consideriamo dunque come verità indiscutibile che la
Provvidenza provvede largamente ai bisogni temporali degli uomini.
Senza dubbio, vi saranno sempre sulla terra dei
ricchi e dei poveri. Mentre gli altri devono lavorare e praticare una saggia
economia. Ma il Padre celeste fornisce a tutti i mezzi per vivere con una certa
agiatezza, secondo la condizione in cui li ha stabiliti.
Torniamo al paragone usato da Gesù. Dio ha rivestito
il giglio di splendore, ma questa veste bianca e profumata era reclamata dalla
natura del giglio. Più modestamente è stata abbigliata la violetta; Dio le ha
donato tuttavia quanto conveniva alla sua natura specifica. E questi due fiori
sbocciano dolcemente al sole, senza che manchino di nulla.
Così si comporta Dio con gli uomini. Egli ha
collocato alcuni nelle classi più alte della società ed altri in una condizione
meno brillante: agli uni come agli altri dà però il necessario perché
mantengano con dignità il loro rango.
Mi si obietterà forse l'instabilità delle condizioni
sociali. Nella crisi attuale non è più facile decadere piuttosto che innalzarsi
o anche solo mantenere il proprio livello sociale?
Senza dubbio. Ma la Provvidenza proporziona
esattamente il suo aiuto ai bisogni di ciascuno: a grandi mani procura grandi
rimedi. Ciò che ci viene tolto dalle catastrofi economiche, possiamo
riguadagnarlo con la nostra industriosità e il nostro lavoro. Nei casi, molto rari,
in cui la nostra attività personale si trova ridotta all'impotenza, abbiamo il
diritto di aspettarci dall'alto un intervento straordinario.
Generalmente, almeno è quel che penso, Dio non crea i
"decaduti". Egli vuole, al contrario, che progrediamo, che cresciamo,
che ci eleviamo saggiamente. Se qualche volta permette un decadimento, non lo
vuole con una decisione antecedente all'azione del nostro libero arbitrio.
Il più delle volte, il declino sociale proviene dalle
nostre colpe, personali o ereditarie. Sono conseguenze naturali della pigrizia,
della prodigalità, delle passioni. Ma l'uomo, anche se decaduto, può
risollevarsi e, con l'aiuto della Provvidenza, riconquistare per mezzo dei suoi
sforzi la condizione perduta.
Non preoccuparsi per il
futuro
Dio provvede ai nostri bisogni. "Non
inquietatevi", dice il Salvatore. Qual'è il senso esatto di questo
consiglio?
Dobbiamo dunque, per obbedire alla direttiva del
Maestro, trascurare completamente la cura dei nostri affari temporali? Che la
Grazia domandi a alcune anime la stretta povertà ed un totale abbandono alla
Provvidenza, non ne dubitiamo affatto. Bisogna constatare tuttavia la rarità di
tali vocazioni. Gli altri, comunità religiose o individui, possiedono dei beni
che devono gestire convenientemente.
Lo Spirito Santo loda la donna forte che ha
amministrato con saggezza la propria casa. Ce la mostra, nel libro dei
Proverbi, mentre si alza di buon'ora, per assegnare ai domestici il loro
compito quotidiano, e mentre lavora con le proprie mani. Niente sfugge alla sua
vigilanza. I suoi familiari non hanno niente da temere: troveranno, grazie alla
sua previdenza, il necessario, il gradevole e perfino un certo lusso moderato.
I suoi figli la proclamano basta e il marito ne canta le virtù 2.
La Verità in persona non avrebbe lodato così
magnificamente questa donna, se ella non avesse compiuto il suo dovere.
Non inquietarsi significa dunque, pur occupandosi
ragionevolmente dei propri affari, non lasciarsi angustiare dalle oscure
prospettive del futuro e contare, senza esitazioni, sull'aiuto della
Provvidenza.
Non inganniamoci: una tale fiducia suppone una grande
forza d'animo. Occorre evitare un doppio scoglio, il troppo e il troppo poco.
Chi per negligenza si disinteressa dei suoi affari, non può, senza tentare Dio,
aspettarsi dal Cielo un aiuto straordinario. Chi assegna alle preoccupazioni
materiali il primo posto nei suoi pensieri, chi fa conto meno su Dio che su se
stesso, si inganna forse anche più gravemente: egli defrauda l'Altissimo del
posto che gli spetta di diritto nella nostra vita. In medio stat virtus: tra
questi due estremi sta il dovere.
Quando ci si è occupati saggiamente dei propri
affari, angustiarsi per il futuro è misconoscere la Potenza e la Bontà di Dio.
Durante i numerosi anni in cui san Paolo l'eremita
visse nel deserto, un corvo gli portava ogni giorno un mezzo pane. Ora un
giorno sant'Antonio si recò a visitare l'illustre eremita. I due solitari
parlarono a lungo, dimenticandosi di bere e di mangiare, assorti nelle loro pie
conversazioni. Ma la Provvidenza pensava a loro: il corvo venne come al solito,
portando però questa volta un pane intero!
Il Padre celeste ha creato l'universo intero con una
sola parola: avrebbe dunque qualche difficoltà nel soccorrere i propri figli
nel momento del bisogno?
San Camillo de Lellis si era indebitato per
soccorrere i suoi malati poveri. I suoi religiosi erano allarmati. "Non
bisogna mai dubitare della Provvidenza", diceva loro il Santo per
tranquillizzarli. "E' così difficile a Nostro Signore darci un poco di
quei beni temporali di cui ha colmato gli Ebrei e i Turchi, che sono i nemici
della nostra fede?" 3. La fiducia
di Camillo non fu delusa: un mese dopo uno dei suoi benefattori, morendo, gli
lasciò una notevole somma.
Inquietarsi per il futuro è una sfiducia che offende
Dio e provoca la sua indignazione.
Quando gli Ebrei, fuggendo dall'Egitto, si videro
perduti nel mezzo del deserto, dimenticarono i miracoli di Javeh in loro
favore. Ebbero timore e mormorarono: "Dio potrà mantenerci nel deserto?
... Potrà dare del pane al suo popolo?" Queste parole irritarono il
Signore. Egli lanciò contro di loro il fuoco del cielo; la sua collera cadde
contro Israele "perché essi non avevano avuto fede in Dio e non avevano
sperato nel suo aiuto" 4.
Nessuna vana inquietudine: il Padre veglia su di noi.
Cercare in primo luogo il
regno di Dio e la sua giustizia
"Cercate dunque in primo luogo il regno di Dio e
la sua giustizia, e il resto vi sarà dato in sovrappiù".
E' così che il Salvatore conclude il suo discorso sulla
Provvidenza. Conclusione consolante che racchiude una promessa condizionata:
non dipende che da noi beneficiarne.
Su questo punto conviene di nuovo soffermarsi per
meditare le parole del Maestro.
Una questione si pone necessariamente: dove si trova
questo regno di Dio che dobbiamo cercare prima di tutto? "Esso è in
voi" risponde il Vangelo. Regnum Dei intra vos est 5.
Cercare il Regno di Dio, significa dunque innalzare a
Dio un trono nella nostra anima; è sottomettersi interamente al suo sovrano
dominio. Pieghiamo tutte le nostre facoltà sotto lo scettro misericordioso
dell'Altissimo! La nostra intelligenza si ricordi continuamente della sua
presenza; la nostra volontà, il nostro cuore si slancino frequentemente verso
di Lui con atti di carità ardente e sincera. Praticheremo allora quella
giustizia che nel linguaggio della Scrittura significa perfezione della vita
interiore. Seguiremo allora alla lettera il consiglio del Salvatore; cercheremo
il regno di Dio.
"E il resto ci sarà dato in sovrappiù".
C'è qui una specie di patto bilaterale: da parte
nostra dobbiamo lavorare per la gloria del Padre celeste; da parte sua, il
Padre si impegna a sovvenire ai nostri bisogni. Gettate dunque le vostre
preoccupazioni nel Cuore del Maestro; eseguite il patto che vi propone; egli
manterrà la sua parola, veglierà su di voi e vi nutrirà 6.
"Pensa a me - dice il Signore a santa Caterina
da Siena - e io penserò a te". E qualche secolo più tardi, nel monastero
di Paray-le-Monial, promette a santa Margherita Maria di fare riuscire le
imprese di coloro che si sarebbero mostrati particolarmente devoti al suo Sacro
Cuore.
Beato il cristiano che si conforma a questa massima
del Vangelo! Egli cerca Dio e Dio si cura dei suoi interessi con la sua
onnipotenza: di cosa potrebbe mancare?
7.
Egli pratica le solide virtù interiori ed evita così
i disordini, le mancanze, i vizi che sono le cause più comuni degli insuccessi
e della rovina.
Pregare per i nostri
bisogni temporali
La fiducia, come stiamo descrivendola, non ci
dispensa dalla preghiera. Nelle nostre necessità temporali non è sufficiente
aspettare l'aiuto di Dio; bisogna anche chiederglielo.
Gesù Cristo ci ha lasciato nel Pater un modello
perfetto di preghiera. Dunque bisogna che chiediamo il nostro pane di ogni
giorno: Panem nostrum quotidianum da nobis hodie.
Non trascuriamo forse spesso questo grande dovere?
Che imprudenza e follia! Ci priviamo così, per leggerezza, della protezione
celeste, la sola sovranamente efficace. I Cappuccini, si dice, non muoiono mai
di fame, perché recitano pianamente il Padre Nostro. Imitiamoli, e l'Altissimo
non ci lascerà mancare il necessario.
Dobbiamo dunque domandare il nostro pane quotidiano.
E' un obbligo che ci impongono la fede e la carità verso noi stessi. Possiamo
però aumentare le nostre pretese e domandare la ricchezza?
Niente vi si oppone, sempre che la nostra preghiera
si ispiri a ragioni soprannaturali e che restiamo sottomessi alla Volontà di
Dio. Il Signore non ci proibisce di esprimergli i nostri desideri; Egli ama, al
contrario, che ci comportiamo filialmente con lui. Non aspettiamoci tuttavia
che egli si spieghi a tutte le nostre fantasie: la sua Bontà glielo vieta. Egli
sa qual'è il nostro bene; ci concederà i beni della terra solo se essi
dovessero servire alla nostra santificazione.
Abbandoniamoci dunque interamente alla Provvidenza e
recitiamo la preghiera del Saggio: "Non datemi né la povertà né la
ricchezza. Datemi solamente ciò che mi sarà necessario per vivere, affinché la
ricchezza non mi tenti a negarvi dicendo: Chi è mai il Signore?, o che,
costretto dall'indigenza, non rubi e non bestemmi il Nome del mio
Dio" 8.
Note:
1 - Mt VI, 25-26, 28-33.
2 - Pv XXI, 10-28.
3 - Petits Bollandistes, t. VIII, 18 juillet.
4 - Ps LXXVII, 19-22.
5 - LcXVII, 21
6 - Jacta super Dominum curam tuam, et Ipse te enutriet (Ps, LV,
25).
7 - Dominus regit me, et nihil mihi deerit (Ps, XXII, 1).
8
- Pv, XXX, 8-9.
CAPITOLO QUARTO
La fiducia in Dio e i nostri bisogni spirituali
La misericordia di Nostro
Signore verso i peccatori
La Provvidenza, che nutre l'uccello sul ramo, ha cura
del nostro corpo. Tuttavia, cos'è mai questo misero corpo? Una cosa fragile, un
condannato a morte sorvegliato dai vermi. Nella nostra folle corsa, c'illudiamo
di dirigerci verso i nostri affari o i nostri piaceri; ogni nostro passo ci
avvicina al termine, noi stesso trasciniamo il nostro cadavere fino all'orlo
della tomba.
Se Dio si prende cura in questo modo dei nostri corpi
corruttibili, con quale sollecitudine vigilerà sulle nostre anime immortali?
Egli prepara loro dei tesori di grazia la cui ricchezza oltrepassa la nostra
immaginazione; invia loro degli aiuti sovrabbondanti per la loro santificazione
e salvezza.
Non prenderò qui in considerazione questi mezzi di
santificazione messi a nostra disposizione dalla Fede.
Mi rivolgerò semplicemente alle anime tormentate, che
si incontrano così spesso. Vangelo alla mano, mostrerò loro l'inconsistenza dei
loro timori. Non debbono abbattersi né per la gravità delle loro colpe, né per
la molteplicità delle loro ricadute, né per le loro tentazioni. Al contrario,
più esse avvertono la gravità delle loro miserie, più debbono appoggiarsi a
Dio. Che non perdano la fiducia! Qualunque sia l'orrore del loro stato, per
quanto abbiano vissuto a lungo nel disordine, con gli aiuti della grazia esse
possono convertirsi ed innalzarsi verso un'alta perfezione.
La misericordia di Nostro Signore è infinita: nulla
la disgusta, neppure le colpe che ci sembrano essere le più vergognose e
criminali. Durante la sua vita mortale, il Maestro accoglieva i peccatori con
una bontà tutta divina: non ha mai rifiutato loro il suo perdono.
Spinta dall'ardore del suo pentimento, senza curarsi delle
convenienze mondane, Maria Maddalena entra nella sala del banchetto. Ella si
prosterna ai piedi di Gesù e li inonda delle sue lacrime. Il fariseo Simone
osserva questa scena con occhio ironico; dentro di sé, egli s'indigna. "Se
quest'uomo fosse un Profeta - pensa - saprebbe chi è questa donna e la
scaccerebbe con disprezzo". Ma il Salvatore non la respinge: accetta i
suoi sospiri, le sue lacrime, tutti i segni sensibili della sua umile
contrizione; la purifica delle sue sozzure e la colma di doni soprannaturali. E
il suo Sacro Cuore si riempie di una gioia immensa, mentre lassù, nel Regno del
suo Padre, gli Angeli sobbalzano di giubilo: un'anima era perduta, ed eccola
ritrovata, un'anima era morta, ed eccola restituita alla vera Vita.
Il Maestro non si limita ad accogliere con
mansuetudine i poveri peccatori; giunge fino a prendere la loro difesa.
D'altronde, non è forse questa la sua missione? Non si è costituito come nostro
avocato? 1
Un giorno, gli si conduce una sventurata sorpresa
nell'atto stesso della sua colpa. La dura legge di Mosè la condanna
formalmente: la colpevole deve morire col lento supplizio della lapidazione.
Tuttavia, gli scribi ed i farisei attendono impazientemente la sentenza del
Salvatore: se Egli la perdona, i suoi nemici lo accuseranno di disprezzare le
tradizioni d'Israele. Che cosa dunque farà?
Dirà una sola frase, che basterà a confondere i
farisei orgogliosi ed a salvare la peccatrice.
"Colui che tra voi è senza peccato, scagli la
prima pietra" 2.
Risposta piena di saggezza e di misericordia.
Udendola, questi uomini arroganti arrossiscono di vergogna. Uno dopo l'altro,
si allontanano confusi; i vecchi se ne vanno per primi.
E Gesù resterà solo con la donna.
"Dove sono i tuoi accusatori? - le chiede -
Nessuno ti ha condannato?".
"Ella rispose: Nessuno, Signore. E Gesù disse
allora: Neppure io ti condannerò. Va, e non peccare più" 3.
Se i peccatori non vengono da Lui, il Maestro si
lancia al loro inseguimento: come il padre del figlio prodigo, attende il
ritorno dell'ingrato; come il buon Pastore, va in cerca della pecora smarrita
e, ritrovatala, la carica sulle proprie divine spalle e la riconduce
insanguinata all'ovile. Oh, non lo infastidiscono le sue ferite: come il buon
Samaritano, le medicherà con olio e vino simbolici; verserà sulle sue piaghe il
balsamo della Penitenza e, per fortificarla, la farà bere nel suo Calice
eucaristico.
Anime colpevoli, non temete dunque il Signore: è
specialmente per voi ch'Egli è disceso sulla terra. Non ripetete il grido
disperato di Caino: "La mia colpa è troppo grande perché possa ottenere
perdono"" 4. Come conoscereste male il Cuore di Gesù!
Gesù ha purificato la Maddalena, ha perdonato il
triplice rinnegamento di san Pietro, ha aperto il Cielo al buon ladrone. In
verità, ve l'assicuro, se Giuda fosse andato a trovarlo dopo il suo crimine,
Nostro Signore l'avrebbe accolto con misericordia.
Come potrebbe dunque non perdonarvi?
La grazia può
santificarsi all'istante
Abisso della debolezza umana! Tirannia delle cattive
abitudini! Ricevono pure i cristiani, al tribunale della Penitenza,
l'assoluzione delle loro colpe: la loro contrizione era sincera, le loro
risoluzioni energiche. Ed essi ricadono negli stessi peccati, talvolta
gravissimi; il numero delle loro cadute cresce incessantemente. Non hanno
dunque, come sembra, delle buone ragioni per scoraggiarsi?
Niente di più giusto che la constatazione delle
nostre miserie ci conservi nell'umiltà. Se essa ci facesse però perdere la
nostra fiducia, sarebbe una catastrofe, più pericolosa di così tante ricadute.
L'anima che cade deve rialzarsi al più presto.
Ch'ella non cessi di implorare la misericordia del Signore. Non sapete che Dio
ha il suo tempo e che può in un attimo elevarvi ad una santità oltremodo
sublime?
Non aveva forse Marisa Maddalena condotto una vita
criminosa? Eppure la grazia l'ha trasformata all'istante: senza transizioni, da
peccatrice è diventata una gran santa. Ora, il braccio di Dio non s'è
accorciato; quello che ha fatto per altri, può farlo per voi. Non dubitatene:
la vostra fiduciosa e perseverante preghiera otterrà la guarigione completa
della vostra anima.
Non obiettate che il tempo passa e che la vostra vita
forse giunge già al suo termine. Nostro Signore non ha forse aspettato l'agonia
del buon ladrone per attirarlo vittoriosamente a sé? Quest'uomo colpevole si è
convertito in un solo minuto. La sua fede e il suo amore sono stati così grandi
che, malgrado i suoi crimini, non è passato nemmeno per il Purgatorio: occupa
per sempre un posto elevatissimo nei Cieli.
Nulla alteri la vostra fiducia. Dal fondo
dell'abisso, gridate senza tregua verso il Cielo; Dio finirà per rispondere al
vostro appello e compirà in voi la sua opera.
Dio ci concede tutti gli
aiuti necessari alla nostra santificazione e salvezza
Alcune anime angosciate dubitano della loro eterna
salvezza. Esse rievocano le loro colpe, pensano alle tentazioni, così violente,
che talvolta ci assalgono, dimenticano la misericordiosa bontà di Dio.
Quest'angoscia può diventare una vera tentazione di disperazione.
Nella sua gioventù, san Francesco di Sales ha
conosciuto questa prova: aveva il terrore di non essere predestinato. Il suo
dolore era così violento da alterare la sua salute e passò diversi mesi in
questo martirio interiore. Fu una preghiera eroica a liberarlo: il santo si
prosternò davanti ad un altare dedicato a Maria, supplicò la Vergine Immacolata
di fargli amare il suo Figlio con una carità tanto più ardente sulla terra,
quanto più temeva di non poterlo amare nell'eternità.
In mezzo a questo genere di sofferenze, c'è una
verità di fede che deve consolarci pienamente: ci si danna soltanto per colpa
del peccato mortale. Ora, evitarlo è sempre in nostro potere, e se abbiamo
avuto la sventura di commetterlo, possiamo sempre riconciliarci con Dio. Un
atto di contrizione perfetta ci purificherà all'istante, in attesa di fare una
doverosa confessione, che conviene fare al più presto.
Certo, la nostra misera volontà umana deve diffidare
della sua debolezza; ma il Signore non ci negherà mai le grazie di cui abbiamo
bisogno: farà tutto il possibile per aiutarci nell'affare sommamente importante
della nostra salvezza.
Ecco la grande verità che Gesù Cristo ha scritto col
suo sangue, e che ora andiamo a rileggere insieme nella storia della sua Passione.
Vi siete mai domandati come gli Ebrei abbiano potuto
impadronirsi di Nostro Signore? Credete forse che ci siano riusciti con
l'astuzia o con la forza? Pensate che, nella grande tormenta, Gesù sia stato
spezzato perché era il più debole?
Assolutamente no. I suoi amici non potevano nulla
contro di lui. Più di una volta, durante i tre anni della sua predicazione,
essi hanno cercato di ucciderlo. A Nazareth vogliono precipitarlo in un
burrone; più volte accumulano pietre per lapidarlo. Ma la sua divina Sapienza
elude le trame della loro collera e la sua Forza sovrana blocca il loro
braccio; egli si ritira tranquillamente, senza che si sia riusciti a fargli il
minimo male.
Nel Gethsemani, nel momento in cui semplicemente
pronuncia il suo nome davanti ai soldati del Tempio che hanno appena afferrato
la sua sacra Persona, tutto questo drappello, colpito da terrore, si rovescia a
terra. Non possono risollevarsi se non in virtù del suo permesso.
Se Gesù è stato arrestato, se è stato crocifisso, se
è stato immolato, è perché lo ha voluto nella pienezza della sua libertà e del
suo amore per noi. "Oblatus est, quia voluit" 5.
Se il Maestro ha sparso senza esitare il suo Sangue
per noi, se è morto per noi, come potrebbe rifiutarci le grazie che ci sono
assolutamente necessarie e che ci ha meritato con le sue sofferenze?
Queste grazie, durante la sua Passione dolorosa, le
ha offerte misericordiosamente alle anime più colpevoli.
Due suoi Apostoli avevano commesso un crimine enorme:
ad entrambi Egli ha offerto il suo perdono.
Giuda lo tradisce e gli dà un bacio ipocrita. Gesù
gli parla con toccante dolcezza, lo chiama "amico mio"; cerca, con la
forza della tenerezza, di toccare il suo cuore indurito dall'avarizia:
"Amico mio, a che sei venuto? Giuda con un bacio tradisci il Figlio
dell'uomo?" 6 E' l'ultima grazia che il Maestro concede all'ingrato. E'
una grazia di una forza tale che non ne comprenderemo mai tutta l'intensità. Ma
Giuda la respinge: si danna perché lo ha proprio voluto.
Pietro, che si credeva così forte, che aveva giurato
di seguire il Maestro fino alla morte, lo abbandona allorché lo vede nelle mani
dei soldati; non lo segue che da lontano. Entra tremando nel palazzo del Sommo
Sacerdote. Per tre volte rinnega il Salvatore, perché ha paura dei motteggi di
una serva; attesta spergiurando che non conosce "quell'uomo", e il
gallo canta. Gesù torna indietro e rivolge al suo Apostolo uno sguardo pieno di
misericordioso rimprovero: e i loro sguardi s'incontrano. Era la grazia, una
grazia folgorante, che questo sguardo donava a Pietro. L'Apostolo non la
respinge: uscì subito e pianse amaramente.
Come a Giuda, come a Pietro, Gesù ci offre le sue
grazie di pentimento e di conversione. Possiamo accettarle o rifiutarle: siamo
liberi. Sta a noi decidere tra il bene e il male, tra il Cielo e l'Inferno; la
nostra salvezza sta nelle nostre mani.
Il Salvatore fa più che offrirci le sue grazie:
intercede per noi presso suo Padre, gli ricorda le sofferenze che ha sopportato
per la nostra Redenzione. Prende la nostra difesa di fronte a Lui, scusa le
nostre colpe: "Padre mio - gridò tra i tormenti della sua agonia - Padre
mio, perdonate loro, perché non sanno ciò che fanno" 7.
Il Maestro, durante la sua Passione, aveva così gran
desiderio di salvarci che non cessò un istante di pensare a ciascuno di noi.
Sul Calvario, è ai peccatori che rivolge i suoi
ultimi sguardi; è in favore del buon ladrone che pronuncia una delle sue ultime
frasi. Stende ampiamente le sue braccia sulla Croce, per manifestare con quale
amore accoglie il nostro pentimento sul suo adorabile Cuore.
La contemplazione del
Crocifisso deve rianimare la nostra fiducia
Se qualche volta nelle vostre lotte intime sentite
indebolirsi la vostra fiducia, meditate i passi del Vangelo che vi ho indicato.
Lanciate un lungo sguardo sul vostro Crocifisso.
Contemplate questa Croce ignominiosa sulla quale
spira il Salvatore. Guardate la sua povera testa coronata di spine che cade
inerte sul suo petto. Osservate i suoi occhi spenti, il suo livido volto su cui
il Preziosissimo Sangue si coagula. Guardate i piedi e le mani trafitti, il suo
Corpo straziato. Osservate il suo adorabile Cuore, aperto dalla lancia di un
soldato: ne è uscita qualche goccia di acqua insanguinata. Vi ha dato tutto.
Come potreste diffidare di Lui?
Egli attende però che lo contraccambiate.
In nome del suo amore, in nome del suo martirio, in
nome della sua morte, risolvetevi di evitare ormai il peccato mortale.
La vostra debolezza è grande, ma Egli vi aiuterà.
Nonostante la vostra volontà, avrete forse delle cadute e ricadute; ma Egli è
misericordioso. Quello ch'Egli vi chiede è di non intorpidirvi nel peccato, di
non marcire nelle cattive abitudini. Promettetegli di confessarvi senza esitare
e di non addormentarvi mai con un peccato mortale sulla coscienza.
Beati voi, se manterrete coraggiosamente questo santo
proposito! Gesù non avrà sparso invano per voi il suo prezioso Sangue. Potrete
rassicurarvi sulle vostre disposizioni interiori. Avrete il diritto di
considerare serenamente il tremendo problema della predestinazione: porterete
sulla vostra fronte il segno degli eletti.
Note:
1 - Si quis peccaverit,
advocatum habemus apud Patrem, Jesum Christum justum (I Gv, II, 1).
2 - Qui sine peccato est
vestrum, primus in illum lapidem mittat (Gv VIII, 7).
3 - Et remansit solus Jesus, et mulier in medio stans. Erigens
autem se Jesus, dixit ei: Mulier, ubi sunt qui te accusabant? Nemo, Domine.
Dixit autem Jesus: Nec ego te condemnabo: vade, et jam amplius noli peccare
(Gv, VIII, 9-11).
4 - Major est iniquitas mea quam ut veniam merear (Gen, IV, 13).
5 - Is, LIII, 7.
6 - Amice ad quid venisti? (Mt, XXVI, 50). Juda, osculo Filium
hominis tradis? (Lc, XXII, 48).
7 - Pater, dimitte illis: non enim sciunt quid faciunt (Lc, XXIII,
34).
CAPITOLO QUINTO
I fondamenti della fiducia
L'Incarnazione del Verbo
La casa del sapiente è fondata sulla roccia: né le
inondazioni, né le piogge, né le tempeste potranno rovesciarla. Affinché
l'edificio della nostra fiducia resista a tutte le prove, bisogna elevarlo su
delle basi incrollabili.
"Voi volete sapere - dice san Francesco di Sales
- quale fondamento deve avere la nostra fiducia. Bisogna che sia fondata
sull'infinita bontà di Dio e sui meriti della Morte e della Passione di Nostro
Signore Gesù Cristo, con questa condizione, per parte nostra: che noi abbiamo e
conosciamo in noi una totale e ferma risoluzione di essere completamente di
Dio, e di abbandonarci del tutto e senza alcuna riserva alla Sua
Provvidenza" 1.
I motivi della nostra speranza sono troppo numerosi
per poterli enumerare tutti. Esamineremo qui soltanto quelli fondati
sull'Incarnazione del Verbo e sulla sacra Persona del Salvatore. Infatti Cristo
è la pietra angolare 2 sulla quale deve principalmente poggiare la nostra vita
interiore.
Quale fiducia c'ispirerebbe il mistero
dell'Incarnazione, se solo ci sforzassimo di considerarlo in modo meno
superficiale!
Chi è, dunque, questo pargolo che vagisce nella
greppia, quest'adolescente che lavora nella bottega di Nazareth, questo
predicatore che entusiasma le folle, questo taumaturgo che compie innumerevoli
prodigi, questa vittima innocente che muore sulla Croce? E' il Figlio dell'Altissimo,
eterno e divino come suo Padre; è l'Emanuele, atteso da tanto tempo; è colui
che il profeta chiama "l'Ammirabile, il Dio Forte, il Principe della
Pace" 3.
Ma Gesù, e noi lo dimentichiamo troppo spesso, è
anche nostra proprietà. Egli ci appartiene, in tutto il rigore
dell'espressione; è nostro; abbiamo su di Lui diritti imprescrittibili, perché
suo Padre ce l'ha donato. Lo afferma la Scrittura: "Il Figlio di Dio ci è
donato" 4; e san Giovanni, nel suo Vangelo, dice a sua volta: "Dio ha
tanto amato il mondo da donargli il suo unico Figlio" 5.
Ebbene, se Cristo ci appartiene, ci appartengono
anche gl'infiniti meriti delle sue fatiche, delle sue sofferenze e della sua
morte.
Come potremmo allora scoraggiarci? Consegnandoci suo
Figlio, il Padre ci ha consegnato la pienezza di tutti i beni. Sappiamo
sfruttare ampiamente questo prezioso tesoro!
Rivolgiamoci dunque al Cielo con una santa audacia e,
in nome di quel Salvatore che è nostro, domandiamo senza esitare le grazie che
desideriamo. Chiediamo per noi i favori temporali e soprattutto gli aiuti della
Grazia; pace e prosperità per la nostra Nazione, e tranquillità e libertà per
la Chiesa.
Una tale preghiera verrà certamente esaudita. Facendo
così, non facciamo forse uno scambio con Dio? In cambio dei beni desiderati,
Gli offriamo il suo Figlio unigenito. In questo scambio, Dio non ci
imbroglierà.
Gli doneremo infinitamente di più di quanto
riceveremo da Lui.
Questa preghiera, se la faremo con quella fede che
muove le montagne, sarà così efficace da ottenerci, se necessario, anche i
prodigi più clamorosi.
La potenza di Nostro
Signore
Quel Verbo Incarnato, che si è donato a noi, possiede
un potere illimitato. Nel Vangelo, Egli ci appare come il supremo Padrone della
Terra, dei demoni e della vita soprannaturale: tutto è sottomesso al suo sommo
dominio.
In questa potenza del Salvatore troviamo un altro
motivo per la nostra certissima fiducia. Nulla può impedire a Nostro Signore di
aiutarci e di proteggerci.
Gesù comanda alle forze della natura.
All'inizio del suo ministero apostolico, Egli assiste
alle nozze di Cana. Ora, durante il banchetto, viene a mancare il vino. Quale
imbarazzo per i poveretti, che avevano invitato il Maestro con sua Madre e i
discepoli! La Vergine Maria s'accorge dell'infortunio: è sempre Lei la prima a
notare i nostri bisogni ed a soccorrerli. Rivolge al Figlio uno sguardo
implorante, gli sussurra a bassa voce una breve preghiera: ella conosce il suo
potere e il suo amore. E Gesù, che non sa rifiutarle nulla, trasforma l'acqua
in vino! Fu il suo primo miracolo 6.
Una sera, per evitare la folla che l'assale,
attraversa in barca, con i suoi discepoli, il lago di Genezareth. Mentre
navigano, si leva il vento, scoppia la tempesta, le onde si gonfiano, i flutti
si infrangono rimbombando. L'acqua straripa sul ponte, la nave sta per
affondare.
Ma Egli, affaticato dal duro lavoro, dorme in poppa,
con la divina testa appoggiata sul cordame. I discepoli, sgomenti, lo svegliano
gridando: "Signore, Signore, salvaci, siamo perduti!" 7. Allora il
Signore si alza, apostrofa il vento e dice all'acqua: "Silenzio,
quietati!". Subito scende una gran calma. I testimoni di questa scena si
domandavano stupiti: "Chi è dunque costui, al quale obbediscono il mare e
i venti?".
Gesù guarisce i malati.
Alcuni ciechi gli si avvicinarono a tastoni e gli
gridano la loro disperazione: "Figlio di David, abbi pietà di noi" 8.
Il Maestro tocca i loro occhi e questo contatto divino li apre alla luce.
Gli conducono un sordomuto, pregandolo di imporgli le
mani. Il Salvatore esaudisce la richiesta, e la lingua di quell'uomo di
scioglie, le sue orecchie odono.
Incontra un giorno per strada dieci lebbrosi.
Nell'umana società, il lebbroso è un esiliato: è cacciato dai villaggi, si
evita il suo contatto per timore del contagio, ci si distoglie con disgusto
dalla sua putredine. Questi dieci sventurati non osavano avvicinarsi a Nostro
Signore: si tenevano appartati. Ma racimolando quel poco di forze che lasciava
loro la malattia, gli gridavano da lontano: "Signore, abbiate pietà di
noi!". Gesù, che doveva essere, sulla Croce il lebbroso per eccellenza, si
commuove per la loro miseria. "Andate a presentarvi ai sacerdoti",
dice loro. E mentre essi si avviavano per ubbidire al suo comando, furono
guariti.
Gesù risuscita i morti.
Ne restituisce tre alla vita. E, con il più
stupefacente dei prodigi, dopo esser morto tra le ignominie del Golgota. Dopo
esser stato deposto nella tomba, all'alba del terzo giorno resuscita se stesso.
E' così ch'Egli ci risusciterà alla fine dei tempi, e che ci restituirà coloro
che amavamo e che abbiamo perduto, trasformati, ma sempre uguali a loro stessi
nella loro gloria. Egli asciugherà le nostre lacrime per l'eternità. Allora non
ci saranno più né pianti, né assenze, né lutti, perché il tempo della nostra
miseria sarà finito.
Gesù comanda agli inferi.
Durante i tre anni della sua vita pubblica, Egli
incontra alcuni ossessi. Parla ai demoni come chi possiede l'autorità suprema;
dà loro comandi imperiosi, e i demoni fuggono alla sua voce, confessando la sua
divinità.
Gesù è il maestro alla vita soprannaturale.
Egli resuscita le anime morte e restituisce loro
quella Grazia che avevano perduto. Per provare di possedere realmente questo
divino pot3ere, guarisce un paralitico.
"Che cosa è più facile - chiede agli scribi che
lo circondano - secondo voi da dire: i tuoi peccati ti sono perdonati, oppure
levati e cammina? Affinché sappiate che il Figlio dell'Uomo ha in terra il
potere di rimettere i peccati: alzati - dice al paralitico - prendi la tua
barella e torna alla tua casa!" 9.
E' bene meditare a lungo sulla potenza del Salvatore.
Quando si tratta del nostro bene, il Maestro non esita mai a mettere il suo
divino potere al servizio del suo amore per noi.
La sua bontà
Il fatto è che Nostro Signore è adorabilmente buono:
il suo Cuore non può veder soffrire senza restarne spezzato. Questa pietà lo ha
spinto a compiere spontaneamente, prima di averne ricevuto preghiera, alcuni
dei suoi più grandi miracoli.
La folla lo seguiva attraverso le deserte montagne
della Palestina; da tre giorni, per poterlo ascoltare, essa aveva trascurato di
bere e di mangiare. Ma il Signore chiama gli Apostoli: "Vedete questa
povera gente? - dice loro - Non posso congedarli così: cadrebbero di stenti per
la strada. Ho compassione di questa folla" 10. E moltiplica i pani e i
pesci rimasti ai suoi discepoli.
Un'altra volta si stava recando alla cittadina di
Naim, scortato da un gruppo numeroso. Giunto quasi alle porte della città,
incontra un corteo funebre. Un giovane veniva condotto alla sue estrema dimora:
era l'unico figlio di una vedova. Senza ormai più speranza, nn potendo più
attendersi nulla dalla vita, la povera donna seguiva gemendo il corpo del
figlio. La vista di questo muto dolore sconvolge il Signore: fu mosso a
misericordia. "Povera afflitta - le dice - non piangere più" 11, e si
avvicina alla barella dove giaceva il cadavere e restituisce il giovane alla
madre.
Anime schiacciate dalle prove, coscienze tormentate
dal dubbio o forse dal rimorso, cuori spezzati dal tradimento o dai lutti; voi
tutti che soffrite, credete che Gesù non abbia pietà dei vostri dolori? Non
avreste compreso nulla del suo immenso amore. Egli conosce le vostre miserie:
le vede, e il suo Cuore ne è toccato. E' su di voi ch'Egli rivolge oggi il suo
grido di compassione, è a voi che si rivolge, come già alla vedova di Naim:
"Non piangere più; io sono la Rassegnazione, sono la Pace; io sono la
Resurrezione e la Vita!".
Questa fiducia, che la sua bontà dovrebbe
naturalmente ispirarci, Nostro Signore l'esige da noi esplicitamente: la pone
come una condizione essenziale per ricevere i suoi favori. Lo vediamo, nel
Vangelo, esigere degli atti formali, prima di compiere certi miracoli.
Perché Lui, così tenero, si mostra apparentemente
così duro verso la cananea che gli domanda la guarigione della figlia? La
respinge più volte, ma niente la scoraggia; niente ferma la sua incrollabile
fiducia. E' appunto quello che il Salvatore desidera. "Donna - esclama con
gioiosa ammirazione - la tua fiducia è grande"". E aggiunge:
"Sia fatto secondo la tua volontà" 12
Fiat tibi sicut vis. La fiducia ottiene il compimento
dei nostri desideri: Nostro Signore stesso l'afferma.
Strana aberrazione dell'intelligenza umana! Noi
crediamo ai miracoli del Vangelo, dato che siamo cattolici per convinzione;
crediamo che Nostro Signore, salendo al Cielo, non ha perso nulla della sua
potenza; crediamo alla sua bontà, dimostrata dalla sua vita intera ... eppure
non riusciamo ad abbandonarci alla fiducia.
Conosciamo molto male il Cuore di Gesù. Ci ostiniamo
a giudicarlo secondo la debolezza dei nostri cuori: si direbbe proprio che
vogliamo ridurre la sua immensità alle nostre meschine proporzioni. Facciamo
fatica ad ammettere la sua incredibile misericordia verso i peccatori, perché
noi siamo vendicativi e lenti a perdonare. Paragoniamo la sua tenerezza
infinita ai nostri piccoli affetti. Non comprendiamo nulla di questo fuoco
inestinguibile che rendeva il suo Cuore un immenso braciere d'amore, questa
santa passione per gli uomini che lo dominava interamente, questa folle carità
che lo spinse dalle umiliazioni della mangiatoia al sacrificio del Golgota. E
non possiamo esclamare,. Nella pienezza della nostra fede, come l'Apostolo san Giovanni:
"Abbiamo creduto nel suo amore! Credidimus charitati" 13.
O Maestro adorabile, vogliamo ormai abbandonarci
interamente al vostro amoroso comportamento.
Vi affidiamo la cura del nostro avvenire materiale.
Ignoriamo ciò che ci riserva questo avvenire, carico di minacce; ma ci mettiamo
nelle mani della vostra Provvidenza.
Vi affidiamo le nostre pene; esse sono talvolta
davvero crudeli, ma voi siete qui per addolcirle.
Vi affidiamo le nostre miserie morali; la nostra
debolezza ci spinge a temere ogni mancanza. Ma voi ci sosterrete e ci
preserverete dalle cadute.
Come il vostro Apostolo prediletto, che poggiava il
capo sul vostro petto, noi ci riposeremo sul vostro Cuore divino e, secondo le
parole del Salmista, ci addormenteremo in una pace deliziosa, poiché voi, o
Gesù, ci avete posto in un'inalterabile fiducia.
Note:
1 - S. Francesco di Sales, Les vrais entretiens spirituels, in
Ouvres, Annecy, J. Niérat 1895, vol. VI, p. 30
2 - Cfr. Atti, IV, 6.
3 - Cfr. Is, IX, 6.
4 - Cfr. Is, IX, 6.
5 - Deus dilexit mundum ut Filium suum unigenitum daret (Gv, III,
16).
6 - Gv, II, 1-11.
7 - Domine, salva nos, perimus! (Mt, VIII, 25).
8 - Miserere nostri, fili David! (Mt, IX, 26).
9 - Mc, II, 9-11.
10 - Misereor super turbam (Mc, VIII, 2).
11 - Noli flere (Lc, VII, 13).
12 - Fiat tibi sicut vis (Mt, XV, 28).
13 - 1 Gv, IV, 16.
CAPITOLO SESTO
I frutti della fiducia
La fiducia glorifica Dio
L'elogio più magnifico che si possa fare della
fiducia sta nel mostrarne i frutti: sarà questo l'argomento dell'ultimo
capitolo. Possano le seguenti considerazioni incoraggiare le anime inquiete a
vincere infine la loro pusillanimità ed a praticare perfettamente questa
preziosa virtù.
La fiducia non vaga nelle sfere più umili delle virtù
morali: essa si lancia con un salto fin davanti al trono dell'Eterno, fino allo
stesso cuore del Padre celeste.
Essa rende un omaggio eccellente alle infinite
perfezioni divine: alla sua bontà, perché essa attende solo da Lui gli aiuti
necessari; alla sua potenza, perché essa disdegna ogni forza che non sia la
sua; alla sua sapienza, perché essa riconosce la saggezza dei suoi sovrani
interventi; alla sua fedeltà, perché essa conta senza esitazioni sulla sua
divina parola.
Essa dunque partecipa sia della lode che dell'adorazione.
Ora, nelle manifestazioni della vita religiosa, non vi sono atti più elevati di
questi: sono gli atti sublimi che occupano in Cielo le anime beate. I Serafini,
in presenza dell'Altissimo, si velano il volto con le ali, e i cori angelici
gli ripetono perdutamente la loro triplice acclamazione.
La fiducia compendia, in una luminosa e dolcissima
sintesi, la tre virtù teologali: la Fede, la Speranza e la Carità.
Così, il Profeta, ammirato dallo splendore di questa
virtù si sente incapace di trattenere la propria ammirazione ed esclama nel suo
entusiasmo: "Benedetto l'uomo che si affida a Dio" 1.
Ma, per contro, l'anima sfiduciata offend3e il
signore. Ella dubita della sua provvidenza, della sua bontà, del suo amore.
Ella va in cerca degli aiuti delle creature; anche oggi, forse, si abbandona a
pratiche superstiziose. Questa sventurata si appoggia su fragili sostegni, che
si spezzeranno sotto il suo peso e la feriranno crudelmente.
E Dio è irritato da una tale offesa.
Nel IV Libro dei Re si racconta che Ochozia,
ammalatosi, chiese consiglio ai sacerdoti degli idoli. Jahveh se ne irritò, e
incaricò il profeta Elia di riferire terribili minacce al sovrano: "E'
forse perché non v'è un solo Dio, in Israele, che tu consulti Belzebub, il dio
di Acharon? Per questo fatto, non ti potrai più alzare dal letto su cui sei
steso, ma anzi per certo morrai" 2.
Il cristiano che dubita della bontà divina, che
affida le proprie speranze alle creature, non merita forse lo stesso
rimprovero? Non si espone a giusti castighi? Forse la Provvidenza non veglia su
di lui, perch'egli debba rivolgersi follemente a esseri deboli, incapaci di
aiutarlo?
Essa attira favori
eccezionali sulle anime
"Non
perdete la vostra fiducia, - dice l'Apostolo Paolo - poiché essa merita una
grande ricompensa" 3. Infatti, questa virtù procura a Dio una gloria così
grande, da attirare necessariamente sulle anime favori eccezionali.
Nelle Scritture, il Signore ha più volte espresso con
quale generosa magnificenza Egli tratti i cuori fiduciosi:
"Poiché ha sperato in me, lo libererò; siccome
ha conosciuto il mio Nome, lo proteggerò. Egli griderà verso di me ed io lo
esaudirò. Sarò con lui nelle tribolazioni, lo scamperò e lo glorificherò"
4. Quali appaganti promesse, proferite da Colui che punisce ogni parola inutile
e che condanna le più lievi esagerazioni!
Secondo la testimonianza della Verità stessa, dunque,
la fiducia di scampa da ogni male.
"Siccome avete scelto l'Altissimo come vostro
rifugio, il male non vi raggiungerà e i flagelli non si avvicineranno al vostro
tabernacolo. Egli infatti ha comandato ai suoi Angeli di vegliare su di voi,
lungo tutte le vostre vie: loro vi porteranno nelle loro mani affinché il
vostro piede non inciampi contro un sasso. Voi camminerete sull'aspide e sul
basilisco, e calpesterete il leone e il dragone" 5.
Fra i mali dai quali la fiducia ci preserva, bisogna
porre in prima fila il peccato. D'altronde, nulla di più conforme alla natura
delle cose. L'anima fiduciosa conosce il proprio nulla, come quello di tutte le
creature; è per questo ch'ella non conta né su se stessa né sugli uomini, ma
mette in Dio tutta la sua speranza. Ella diffida della propria miseria, e
quindi pratica la vera umiltà. Ora, non sapete forse che l'orgoglio è la radice
di tutte le nostre colpe 6, l'inizio della rovina? 7 Il Signore si allontana
dal superbo, lo abbandona alla sua debolezza e lo lascia cadere. La caduta di
san Pietro ne è un terribile esempio.
Nei misericordiosi disegni della sua sapienza, Dio
permetterà forse che l'anima fiduciosa venga colpita, per un certo tempo, dalla
prova; tuttavia, niente la smuoverà: essa rimarrà immobile e ferma "come
il monte Sion" 8. Essa conserverà la gioia in fondo al suo cuore 9 e,
nonostante i frastuoni della burrasca, si addormenterà in pace, come un bimbo
tra le braccia del Padre 10. Essa si lascerà condurre fino al felice termine
del proprio viaggio, poiché Dio salva "quelli che sperano in Lui" 11.
Ma questi non sono che favori puramente negativi.
Dio colma dei favori più positivi l'uomo che confida
in Lui. Ascoltate con quale solenne poesia il Profeta illustra questa verità:
"Beato l'uomo che si affida al Signore, e la cui
speranza è nel Signore. Egli sarà come un albero piantato sulla riva delle
acque, le cui radici sono nell'umida terra: non avrà nulla da temere, quando
verrà il caldo. Le sue foglie saranno sempre verdi, e nel tempo della siccità
non ne soffrirà, né cesserà mai di produrre frutti" 12.
Per rendere la pace radiosa di questo quadro mediante
un contrasto raggelante, osservate la lamentevole sorte di colui che si è
affidato alle creature:
"Maledetto l'uomo che confida nell'uomo, che fa
conto della carne e il cui cuore si allontana dal Signore! Egli sarà come la
tamerice desertica, (...) resterà nell'aridità, su una terra salata e
inabitabile" 13.
La preghiera fiduciosa
ottiene tutto
Infine - e non è la minima delle sue prerogative - la
fiducia viene sempre esaudita. Non si esagererà nel ripeterlo: la preghiera
fiduciosa ottiene tutto.
Le Scritture, con un'insistenza assai marcata, ci
raccomandano di rianimare la nostra fede, ogni volta che presentiamo a Dio le
nostre umili richieste: "Tutto ciò che avrete chiesto con fede nelle
vostre preghiere, l'otterrete" 14, dice il Salvatore. L'Apostolo san
Giacomo dice la stessa cosa: vuole che chiediamo con fede, senza esitare. Colui
che dubita somiglia agli incostanti flutti del mare: non pretenda, in questa
disposizione d'animo, di venire esaudito 15.
Di quale fede si parla, in questi passi?
Non della fede abituale, infusa dal Battesimo nelle
nostre anime, ma di questa speciale fiducia, che ci fa attendere con fermezza
l'intervento della Provvidenza in una data situazione. Nostro Signore lo dice
esplicitamente nel Vangelo: "Tutto ciò che chiedete nella preghiera,
abbiate fede di ottenerlo, e vi sarà accordato" 16. Il Maestro non poteva
descrivere più chiaramente la fiducia.
Possiamo avere una fede vivissima, e tuttavia
dubitare che Dio voglia accogliere favorevolmente alcune nostre richieste. Per esempio,
siamo certi che l'oggetto del nostro desiderio sia compatibile col nostro vero
bene? E dunque esitiamo. Questa semplice esitazione, fa notare un teologo,
diminuisce l'efficacia della nostra preghiera 17.
Altre volte, al contrario, la nostra intima certezza
si fortifica al punto da scacciare del tutto ogni dubbio ed esitazione. Siamo
tanto certi d'essere esauditi, che ci sembra di possedere già la grazia
sollecitata.
"In considerazione di una così perfetta fiducia
- scrive il padre Pesch - Dio ci concede dei favori che, senza di essa, non ci
avrebbe mai dato. Effettivamente, il bene che gli abbiamo chiesto non ci era
indispensabile, oppure non rispondeva alle condizioni necessarie perché Dio
fosse tenuto ad accordarcelo in forza delle sue promesse" 18.
D'altronde, la maggior parte delle volte, questa
certezza interiore è opera della Grazia in noi.
"Così - conclude lo stesso autore - una fiducia
singolare di ottenere tale o talaltra grazia, è una specie di promessa
specifica che Dio ci fa nell'accordarcela" 19.
Una frase di san Tommaso riassumerà questa breve
disquisizione: "La preghiera - dice il Dottore Angelico- riceve dalla
carità il suo merito, ma la sua efficacia impetratoria le viene dalla fede e
dalla fiducia" 20.
Esempi di santi
I santi pregavano con questa fiducia, e Dio si
mostrava, verso di loro, di un'infinita munificenza.
L'abate Sisois, come riferiscono le Vite dei Padri,
pregava per uno dei suoi discepoli, piegato dalla violenza della tentazione:
"Lo vogliate o no - diceva rivolto a Dio - non vi lascerò finché non
l'abbiate guarito!". E l'anima del povero frate ritrovò la Grazia e la
serenità 21.
Nostro Signore si degnò di rilevare a santa Gertrude
che la fiducia di lei faceva una tale violenza al suo Sacro Cuore, che Egli era
costretto a favorirla in tutto; ed aggiungeva che, così facendo, soddisfaceva
le esigenze della sua bontà e del suo amore per lei.
Un'amica della stessa santa da un certo tempo pregava
senza riuscire ad ottenere nulla. "Ho rimandato la concessione di quanto
mi avevi domandato - le disse il Salvatore - perché tu non confidi affatto
nella mia bontà come fa la mia fedele Gertrude. Per questo non le rifiuterò mai
nulla di ciò che mi chiederà" 22.
Infine, ecco come pregava santa Caterina da Siena,
secondo la testimonianza del suo confessore, il beato Raimondo da Capua:
"Signore, non lascerò i vostri piedi, la vostra presenza, finché la vostra
bontà non mi avrà concesso quanto desidero, finché non desidererete fare quello
che voglio.".
"Signore - proseguiva - voglio che mi
promettiate, per tutti coloro che amo, la vita eterna".
Poi, con un ardimento ammirevole, tendeva le mani
verso il Tabernacolo:
"Signore, mettete la vostra mano nella mia. Sì,
datemi la prova che mi concederete quanto vi chiedo".
Questi esempi c'invitino a rientrare in noi stessi;
esaminiamo un poco la nostra coscienza. Poniamoci, con un pio scrittore, questa
domanda: "Mettiamo noi nelle nostre preghiere una fiducia estrema,
qualcosa di simile a quella radicalità del fanciullo che sollecita dalla propria
madre un oggetto cui tiene? La radicalità di questi piccoli mendicanti che ci
inseguono e che vengono esauditi a forza di importunare? La radicalità,
soprattutto, insieme così rispettosa e così fiduciosa, che i santi hanno nelle
loro richieste" 23.
Conclusione dell'opera
Una conclusione deriva naturalmente imperiosamente,
da questo nostro breve studio.
Anime cristiane, impiegate tutti i mezzi di cui
disponete per ottenere la fiducia!
Meditate molto sull'infinito potere di Dio, sul suo
immenso amore, sulla sua inviolabile fedeltà nel mantenere le promesse, sulla
Passione di Nostro Signore.
Ma non rifugiatevi indefinitivamente nella
contemplazione: passate dalla riflessione all'azione.
Moltiplicate gli atti di fiducia; ciascuna delle
vostre occupazioni sia un'occasione per rinnovarli. Sarà soprattutto nell'ora
delle difficoltà e della prova che bisognerà moltiplicarli.
Ripetete spesso l'invocazione, così toccante:
"Cuore Sacratissimo di Gesù, confido in voi!".
Diceva Nostro Signore ad un'anima privilegiata:
"La sola preghiera: Mi affido a voi, mi rapisce il Cuore, poiché in essa
sono comprese la fiducia, la fede, l'amore e l'umiltà" 24.
Non abbiate timore di esagerare nella pratica di questa
virtù! "Non bisogna mai temere, supponendo di condurre una buona vita, di
avere una fiducia troppo grande; poiché come Dio, a motivo della sua infinita
veracità, merita una fede in un certo senso infinita, così, a motivo della sua
potenza, della sua bontà, dell'infallibilità delle sue promesse, perfezioni non
meno infinite della sua veracità, Egli merita un'infinita fiducia" 25.
Non risparmiate dunque gli sforzi. I frutti della
fiducia sono abbastanza preziosi, perché vi diate pena di coglierli.
E se per caso venite a lamentarvi di non aver
ottenuto i meravigliosi benefici che vi aspettate, vi risponderò con san
Giovanni Crisostomo:
"Voi mi dite: ho sperato e sono rimasto deluso.
Che strane parole! Non bestemmiate le Scritture! Siete rimasti delusi perché
non avete sperato come dovevate, perché vi siete scoraggiati, perché non avete
atteso la fine della prova, perché siete stati pusillanimi. La fiducia sta
soprattutto nel risollevarsi, nella sofferenza e nel pericolo, e nell'elevare
il cuore a Dio" 26.
Note:
1 - Benedictus vir qui confidit in Domino (Ger, XVII, 7).
2 - IV Reg, I, 6.
3 - Heb, X, 35.
4 - Ps, XC, 14-15.
5 - Ps, XC, 9-13.
6 - Initium omnis peccati est superbia (Eccl, X, 15).
7 - Ante ruinam exaltatur spiritus (Prov, XVI, 18).
8 - Qui confidunt in Domino, sicut mons Sion (Ps, CXXIV, 1).
9 - Dedisti laetitiam in corde me (Ps, IV, 7).
10 - In pace in idipsum dormiam et requiescam, quoniam tu, Domine,
singulariter in spe constituisti me (Ps, IV, 9-10)
11 - Ps, XVI, 7.
12 - Ger, XVII, 7-8.
13 - Ger, XVII, 5-6.
14 - Mt, XXI, 22.
15 - Jac, I, 6-7.
16 - Mc, XI, 24.
17 - "Haec haesitatio non quidem tollit, sed minuit
efficaciam orationis". C. Pesch S.J., Praelectiones dogmaticae, t. IX, p.
166.
18 - Ivi.
19 - Ivi.
20 - San Tommaso d'Aquino, Summa Theologica, II-IIae, q. 83, a. ad
3.
21 - Cfr. Vita Patrum, t. VI.
22 - J.B. Saint-Jure, op. cit, t. III, p. 27.
23 - C. Sauvé, Jésus intime, Amat, Paris 1908, t. II, p. 428.
24 - Suor Benigna Consolata Ferrero, op. cit.
25 - J.B. Saint-Jure, op. cit., t. III, p. 6.
26 - S. Joanni Chrisostomi, In psalmum CXVII comm.