Gentile lettore,
“Qualche mese fa vi ho fatto richiesta
del LIBRO DELLA FIDUCIA – ci ha scritto una simpatizzante di “Luci sull’Est” di
Rocca di Cambio (Aquila) – e voi me lo avete recapitato subito con mia grande
gioia perché da quel giorno lo leggo continuamente e non so descrivervi quanta
pace mi porta nel cuore. Volevo chiedervi, se possibile, di inviarmene ancora
qualche copia per poterlo donare a qualcuno". Con molto piacere abbiamo
inviato altre copie di questo capolavoro del P. Thomas de Saint-Laurent, che
“Luci sull’Est” ha pubblicato, con una Presentazione per questa edizione, di
Mons. Angelo Comastri, Arcivescovo-Delegato Pontificio di Loreto.
Infatti, proprio in questi giorni, chi
non ha bisogno di fare diventare più salda la sua fiducia nell'aiuto divino,
per l’intercessione di Maria Santissima?
“Luci sull’Est”, con la diffusione
della buona stampa, cerca di preparare le persone per evitare le catastrofi che
sono causate da un atteggiamento di offesa a Dio. Però, se arriva una
catastrofe, le persone sappiano anche come affrontarle. Così se spiega la larga
distribuzione che abbiamo fatto del libro con il Messaggio della Madonna a
Fatima, il “Trattato della vera devozione a Maria” di San Luigi Grignion da
Montfort, la “Via Crucis” (accompagnata da uno splendido CD con la lettura
della stessa ed un bellissimo sottofondo musicale utile per diverse esigenze) e
diverse altre opere.
Ma – potrà chiedersi
qualcuno – c’è un rapporto fra le catastrofi naturali o umane (come le guerre)
e la pratica della Legge di Dio?
Sant’Antonio Maria Claret (1807-1870),
fondatore dell’ordine missionario spagnolo dei “Figli del Cuore Immacolato di
Maria” (Claretiani), arcivescovo di Santiago a Cuba e confessore della regina
Isabella di Spagna, ha scritto nel 1865 il libro “ORIGEN DE LAS CALAMIDADES
PUBLICAS, como son: colera, peste, guerra, hambre, etc., y el modo de
conjurarlas y disiparlas. (“Origine delle pubbliche sciagure, come sono il
colera, la peste, la guerra, la fame ecc. ed il modo di allontanarle e
dissiparle”). Nel 1985, la prestigiosa casa editrice spagnola B.A.C.
(Biblioteca de Autores Cristianos) ha ripubblicato quest’opera sotto il titolo
di “Escritos Espirituales”. Raccomandiamo vivamente ai nostri lettori che
possano leggere questo eccellente lavoro di Sant’Antonio Maria Claret.
Trascriviamo di seguito un brano che
risponde alla domanda sopra:
“Questi [dieci] Comandamenti si
chiamano naturali e morali e sono la base della felicità individuale e sociale.
L’individuo che li rispetta tutti per bene è felice in questa vita e anche
nell’altra; quello che li viola è disgraziato. Questo accade anche alla
società: è felice se osserva i Comandamenti, mentre è disgraziata se li viola.
La società si basa sulla moralità e la moralità può nascere solo
dall’osservanza di questi precetti, dettati da Dio stesso a questo scopo;
cosicché, se essi non vengono rispettati, i legami morali si dissolvono e
quindi la società sprofonda. Come quando si minano le fondamenta di un
edificio, esso crolla e le sue rovine schiacciano i suoi abitanti, così accade
a coloro che vivono in una società che non rispetta quei precetti.
“Altra ragione. L’uomo va considerato
come individuo e come membro del corpo sociale, e per questo lo si qualifica
come razionale e sociale. Quando egli viola i precetti della Legge di Dio,
pecca non solo come individuo ma anche come membro del corpo sociale. Dio è
giusto, per cui non lascia senza premio o castigo nessuna cosa, sia in questo
mondo che nell’altro. Ma siccome l’anima umana vivrà in eterno, Dio non si
affretta a castigare l’individuo in questa vita; anzi, forse lo lascia senza
castigo, perché avrà modo di castigarlo nell’altra vita per tutta l’eternità,
poiché l’individuo esisterà sempre. Non succede lo stesso riguardo la società:
essendo questa un corpo che si dissolve, deve ottenere in questo mondo la
felicità o la disgrazia in base alla osservanza o il disprezzo dei Comandamenti
manifestato dagli uomini. Questo lo afferma Dio stesso nelle Sacre Scritture
(Ex. 20, 5-6) e lo vediamo costantemente confermato dalla storia: le società
umane sono state sempre felici o infelici, secondo che hanno rispettato o
disprezzato i santi Comandamenti della Legge di Dio.
“Essendo questa una verità innegabile,
dobbiamo sforzarci di osservare bene i precetti della santa Legge di Dio e
inoltre di esortare gli altri a osservarli; in questo modo noi ed essi saremo
felici in questa vita e poi anche nell’altra, per tutta l’eternità. Così sia”
(cfr. op. cit., capitolo III, pag. 226-227).
Un Dio che castiga
non sarebbe un Dio dell’Antico Testamento? Il Dio del Nuovo Testamento non
sarebbe soltanto il ‘Dio dell’amore’? qualcuno forse potrebbe pure domandarsi.
Sull’ AVVENIRE dell’11 febbraio scorso
è stato pubblicato l’articolo «La giustizia di Dio è anche punizione», di Nello
Scavo, dove si può leggere: “L'aspetto
del giudizio, «della punizione, della "collera" di Dio non deve
sparire dalla nostra fede». Non usa artifici linguistici il cardinale Joseph
Ratzinger per spezzare un equivoco, quello del «Dio che accetta tutto». Più che
una pura invenzione questa è «un'immagine sognata». Piuttosto Dio combatte «ciò
che è cattivo e per questo deve anche punire come giudice per fare giustizia».
Del resto sarebbe come non riconoscere che Gesù «si mostra come Figlio di Dio
proprio perché può prendere la frusta e irato cacciare dal tempio i venditori».
Ed anzi il fatto che il Creatore non è indifferente «davanti a ciò che è
cattivo ci da fiducia».
“È in queste righe uno dei passaggi
salienti della lectio divina guidata nei giorni scorsi dal prefetto della
Congregazione per la dottrina della fede, nella chiesa di Santa Maria in
Traspontina a Roma. Una "lettura" ispirata dal Libro di Giona, il
profeta che rifiutatosi di predicare a Ninive, come gli era stato ordinato da
Dio, s'imbarcò verso Tarsis e gettato in mare durante una tempesta venne
inghiottito da un grosso pesce, nel cui ventre rimase tre giorni uscendone poi
salvo. Quasi una metafora delle contraddizioni presenti in molti cristiani di
oggi.”
Ci sembra che questo è sufficiente per
chiarire qualsiasi dubbio sull’argomento. Ci dispensiamo dal riprodurre
l’intero importantissimo articolo, anche perché l’abbiamo messo sulla sezione
“novità” del sito di “Luci sull’Est”. Ed il lettore lo può trovare pure sul sito
di AVVENIRE (www.avvenire.it) ovviamente.
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Sull’argomento di
una possibile guerra contro l’Irak, ci sono diversi documenti, articoli e
commenti inseriti nella stessa sezione “novità”. Vogliamo chiedere l’attenzione
dei nostri lettori specialmente per una materia lì introdotta molto di recente.
Si tratta della prefazione del prof. Plinio Correa de Oliveira per l’edizione
americana del libro “Fatima, messaggio di tragedia o di speranza?” dell’ing.
Antonio A. Borelli, nei primi mesi del 1985.
Infatti, in quei
giorni era molto in voga, soprattutto negli Usa, il dibattito sulla triste
alternativa: “Better red than dead? Better dead than red?” – “Meglio rossi
[comunisti] che morti, oppure meglio morti che rossi?”
L’insigne
pensatore brasiliano, uomo d’azione e soprattutto di Fede, analizza la
possibilità di una guerra nucleare nella prospettiva del messaggio di Fatima.
Oggi, al di là della questione di circostanza di allora, l’Occidente si trova
nuovamente davanti ad un eventuale conflitto nucleare. Cosa pensare alla luce
di Fatima su una tale possibilità?
Invitiamo i
nostri amici a leggere questo lavoro, che non trascriviamo qui perché
allungherebbe di troppo questa nostra corrispondenza.
“All'interno della
prospettiva di Fatima – ha scritto il prof. Plinio, l’ispiratore di “Luci
sull’Est” –, la vera garanzia contro catastrofi che annientino l'umanità
consiste molto meno – e, in una certa prospettiva, non consiste assolutamente
... – in misure di disarmo, in trattati di pace, e così via, di quanto non stia
nella conversione degli uomini. Ossia, se questi non si convertono i castighi
verranno, per quanto gli uomini si sforzino di evitarli con mezzi diversi da
questa conversione. Al contrario, se si emendano, Dio non solo allontanerà da
loro la pienezza della sua collera vendicatrice, ma si verificheranno fra loro
tutte le condizioni atte a promuovere una pace vera e durevole: la pace di
Cristo nel Regno di Cristo, e più specificamente la pace di Maria nel Regno di
Maria.”
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In mezzo al polverone sollevato dal
possibile conflitto con l’Irak, c’è una questione che può non essere stata
evidenziata con tutta la chiarezza necessaria e restare confusa nella mente di
qualcuno. Per un Paese o una città, la presenza di coloro che simboleggiano la
difesa dell’ordine pubblico – sia a livello nazionale o meramente regionale –
non è antipatica perché evoca le lotte e i pericoli? Che cosa vale di più: la
prosperità? o il sapere? o l’eroismo? “Sono problemi universali, problemi di
tutti i tempi, che agitano appunto per questo, sempre che le vicissitudini
della vita li mettono a fuoco”.
Trascriviamo di seguito un articolo con
il quale vogliamo fare un atto di giustizia sociale – o di gratitudine, come
preferisce il lettore – verso tutti coloro che espongono la loro vita
quotidianamente nella difesa delle nostre persone, dei nostri cari e delle
nostre cose, qualche volte senza ricevere la nostra dovuta riconoscenza per la
loro dedizione.
Quadro in cui accadono i fatti : un villaggio con tutte le
caratteristiche convenzionali - piazza centrale, circondando una graziosa
chiesa madre dalle vetrate colorite, torre, campane e orologio- una fontana di
fronte alla chiesa – all’intorno, un caseggiato modesto e confortevole - in una
delle vicine viuzze, la scuola elementare - altre viuzze, tutte diluendosi in
un prato ameno ed abbondante. A poca distanza da lì una foresta scura, da dove
spuntano con qualche frequenza dei furiosi cinghiali e delle mute di lupi
affamati.
Primo personaggio: la professoressa, che insegna ai bambini con
delicatezza e pazienza angeliche. Alta, snella, modesta, senza pretese.
Secondo personaggio : la pastorella, che
esce al sorgere dell'aurora, portando le sue pecore a pascolare. Adolescente,
pura, affabile, abituata all’isolamento ed alla preghiera.
Terzo personaggio: il cacciatore. Non si tratta di un amatore di caccia,
ma di un modesto funzionario municipale, al quale incombe reclutare, nei momenti
dovuti, alcuni vigorosi individui del villaggio, portarli alla foresta per combattere rudemente gli animali nocivi.
Un’impresa difficile, che richiede lunghe giornate e anche lunghe veglie. Tra i 20 e 30 anni d’età.
Robusto, deciso, tutto plasmato dalla professione. Pelle bruciata dal sole e
conciata dal vento. Capigliatura folta e sciolta. Passo pesante. Stretta di
mano forte, dita callose. Al mattino, è
frequente vederlo di ritorno dal lavoro. Non rare volte, viene portando sulle
spalle un animale morto, che ancora sgocciola sangue. É gioviale.
Delicatissimo. Da quando si abituò al mestiere, mai più un lupo penetrò nel
villaggio, nemmeno un cinghiale devasto le piantagioni. Quando egli attraversa
la piazza della chiesa, le impressioni che causa sono diverse. Alcuni
simpatizzano il suo coraggio allegro e giovanile, la sua franchezza, il suo
portamento virile. E si sentono sicuri
al contatto con un guardiano così snodato. Ad altri, invece, sgradisce
vederlo. Secondo questi la sua semplice presenza rompe la quiete e l'armonia
del paesello, evocando le lotte e i pericoli che sono sgradevoli da ricordare.
La rigidezza d'animo con cui insegue, ferisce ed uccide, offusca la visione
della sua bontà d'anima. Vederlo caricare lietamente qualche sanguinolento
bottino della sua intrepida professione suscita l'impressione che non gli
rincresca nessuno spargimento di sangue , neanche quello umano. Insomma, ad
alcuni egli sembra la personificazione della virilità, della dedizione e della
prodezza. Ad altri è la propria figura orrenda della lotta, della violenza e della guerra.
Quarto personaggio: il bisnonno. Possiede tutto il " physique du
role ". Barba bianca, occhi chiari e infossati. Mani scarne e un po’
tremanti. Risente pure di un pizzico di sordità.
Quinto personaggio: un agente di affari in pensione. Tra i 50 e 60 anni
d’età. Leggermente portato all’obesità. Occhi piccoli, mobili e sagaci. Voce
piena di inflessioni, ora retoricamente sonore, ora flemmaticamente
benevolenti, ora cautamente sussurranti. Viaggiò assai, analizzò molte cose, si
arricchì un po'. È il "boss" del luogo. Gode di raccomandazioni
solide nelle principali città vicine. Da lui passano tutti i fili decisivi, a
lui ricorrono tutti in cerca di consigli nelle situazioni gravi, da lui
provengono sia le notizie di fuori che il commento decisivo sui fatti del
villaggio e della regione.
Luogo dell'avvenimento: la taverna, piccola e piena, dove la
conversazione si generalizzò di tavolo in tavolo.
Il tema: le festività natalizie che si avvicinano. Vanno ricordati i
principali eventi dell'anno. E, naturalmente, la conversazione conduce a una
questione che divide gli animi. Chi fu il personaggio più simpatico dell'anno?
Le opinioni sono divise. Alcuni opinano per la bella pastorella. Quando
esce con il suo gregge, sembra più che vada alla ricerca di un principe
incantato, tanto é graziosa e delicata. Quando è di ritorno, con una leggera
fatica nel dolce viso, evoca con ciò il suo sforzo benemerito e produttivo, e
simboleggia in modo incantevole ciò che vi è di penoso e meritorio nel lavoro
pastorale, si, nell’allevamento, di cui vive la regione.
Altri optano per la professoressa. Lei rappresenta l'insegnamento, il
sapere, la cultura, beni meravigliosi dello spirito, verso i quali apre le
porte alle generazioni venture. Lei è più di un agente di produzione economica.
E' un fattore di elevazione umana. È pastora di creature. Il che vale più che
essere pastora di pecore. E, infatti, con quanta cura le dirige quando camminano
verso la piazza della chiesa, per pregare l'Angelus al suono dei rintocchi che
segnano la fine del lavoro nella dolcezza serale. E quando, poi, riunisce i
bambini in cerchio, attorno al pozzo,
per cantare allegri un girotondo, prima di ricondurli alle loro dimore vicine.
Adesso, tutti esitano tra l’una e l'altra. Poiché non c'è chi non
apprezzi l'una o l'altra. Gli esaltati delle due correnti cominciano ad
innalzarsi. Il fatto é che la questioncina
locale racchiude un problema più alto, il quale già affiora
nell’argomentazione di alcuni. Che cosa vale di più ? La prosperità, che una di
loro due simboleggia, o il sapere rappresentato dall'altra? E, da un punto di
vista ben diverso, cos’è che merita un maggior omaggio, la grazia della pastora
o la dolce serietà della maestra? Sono problemi universali, problemi di tutti i
tempi, che agitano appunto per questo, sempre che le vicissitudini della vita
li mettono a fuoco.
In un intervallo della discussione, la voce del vecchio si fa sentire. -
E l'eroismo? Non ha anch’esso il suo merito, un merito che sarebbe ingiusto non
tenerne conto, visto che è di meriti che si tratta? Fui soldato, come lo
sapete, disse. Sentii la bellezza del soffio che ci elevava l'animo nell'ora
del combattimento. Evocammo allora gli ambienti felici dove la vita quotidiana
si svolge tra il lavoro, la preghiera, lo studio e il focolare. Guerreggiavamo
affinché le pastorelle potessero continuare a condurre le loro pecore, le
maestre insegnassero serenamente ai bambini, nelle dimore le spose tranquille
preparassero tutto con dedizione per lo
sposo che torna dal lavoro, e nelle chiese si pregasse senza perturbazioni per
la gloria di Dio nel più alto dei cieli e per la pace in terra agli uomini di
buona volontà. Affinché i princìpi di giustizia e di carità, sui quali tutto
l'ordine cristiano riposa, non fossero violati impunemente dal nemico
aggressore. Allora le nostre anime diventavano immense, proporzionate
all'ideale che difendevamo. La nostra tempra si irrigidiva come l'acciaio, e il
nostro coraggio si faceva più forte di quello del lupo o del cinghiale.
Avanzavamo, lottavamo, ferivamo e uccidevamo, quasi tanto allegri quanto se ci
spettasse essere feriti e morire. L'ideale era tutto. Oh, l'allegria esaltante
della prodezza, oh, la grandezza sacra, la cristallina bellezza della lotta. A
questo punto, il vecchio era in piedi. La sua voce profonda si faceva sentire
nel silenzio della sala. Nessuno aveva immaginato che un fremito di autentica
sublimità avrebbe percorso quel luogo che, pochi attimi prima, era ancora tanto
pacata.
Il vecchio, stanco, si sedette. Le sue ultime parole furono: Propongo
che si discuta, se non spetterebbe, tra la maestra e la pastorella, un posto
per il nome del nostro uccisore di belve. Non vi sarà mai un primato per chi è
eroe ?
Tra gli ascoltatori c'era emozione ed anche un certo disagio: infatti,
pochi giorni prima, nell’omelia, il parroco aveva ricordato quelle parole di
Nostro Signore Gesù Cristo: nessuno ha un maggior amore di colui che dà la sua
vita per i suoi amici.
Procedeva così la discussione, e
i partiti si dividevano. Certuni erano a favore del guardiano eroico. Altri
erano contro di lui. Che fosse la maestra o la pastora, già non importava più.
L'essenziale era, per molti, che il primato non fosse attribuito a quel
guastafeste del villaggio, a quell'uomo antipatico, con le sue vittime che
sgocciolano sangue. Per altri, invece, era indispensabile premiare l'eroe.
Come di solito, nelle occasioni
critiche, era giunto il turno dell’agente d'affari di dire la parola decisiva.
Gli sguardi si volsero verso di lui. E pian piano si udì la sua voce piena di
inflessioni che veniva su. Egli commosse tutti quando, con entusiasmo, elogiò
la missione della pastora. Lasciò tutti assorti e interessati, quando si
protrasse sull’utilità della cultura. Infine in modo sentenzioso, si rivolse al
vecchio. Lo rispettava, disse con un tono grave. Ma l'era della lotta era ormai
passata. Un giorno il mondo avrebbe camminato - e già incominciava a farlo -
verso la fusione di tutte le religioni, di tutte le razze, di tutti i popoli.
Gli uomini evoluti non potevano provare altro che orrore al sangue che veniva
sparso. Che qualcuno, per soldi, accettasse la missione di uccidere animali selvaggi,
era una triste necessità. Ma da lì a porre la lotta - il preteso eroismo - allo
stesso livello, e qualora al di sopra, della cultura e persino della produzione
economica, che anacronismo!
Quindi, da politicante conciliatore, concluse proponendo un applauso che
simboleggiasse la stima di tutti per il vecchio, nonché, allo stesso tempo,
l'accettazione del suo proprio parere, di commerciante: escludere dalla gara il
cacciatore. Un applauso rimbombò nella sala. Soltanto alcuni discordarono irritati.
Era tardi. Tutti si alzarono.
***
Il mattino dopo, non si vide il cacciatore in piazza. Neppure nei giorni
dopo. Egli se ne andò per terre distanti, ad arricchirsi, a suo turno, in
qualche professione senza rischi. E tutti si dimenticarono dell'episodio.
L'anno seguente, il numero dei cinghiali e dei lupi crebbe un po’. E al
successivo ancora un tanto. Al terzo anno, la coltivazione dei campi decadde.
Alcuni bambini erano rimasti orfani, e la povertà era entrata in alcuni
focolari.
Il vecchio agente d'affari brontolò : - Non si può più vivere qui. E se
ne andò via lontano.
Quanto al villaggio, continuò a deperire …
***
Come chiamare questa storia?
Quale titolo dare a questo articolo? - "Pace, cultura ed eroismo"?
Oppure "Ingratitudine e castigo"? – Sono in dubbio. Forse il migliore
sarebbe "Il crimine di uno scaltro demagogo”.
Pensandoci bene, “Colombe e falchi” sarebbe il più appropriato.
Scelga il lettore.
(*) Pubblicato sulla "Folha de S.
Paulo", 10-5-1970.
******
Quanto opportune sono
state le parole di Sua Santità Giovanni Paolo II nel suo messaggio per la
Giornata Missionaria Mondiale, dove ha detto che questo è “un anno da vivere
sotto lo sguardo di Colei che, secondo l'arcano disegno divino, con il suo
"sì" ha reso possibile la salvezza dell'umanità, e dal cielo continua
a proteggere quanti a Lei fanno ricorso specialmente nei momenti difficili
dell'esistenza” (L'Osservatore Romano, 22-2-2003) !
Sono i voti che
facciamo nostri aggiungendo la speranza che i nostri lettori abbiano una
proficua preparazione per la Settimana Santa che si avvicina.
Cordiali saluti,
la redazione di “Luci
sull’Est”