Mailing list – febbraio 2003

 

Gentile lettore,

 

“Qualche mese fa vi ho fatto richiesta del LIBRO DELLA FIDUCIA – ci ha scritto una simpatizzante di “Luci sull’Est” di Rocca di Cambio (Aquila) – e voi me lo avete recapitato subito con mia grande gioia perché da quel giorno lo leggo continuamente e non so descrivervi quanta pace mi porta nel cuore. Volevo chiedervi, se possibile, di inviarmene ancora qualche copia per poterlo donare a qualcuno". Con molto piacere abbiamo inviato altre copie di questo capolavoro del P. Thomas de Saint-Laurent, che “Luci sull’Est” ha pubblicato, con una Presentazione per questa edizione, di Mons. Angelo Comastri, Arcivescovo-Delegato Pontificio di Loreto.

 

Infatti, proprio in questi giorni, chi non ha bisogno di fare diventare più salda la sua fiducia nell'aiuto divino, per l’intercessione di Maria Santissima?

 

“Luci sull’Est”, con la diffusione della buona stampa, cerca di preparare le persone per evitare le catastrofi che sono causate da un atteggiamento di offesa a Dio. Però, se arriva una catastrofe, le persone sappiano anche come affrontarle. Così se spiega la larga distribuzione che abbiamo fatto del libro con il Messaggio della Madonna a Fatima, il “Trattato della vera devozione a Maria” di San Luigi Grignion da Montfort, la “Via Crucis” (accompagnata da uno splendido CD con la lettura della stessa ed un bellissimo sottofondo musicale utile per diverse esigenze) e diverse altre opere.

 

Ma – potrà chiedersi qualcuno – c’è un rapporto fra le catastrofi naturali o umane (come le guerre) e la pratica della Legge di Dio?

 

Sant’Antonio Maria Claret (1807-1870), fondatore dell’ordine missionario spagnolo dei “Figli del Cuore Immacolato di Maria” (Claretiani), arcivescovo di Santiago a Cuba e confessore della regina Isabella di Spagna, ha scritto nel 1865 il libro “ORIGEN DE LAS CALAMIDADES PUBLICAS, como son: colera, peste, guerra, hambre, etc., y el modo de conjurarlas y disiparlas. (“Origine delle pubbliche sciagure, come sono il colera, la peste, la guerra, la fame ecc. ed il modo di allontanarle e dissiparle”). Nel 1985, la prestigiosa casa editrice spagnola B.A.C. (Biblioteca de Autores Cristianos) ha ripubblicato quest’opera sotto il titolo di “Escritos Espirituales”. Raccomandiamo vivamente ai nostri lettori che possano leggere questo eccellente lavoro di Sant’Antonio Maria Claret.

Trascriviamo di seguito un brano che risponde alla domanda sopra:

 

“Questi [dieci] Comandamenti si chiamano naturali e morali e sono la base della felicità individuale e sociale. L’individuo che li rispetta tutti per bene è felice in questa vita e anche nell’altra; quello che li viola è disgraziato. Questo accade anche alla società: è felice se osserva i Comandamenti, mentre è disgraziata se li viola. La società si basa sulla moralità e la moralità può nascere solo dall’osservanza di questi precetti, dettati da Dio stesso a questo scopo; cosicché, se essi non vengono rispettati, i legami morali si dissolvono e quindi la società sprofonda. Come quando si minano le fondamenta di un edificio, esso crolla e le sue rovine schiacciano i suoi abitanti, così accade a coloro che vivono in una società che non rispetta quei precetti.

“Altra ragione. L’uomo va considerato come individuo e come membro del corpo sociale, e per questo lo si qualifica come razionale e sociale. Quando egli viola i precetti della Legge di Dio, pecca non solo come individuo ma anche come membro del corpo sociale. Dio è giusto, per cui non lascia senza premio o castigo nessuna cosa, sia in questo mondo che nell’altro. Ma siccome l’anima umana vivrà in eterno, Dio non si affretta a castigare l’individuo in questa vita; anzi, forse lo lascia senza castigo, perché avrà modo di castigarlo nell’altra vita per tutta l’eternità, poiché l’individuo esisterà sempre. Non succede lo stesso riguardo la società: essendo questa un corpo che si dissolve, deve ottenere in questo mondo la felicità o la disgrazia in base alla osservanza o il disprezzo dei Comandamenti manifestato dagli uomini. Questo lo afferma Dio stesso nelle Sacre Scritture (Ex. 20, 5-6) e lo vediamo costantemente confermato dalla storia: le società umane sono state sempre felici o infelici, secondo che hanno rispettato o disprezzato i santi Comandamenti della Legge di Dio.

“Essendo questa una verità innegabile, dobbiamo sforzarci di osservare bene i precetti della santa Legge di Dio e inoltre di esortare gli altri a osservarli; in questo modo noi ed essi saremo felici in questa vita e poi anche nell’altra, per tutta l’eternità. Così sia” (cfr. op. cit., capitolo III, pag. 226-227).

 

Un Dio che castiga non sarebbe un Dio dell’Antico Testamento? Il Dio del Nuovo Testamento non sarebbe soltanto il ‘Dio dell’amore’? qualcuno forse potrebbe pure domandarsi.

 

Sull’ AVVENIRE dell’11 febbraio scorso è stato pubblicato l’articolo «La giustizia di Dio è anche punizione», di Nello Scavo, dove si può leggere: L'aspetto del giudizio, «della punizione, della "collera" di Dio non deve sparire dalla nostra fede». Non usa artifici linguistici il cardinale Joseph Ratzinger per spezzare un equivoco, quello del «Dio che accetta tutto». Più che una pura invenzione questa è «un'immagine sognata». Piuttosto Dio combatte «ciò che è cattivo e per questo deve anche punire come giudice per fare giustizia». Del resto sarebbe come non riconoscere che Gesù «si mostra come Figlio di Dio proprio perché può prendere la frusta e irato cacciare dal tempio i venditori». Ed anzi il fatto che il Creatore non è indifferente «davanti a ciò che è cattivo ci da fiducia».

“È in queste righe uno dei passaggi salienti della lectio divina guidata nei giorni scorsi dal prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, nella chiesa di Santa Maria in Traspontina a Roma. Una "lettura" ispirata dal Libro di Giona, il profeta che rifiutatosi di predicare a Ninive, come gli era stato ordinato da Dio, s'imbarcò verso Tarsis e gettato in mare durante una tempesta venne inghiottito da un grosso pesce, nel cui ventre rimase tre giorni uscendone poi salvo. Quasi una metafora delle contraddizioni presenti in molti cristiani di oggi.”

 

Ci sembra che questo è sufficiente per chiarire qualsiasi dubbio sull’argomento. Ci dispensiamo dal riprodurre l’intero importantissimo articolo, anche perché l’abbiamo messo sulla sezione “novità” del sito di “Luci sull’Est”. Ed il lettore lo può trovare pure sul sito di AVVENIRE (www.avvenire.it) ovviamente.

 

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Sull’argomento di una possibile guerra contro l’Irak, ci sono diversi documenti, articoli e commenti inseriti nella stessa sezione “novità”. Vogliamo chiedere l’attenzione dei nostri lettori specialmente per una materia lì introdotta molto di recente. Si tratta della prefazione del prof. Plinio Correa de Oliveira per l’edizione americana del libro “Fatima, messaggio di tragedia o di speranza?” dell’ing. Antonio A. Borelli, nei primi mesi del 1985.

Infatti, in quei giorni era molto in voga, soprattutto negli Usa, il dibattito sulla triste alternativa: “Better red than dead? Better dead than red?” – “Meglio rossi [comunisti] che morti, oppure meglio morti che rossi?”

L’insigne pensatore brasiliano, uomo d’azione e soprattutto di Fede, analizza la possibilità di una guerra nucleare nella prospettiva del messaggio di Fatima. Oggi, al di là della questione di circostanza di allora, l’Occidente si trova nuovamente davanti ad un eventuale conflitto nucleare. Cosa pensare alla luce di Fatima su una tale possibilità?

Invitiamo i nostri amici a leggere questo lavoro, che non trascriviamo qui perché allungherebbe di troppo questa nostra corrispondenza.

“All'interno della prospettiva di Fatima – ha scritto il prof. Plinio, l’ispiratore di “Luci sull’Est” –, la vera garanzia contro catastrofi che annientino l'umanità consiste molto meno – e, in una certa prospettiva, non consiste assolutamente ... – in misure di disarmo, in trattati di pace, e così via, di quanto non stia nella conversione degli uomini. Ossia, se questi non si convertono i castighi verranno, per quanto gli uomini si sforzino di evitarli con mezzi diversi da questa conversione. Al contrario, se si emendano, Dio non solo allontanerà da loro la pienezza della sua collera vendicatrice, ma si verificheranno fra loro tutte le condizioni atte a promuovere una pace vera e durevole: la pace di Cristo nel Regno di Cristo, e più specificamente la pace di Maria nel Regno di Maria.”

 

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In mezzo al polverone sollevato dal possibile conflitto con l’Irak, c’è una questione che può non essere stata evidenziata con tutta la chiarezza necessaria e restare confusa nella mente di qualcuno. Per un Paese o una città, la presenza di coloro che simboleggiano la difesa dell’ordine pubblico – sia a livello nazionale o meramente regionale – non è antipatica perché evoca le lotte e i pericoli? Che cosa vale di più: la prosperità? o il sapere? o l’eroismo? “Sono problemi universali, problemi di tutti i tempi, che agitano appunto per questo, sempre che le vicissitudini della vita li mettono a fuoco”.

 

Trascriviamo di seguito un articolo con il quale vogliamo fare un atto di giustizia sociale – o di gratitudine, come preferisce il lettore – verso tutti coloro che espongono la loro vita quotidianamente nella difesa delle nostre persone, dei nostri cari e delle nostre cose, qualche volte senza ricevere la nostra dovuta riconoscenza per la loro dedizione.

 

NON HO TROVATO UN TITOLO PER QUESTO ARTICOLO

 

Plinio Corrêa de Oliveira (*)

 

       Quadro in cui accadono i fatti : un villaggio con tutte le caratteristiche convenzionali - piazza centrale, circondando una graziosa chiesa madre dalle vetrate colorite, torre, campane e orologio- una fontana di fronte alla chiesa – all’intorno, un caseggiato modesto e confortevole - in una delle vicine viuzze, la scuola elementare - altre viuzze, tutte diluendosi in un prato ameno ed abbondante. A poca distanza da lì una foresta scura, da dove spuntano con qualche frequenza dei furiosi cinghiali e delle mute di lupi affamati.

       Primo personaggio: la professoressa, che insegna ai bambini con delicatezza e pazienza angeliche. Alta, snella, modesta, senza pretese.

       Secondo personaggio : la pastorella, che esce al sorgere dell'aurora, portando le sue pecore a pascolare. Adolescente, pura, affabile, abituata all’isolamento ed alla preghiera.

       Terzo personaggio: il cacciatore. Non si tratta di un amatore di caccia, ma di un modesto funzionario municipale, al quale incombe reclutare, nei momenti dovuti, alcuni vigorosi individui del villaggio, portarli alla foresta per  combattere rudemente gli animali nocivi. Un’impresa difficile, che richiede lunghe giornate e anche  lunghe veglie. Tra i 20 e 30 anni d’età. Robusto, deciso, tutto plasmato dalla professione. Pelle bruciata dal sole e conciata dal vento. Capigliatura folta e sciolta. Passo pesante. Stretta di mano forte, dita callose.  Al mattino, è frequente vederlo di ritorno dal lavoro. Non rare volte, viene portando sulle spalle un animale morto, che ancora sgocciola sangue. É gioviale. Delicatissimo. Da quando si abituò al mestiere, mai più un lupo penetrò nel villaggio, nemmeno un cinghiale devasto le piantagioni. Quando egli attraversa la piazza della chiesa, le impressioni che causa sono diverse. Alcuni simpatizzano il suo coraggio allegro e giovanile, la sua franchezza, il suo portamento virile. E si sentono sicuri  al contatto con un guardiano così snodato. Ad altri, invece, sgradisce vederlo. Secondo questi la sua semplice presenza rompe la quiete e l'armonia del paesello, evocando le lotte e i pericoli che sono sgradevoli da ricordare. La rigidezza d'animo con cui insegue, ferisce ed uccide, offusca la visione della sua bontà d'anima. Vederlo caricare lietamente qualche sanguinolento bottino della sua intrepida professione suscita l'impressione che non gli rincresca nessuno spargimento di sangue , neanche quello umano. Insomma, ad alcuni egli sembra la personificazione della virilità, della dedizione e della prodezza. Ad altri è la propria figura orrenda della lotta, della violenza  e della guerra.

       Quarto personaggio: il bisnonno. Possiede tutto il " physique du role ". Barba bianca, occhi chiari e infossati. Mani scarne e un po’ tremanti. Risente pure di un pizzico di sordità.

       Quinto personaggio: un agente di affari in pensione. Tra i 50 e 60 anni d’età. Leggermente portato all’obesità. Occhi piccoli, mobili e sagaci. Voce piena di inflessioni, ora retoricamente sonore, ora flemmaticamente benevolenti, ora cautamente sussurranti. Viaggiò assai, analizzò molte cose, si arricchì un po'. È il "boss" del luogo. Gode di raccomandazioni solide nelle principali città vicine. Da lui passano tutti i fili decisivi, a lui ricorrono tutti in cerca di consigli nelle situazioni gravi, da lui provengono sia le notizie di fuori che il commento decisivo sui fatti del villaggio e della regione.

       Luogo dell'avvenimento: la taverna, piccola e piena, dove la conversazione si generalizzò di tavolo in tavolo.

       Il tema: le festività natalizie che si avvicinano. Vanno ricordati i principali eventi dell'anno. E, naturalmente, la conversazione conduce a una questione che divide gli animi. Chi fu il personaggio più simpatico dell'anno?

       Le opinioni sono divise. Alcuni opinano per la bella pastorella. Quando esce con il suo gregge, sembra più che vada alla ricerca di un principe incantato, tanto é graziosa e delicata. Quando è di ritorno, con una leggera fatica nel dolce viso, evoca con ciò il suo sforzo benemerito e produttivo, e simboleggia in modo incantevole ciò che vi è di penoso e meritorio nel lavoro pastorale, si, nell’allevamento, di cui vive la regione.

       Altri optano per la professoressa. Lei rappresenta l'insegnamento, il sapere, la cultura, beni meravigliosi dello spirito, verso i quali apre le porte alle generazioni venture. Lei è più di un agente di produzione economica. E' un fattore di elevazione umana. È pastora di creature. Il che vale più che essere pastora di pecore. E, infatti, con quanta cura le dirige quando camminano verso la piazza della chiesa, per pregare l'Angelus al suono dei rintocchi che segnano la fine del lavoro nella dolcezza serale. E quando, poi, riunisce i bambini  in cerchio, attorno al pozzo, per cantare allegri un girotondo, prima di ricondurli alle loro dimore vicine.

       Adesso, tutti esitano tra l’una e l'altra. Poiché non c'è chi non apprezzi l'una o l'altra. Gli esaltati delle due correnti cominciano ad innalzarsi. Il fatto é che la questioncina  locale racchiude un problema più alto, il quale già affiora nell’argomentazione di alcuni. Che cosa vale di più ? La prosperità, che una di loro due simboleggia, o il sapere rappresentato dall'altra? E, da un punto di vista ben diverso, cos’è che merita un maggior omaggio, la grazia della pastora o la dolce serietà della maestra? Sono problemi universali, problemi di tutti i tempi, che agitano appunto per questo, sempre che le vicissitudini della vita li mettono a fuoco.

       In un intervallo della discussione, la voce del vecchio si fa sentire. - E l'eroismo? Non ha anch’esso il suo merito, un merito che sarebbe ingiusto non tenerne conto, visto che è di meriti che si tratta? Fui soldato, come lo sapete, disse. Sentii la bellezza del soffio che ci elevava l'animo nell'ora del combattimento. Evocammo allora gli ambienti felici dove la vita quotidiana si svolge tra il lavoro, la preghiera, lo studio e il focolare. Guerreggiavamo affinché le pastorelle potessero continuare a condurre le loro pecore, le maestre insegnassero serenamente ai bambini, nelle dimore le spose tranquille preparassero tutto con dedizione  per lo sposo che torna dal lavoro, e nelle chiese si pregasse senza perturbazioni per la gloria di Dio nel più alto dei cieli e per la pace in terra agli uomini di buona volontà. Affinché i princìpi di giustizia e di carità, sui quali tutto l'ordine cristiano riposa, non fossero violati impunemente dal nemico aggressore. Allora le nostre anime diventavano immense, proporzionate all'ideale che difendevamo. La nostra tempra si irrigidiva come l'acciaio, e il nostro coraggio si faceva più forte di quello del lupo o del cinghiale. Avanzavamo, lottavamo, ferivamo e uccidevamo, quasi tanto allegri quanto se ci spettasse essere feriti e morire. L'ideale era tutto. Oh, l'allegria esaltante della prodezza, oh, la grandezza sacra, la cristallina bellezza della lotta. A questo punto, il vecchio era in piedi. La sua voce profonda si faceva sentire nel silenzio della sala. Nessuno aveva immaginato che un fremito di autentica sublimità avrebbe percorso quel luogo che, pochi attimi prima, era ancora tanto pacata.

       Il vecchio, stanco, si sedette. Le sue ultime parole furono: Propongo che si discuta, se non spetterebbe, tra la maestra e la pastorella, un posto per il nome del nostro uccisore di belve. Non vi sarà mai un primato per chi è eroe ?

       Tra gli ascoltatori c'era emozione ed anche un certo disagio: infatti, pochi giorni prima, nell’omelia, il parroco aveva ricordato quelle parole di Nostro Signore Gesù Cristo: nessuno ha un maggior amore di colui che dà la sua vita per i suoi amici.

       Procedeva  così la discussione, e i partiti si dividevano. Certuni erano a favore del guardiano eroico. Altri erano contro di lui. Che fosse la maestra o la pastora, già non importava più. L'essenziale era, per molti, che il primato non fosse attribuito a quel guastafeste del villaggio, a quell'uomo antipatico, con le sue vittime che sgocciolano sangue. Per altri, invece, era indispensabile premiare l'eroe.

       Come di solito,  nelle occasioni critiche, era giunto il turno dell’agente d'affari di dire la parola decisiva. Gli sguardi si volsero verso di lui. E pian piano si udì la sua voce piena di inflessioni che veniva su. Egli commosse tutti quando, con entusiasmo, elogiò la missione della pastora. Lasciò tutti assorti e interessati, quando si protrasse sull’utilità della cultura. Infine in modo sentenzioso, si rivolse al vecchio. Lo rispettava, disse con un tono grave. Ma l'era della lotta era ormai passata. Un giorno il mondo avrebbe camminato - e già incominciava a farlo - verso la fusione di tutte le religioni, di tutte le razze, di tutti i popoli. Gli uomini evoluti non potevano provare altro che orrore al sangue che veniva sparso. Che qualcuno, per soldi, accettasse la missione di uccidere animali selvaggi, era una triste necessità. Ma da lì a porre la lotta - il preteso eroismo - allo stesso livello, e qualora al di sopra, della cultura e persino della produzione economica, che anacronismo!

      Quindi, da politicante conciliatore, concluse proponendo un applauso che simboleggiasse la stima di tutti per il vecchio, nonché, allo stesso tempo, l'accettazione del suo proprio parere, di commerciante: escludere dalla gara il cacciatore. Un applauso rimbombò nella sala. Soltanto alcuni discordarono irritati.

       Era tardi. Tutti si alzarono.

***

 

       Il mattino dopo, non si vide il cacciatore in piazza. Neppure nei giorni dopo. Egli se ne andò per terre distanti, ad arricchirsi, a suo turno, in qualche professione senza rischi. E tutti si dimenticarono dell'episodio.

       L'anno seguente, il numero dei cinghiali e dei lupi crebbe un po’. E al successivo ancora un tanto. Al terzo anno, la coltivazione dei campi decadde. Alcuni bambini erano rimasti orfani, e la povertà era entrata in alcuni focolari.

       Il vecchio agente d'affari brontolò : - Non si può più vivere qui. E se ne andò via lontano.

       Quanto al villaggio, continuò a deperire …

***

 

       Come chiamare  questa storia? Quale titolo dare a questo articolo? - "Pace, cultura ed eroismo"? Oppure "Ingratitudine e castigo"? – Sono in dubbio. Forse il migliore sarebbe "Il crimine di uno scaltro demagogo”.

       Pensandoci bene, “Colombe e falchi” sarebbe il più appropriato.

       Scelga il lettore.

 

(*) Pubblicato sulla "Folha de S. Paulo", 10-5-1970.

 

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Quanto opportune sono state le parole di Sua Santità Giovanni Paolo II nel suo messaggio per la Giornata Missionaria Mondiale, dove ha detto che questo è “un anno da vivere sotto lo sguardo di Colei che, secondo l'arcano disegno divino, con il suo "sì" ha reso possibile la salvezza dell'umanità, e dal cielo continua a proteggere quanti a Lei fanno ricorso specialmente nei momenti difficili dell'esistenza” (L'Osservatore Romano, 22-2-2003) !

 

Sono i voti che facciamo nostri aggiungendo la speranza che i nostri lettori abbiano una proficua preparazione per la Settimana Santa che si avvicina.

 

Cordiali saluti,

 

la redazione di “Luci sull’Est”