Caro
lettore,
ha
suscitato un significativo interesse l’articolo pubblicato sul nostro periodico
“Spunti” di giugno ‘03 ed intitolato “Un’antesignana di Fatima – La Beata
Elisabetta Canori Mora”. Esso contiene diversi brani trascritti dal suo Diario,
recentemente pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana (“La mia vita nel
cuore della Trinità – Diario della Beata Elisabetta Canori Mora, sposa e
madre”, 765 pp., 1996). Per tutti coloro
che, per un motivo o per un altro non sono in grado di acquistare quest’opera,
segnaliamo che è possibile leggerla sul sito http://www.intratext.com/X/ITA1070.HTM,
che possiede anche un motore di ricerca per singole parole che facilita molto
la ricerca degli argomenti che hanno incuriosito certamente tanti nostri
abbonati.
***
Fatima
è un argomento quasi inesauribile. Ma vogliamo sottolineare
i punti che spesso sono meno commentati.
In questo senso, ecco un brano di un articolo del prof. Plinio Correa
de Oliveira (pubblicato nel maggio 1953) su Fatima e l’importanza della sofferenza. E per citare
un esempio concreto di anima espiatoria, vogliamo
ricordare una figura forse un po' dimenticata: la Venerabile Madre Elena
Aiello. “L’Osservatore Romano” ha stampato in questi ultimi giorni uno studio
molto formativo ed interessante sulla “monaca santa”
che alleghiamo appresso.
PER SALVARE IL MONDO NON BASTA PREGARE ED AGIRE : È INDISPENSABILE ESPIARE
IL MESSAGGIO DI FATIMA E I CATTOLICI MIOPI
A fianco di quest'ottimismo febbrile, al quale
piacerebbe fare dell'apostolato una perpetua festicciola di adolescenti,
un'eterna gita, che detesta nella vita di pietà stessa tutto quanto possa
evocare l'idea di dolore, i Crocifissi in cui la Divina vittima figura con le
sue Piaghe, versando il Sangue redentore ecc., c'è ancora un altro difetto da
considerare. E' l'abulia. Esiste una falsa devozione che devia gli uomini dalla
considerazione di tutti i grandi problemi. È la civiltà cristiana che si
dissolve, il mondo che crolla, la terra che si sconvolge? L'uomo intossicato da
questa forma di devozione non vede nulla, non sente nulla, non percepisce
nulla. La sua vita si riduce soltanto a una vituccia,
che consiste nell’adempimento corretto e
pacato dei suoi piccoli doveri personali e dei suoi piccoli atti di pietà,
nell’esclusiva soluzione dei suoi piccoli casi di coscienza. Il suo zelo non va
molto oltre ai suoi orizzonti, e questi, duole dirlo, vanno un po’ più aldilà
del suo naso. Se gli si parla di politica, di sociologia, di filosofia e
teologia della Storia, di apologetica, si svia persino
con un certo timore: è la paura che le
termiti hanno della luce del sole. Anche per lui, Fatima contiene una grande lezione. La Madonna discese sulla terra per attirare
a questo immenso panorama lo zelo delle anime. Ella vuole devozione, vuole riparazione, basando però il suo
desiderio in una visione immensa dei grandi interessi di Dio in tutta la
vastità della terra. Non si tratta, nelle prospettive illimitate di Fatima, di
salvare soltanto questa o quell'anima individualmente considerata. Si tratta di
vedere più in alto e più lontano. È per la salvezza di tutta l'umanità che si
deve lottare, poiché non si tratta soltanto di questo o di quell'uomo, ma di
legioni di anime minacciate di perdersi in una delle
crisi più gravi della Storia. Ed è per questa immensa
incombenza che la Madonna chiede non un Cireneo, ma molti, moltissimi di loro,
intere falangi.
A Fatima non vi è soltanto un appello a tre pastorelli
di fare penitenza. Questo appello è rivolto al mondo intero. E
tutta la vita di pietà contemporanea che deve avere, per così dire, un forte
tono riparatore ed espiatorio.
I MESSAGGI DI FATIMA E L’"ERESIA DELLE
OPERE"
Notiamo anche un altro punto. Nessuno può dubitare
dell'importanza delle opere di apostolato. I Papi
hanno richiamato ad esse giornalmente i fedeli.
Frattanto, nella sua estrema concisione, Fatima non ci dice nulla di
particolare in merito. Sarà forse perché la Provvidenza non le giudica
necessarie e urgenti? Chi potrebbe pensare tale aberrazione? Quindi,
come mai si tace su Fatima? È perché viviamo in un'epoca dominata dai sensi, in
cui gli uomini riconoscono facilmente la necessità dell’agire, poiché l’azione
è qualcosa che va percepita dai sensi, la cui efficacia molte volte può essere
valutata da cifre, statistiche e risultati palpabili. Perciò
non è tanto difficile attirare l'attenzione delle anime veramente zelanti
sull'importanza dell'azione. Invece è e continua ad
essere molto difficile attirarle a ciò che è spirituale, interiore, invisibile.
Ecco perché l'uomo capisce più difficilmente la preghiera e la vita interiore,
e ad esse dedica meno tempo e meno interesse. Dunque, si comprende bene che a Fatima la Madonna abbia
insistito sulla necessità della preghiera e della penitenza al punto da fare di
questo, l'elemento essenziale del suo messaggio. Quanto
profitto avrebbe tirato da questo fatto, Don Chautard, se al suo tempo tutto
l’argomento "Fatima" fosse stato chiarito quanto lo è oggi [cfr.
L’ANIMA DI OGNI APOSTOLATO, D. Jean-Baptiste Gustave
Chautard, Ed. Luci sull’Est, 2000, prima traduzione dal testo critico
integrale, pp. 255].
NON BASTA PREGARE: E' NECESSARIO ESPIARE
Infine un punto essenziale. La Madonna non parla
solo di preghiera. Ella vuole espiazione, sacrificio.
Si è mai vista un'epoca in cui si fugga più di questa
dal dolore? Ci sarà mai stata un'epoca in cui si sia meno parlato sulla
necessità della mortificazione? Ci sarà mai stata un'epoca in cui si sia più
sminuita la nozione dell'importanza del sacrificio? È, giustamente, su questo
punto che la Madonna richiama, in modo particolare, la nostra attenzione. Nei
grandi secoli della vita devota, l'espiazione era un fatto frequente nella vita
degli uomini e dei popoli. Si facevano immensi pellegrinaggi per espiare i
peccati. Nelle grotte, nelle foreste, nei chiostri si trovavano vere legioni di anime dedite alla vita di espiazione. Nei testamenti venivano lasciate intere fortune per le opere pie o di
carità, in remissione dei peccati. C'erano delle confraternite specificatamente
destinate ad incrementare la penitenza. C'erano processioni espiatorie a cui
prendevano parte intere città. Oggi non mancano manifestazioni collettive di
pietà. Ma, per quanto la Chiesa ci sproni alla
penitenza, quale ruolo svolge quest’ultima in tali manifestazioni? Che ruolo rappresenta nella nostra vita privata? È piccolo,
anzi piccolissimo. Sembra indiscutibile che anche su questo punto Fatima ci dia
lezioni preziose. (“Fatima : spiegazione e rimedio
della crisi contemporanea”, “Catolicismo”, Brasile, Maggio 1953).
*
Vediamo
adesso l’articolo di M. Paola Pennini, relativo alla Venerabile suor Elena
Aiello, pubblicato sull’OSSERVATORE ROMANO” (20-21 giugno 2003):
Un ricordo in occasione del quarantaduesimo
anniversario della morte della Venerabile MADRE ELENA AIELLO, MISTICA DELLA SOFFERENZA
M. Paola Pennini
In occasione del 42° anniversario della Nascita al
Cielo, della Venerabile Madre Elena Aiello, vorrei
ricordare qualcosa sulla vita della nostra Fondatrice nella dimensione della
"mistica della sofferenza", propizia per far conoscere la sua vita.
Elena Emilia Santa Aiello nasce a Montalto Uffugo il
10 aprile del 1895; dà inizio alla fondazione dell'Istituto Suore Minime della
Passione di N.S.G.C. a Cosenza il 17 gennaio 1928; muore a Roma il 19 giugno
del 1961; 66 anni di esistenza terrena spesi al
servizio del Signore, quasi tutti nella sofferenza più atroce.
Per tracciare i lineamenti
storico-spirituali, mi piace riportare una lettera integrale del Rev/do
Padre Bonaventura da Pavullo (Modena) Cappuccino, allora Assistente Pontificio
dell'Istituto, inviata a Mons. Francesco Spadafora, Prof. di Sacra Scrittura,
amico e confidente della Venerabile.
Così, la pagina nel libro intitolato "Suor
Elena Aiello ‘La Monaca Santa’" (Città Nuova Editrice, 1964): Rev/mo Mons., mentre sta scrivendo la vita di Sr. Elena Aiello morta in
concetto di santità, penso fare cosa gradita a Lei Mons. Spadafora, e doverosa
per me, che ebbi con Sr. Elena consuetudine familiare per 10 dieci lunghi anni,
oltre che rapporti di ufficio, se le fornisco brevi
note illustranti la fisionomia di Colei che attentamente seguii, altamente
apprezzai e santamente amai. (...)
Ogni qualvolta che l'andavo a trovare – prosegue il
Rev/do Cappuccino – inchiodata, 20 ore su 24, al suo bianco lettino, là nella
piccola cella della casa di Via dei Martiri, 9
(Cosenza) era una vera festa per entrambi. Mi intrattenevo
a lungo anche perché molte erano le cose da dire e gli affari da trattare; ma
poi essa apriva volentieri il suo animo e parlava, e parlava ... di cento
argomenti riguardanti l'anima, la sua opera, con le relative gioie, dolori,
ansie e speranze, e gli eventi religiosi-politici-sociali del giorno ...;
perché s'interessava di tutto e su tutto sapeva portare un giudizio sensato,
molte volte acuto e quasi profetico.
Partecipava vivamente dei trionfi e delle sofferenze
della Chiesa e della società, come di singoli individui e li faceva oggetto non
solo delle sue vivaci conversazioni, ma, molto più, delle sue fervorose
preghiere e delle sue speciali sofferenze dolorose e misteriose. Non me ne
ritornavo mai, da quegli incontri, se non altamente edificato e pensieroso. Sr.
Elena fu veramente la donna "forte" della Sacra Scrittura.
Di poca istruzione, ma dotta di fronte a Dio –
continua il Padre (ai suoi tempi in Calabria chi faceva studiare le donne?)
ebbe però un'intelligenza aperta, un intuito pratico vivissimo, un gran buon
senso e una volontà adamantina, al punto, questa, da essere scambiata qualche
volta per ostinazione!
Figlia delle rocce Calabresi, le dicevo, ridendo, ed
essa subito allentava la presa ... esclamando, mogia, mogia: "no, no, mi dica cosa debbo fare, e ubbidirò senza aprire la
bocca". Ciò ben dimostrava la grande rettitudine
con cui si regolava e reggeva, in tutto il suo operare reprimendo, quando
occorresse, il suo fiero carattere e la sua marcata personalità.
Si esprimeva ordinariamente in quel suo dialetto
calabrese, di Montalto Uffugo, ove era nata, così caratteristico, fiorito ed
incisivo. Procedeva schietta, semplice e spontanea, sia nel tratto che nelle
parole, con tutti; anche con le Autorità civili, e religiose, con cui aveva
spesso a che fare, senza venire mai meno al doveroso rispetto.
Aveva uno spirito di fede vivissimo quasi
connaturato che Le serviva di stella polare in tutte le sue azioni e
iniziative. Parlava di Gesù e della Madonna come di persone di casa e di
famiglia. Nutriva profonda devozione per la SS. Eucarestia, per la Passione di
Gesù e per la Vergine Addolorata e Mediatrice tra gli uomini e Dio.
La corona del S. Rosario l'aveva costantemente
avvolta al polso a portata di mano, e la sgranava in tutti i momenti liberi.
Delicatissima di coscienza, era altrettanto aliena
dagli scrupoli e dalla pietà meccanica e formalistica. Amava trattare con il
Signore, come s. Teresina, sua particolare Patrona: con grande
confidenza, pieno abbandono e naturalezza infantile.
Sentiva la sua piccolezza e nullità, ma non per
questo era pusillanime; perché era veramente umile dell'umiltà che è Verità,
come insegna s. Teresa d'Avila.
E questo spiega la semplicità
e naturalezza con cui parlava dei suoi fenomeni mistici, di preferenza con i
Sacerdoti, persone riservate e di confidenza spirituale.
Si ribellava contro l'ingiustizia e la denunciava,
da qualsiasi punto venisse; soprattutto se perpetrata
ai danni dei poveri, dei deboli e degli indifesi.
Per questa sua franca e coraggiosa linearità,
incontrò incomprensioni e umiliazioni, ma non per questo indietreggiava o
restava in silenzio.
Si sentiva libera della libertà dei figli di Dio, per cui parlava con rispettosa, ma estrema franchezza con
tutti, non esclusi gli stessi uomini di governo. (…)
Aveva, spiccatissimo il senso della riconoscenza.
Non c'era benefattore delle sue case che non sperimentasse
le delicate attenzioni della sua anima veramente nobile e estremamente grata.
È doveroso accennare al sommo amore e profonda
venerazione che portava alla Chiesa e al Santo Padre.
Niente la feriva tanto al cuore quanto l'offesa recata
alla Chiesa, o al suo Capo visibile sulla terra. E come ne prendeva le difese!...
La sua cameretta era meta continua di visite da
parte di sacerdoti e religiosi, e spesso anche di Ecc.mi Vescovi, e nessuno ne godeva più di Lei che, nelle anime
consacrate e particolarmente in quelle dei Sacerdoti, vedeva e venerava Gesù.
"Fu Lei la prima a Cosenza ad adibire un'ala del
suo Istituto, per i sacerdoti anziani e malati, da Lei curati ed amati, con
cuore di mamma".
Fin qui il lungo ritratto del Rev/do Padre Bonaventura,
testimonianza obiettiva e attendibile di una vita spesa nel, segno
dell'amore. (…)
Mi piace riportare alcuni giudizi a firma del Rev.do
Giovanni Battista Urso dei Frati Cappuccini della Provincia Cosentina, il quale
afferma: "Sr. Elena in tutta la sua vita si rivela un'anima mistica, porta
in sé il segno indelebile della sofferenza; coglie ogni occasione per offrire
al Signore il suo contributo di sofferenza che riteneva buona e che ricercava
con gioia.”
La vita teologale nutrita da Sr. Elena può essere
considerata come una risposta esistenziale alla volontà di Dio, infatti Ella cercava, in ogni momento, l'adesione al suo
progetto e l'unione intima con le Divine Persone.
Per questo le virtù teologali: fede, speranza e
carità, vissute in modo eroico, sono state riconosciute tali dalla Chiesa che
nel Gennaio del 1991 ne proclamò la
"Venerabilità". (…)
Mons.
F. Spadafora nel suo libro ha scritto "il giusto se ne va, ma la sua luce
rimane dopo di lui; il cammino della carità, tracciato da Sr. Elena Aiello non
soltanto rimane, ma è destinato a prolungarsi, e ad ampliarsi" (…)."
*
Cordiali
saluti,
la
redazione di “Luci sull’Est”