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Ai nostri cari lettori,
con gli auguri di un Santo Natale e felice Anno Nuovo, offriamo
l’articolo sotto, “un grido di riparazione, una proclamazione di
inconformità, e ancor più, un preannuncio di vittoria!”
“Folha
de S. Paulo”, 1 gennaio 1979
Il
"crepuscolo" del Sole di Giustizia
di Plinio Corrêa de Oliveira (*)
Questo Natale segna, rispetto ai
precedenti, l’aggravarsi di un fenomeno
che di per sé non dovrebbe esistere. Ma che, esistendo,
dovrebbe perlomeno risparmiare la festa della Nascita del Salvatore.
Mi riferisco alla scristianizzazione
generalizzata delle mentalità, della cultura, delle relazioni,
insomma della vita. In
questo contesto, scristianizzazione significa propriamente
paganizzazione. Poiché, man mano che si relega nell’ombra
l’Uomo-Dio, il posto da Lui lasciato vuoto viene occupato da
“valori” molto concreti e palpabili, ma che, a volte, sono
glorificati come se fossero fulgide astrazioni: l’Economia, la
Salute, il Sesso, la Macchina e tanti altri (le anacronistiche
maiuscole servono a fare capire meglio il concetto che affermo).
“Valori” materiali, ovviamente, enfatizzati da una propaganda
orchestrata e satura di marxismo, di freudismo, di edonismo.
Al
contrario di ciò che accadeva nel mondo classico, questi
“valori” non sono personificati in divinità e nemmeno
concretizzati in statue. Il che non impedisce che siano dei veri
idoli pagani del nostro infelice mondo scristianizzato.
L’influenza
del neo-paganesimo laicista va infiltrandosi sempre più nel Natale
moderno. Un’infiltrazione graduale, ma perfettamente palese. In
che modo? Non in un solo modo, ma simultaneamente in tutti i modi
concepibili.
A
cominciare dall’Avvento. Questo periodo, che nell’anno liturgico
abbraccia le quattro settimane antecedenti al Natale, costituiva per
la Cristianità una parte dell’anno dedicata specialmente al
raccoglimento, ad una discreta compunzione e alla palpitante
speranza del grande giubilo derivante dalla nascita del Messia.
Tutti
si preparavano così ad accogliere il Dio-Bambino che, nel verginale
sacrario materno, si avvicinava, giorno dopo giorno, al momento
benedetto in cui avrebbe cominciato la sua convivenza salvifica con
gli uomini.
In
questa atmosfera intensamente e vissutamente religiosa, l’accento
si spostava gradualmente. Man mano che si avvicinava la notte più
sacra fra tutte le notti, la compunzione cedeva il posto
all’allegria. Sino al momento in cui, nelle pompe festive della
“Messa del Gallo”, le famiglie, i popoli, le nazioni si
sentivano uniti dal sacrale giubilo disceso dal più alto dei Cieli,
e in ogni città, in ogni focolare, nel foro interiore di ogni anima
si diffondeva, come un balsamo di celestiale profumo,
l’impressione che il Principe della Pace, il Dio Forte, il Leone
di Giuda, l’Emanuele fosse ancora una volta appena nato.
“Stille
Nacht, heilige Nacht” – Notte tranquilla, notte santa… è la
celebre canzone che nel nostro vernacolo si traspose, in un modo
meno espressivo, come “Astro del ciel”.
Di
tutta questa preparazione, cosa è rimasto? All’Avvento chi ci
pensa, se non una infima minoranza? E all’interno di questa
minoranza, quanti lo fanno sotto l’influsso della vera teologia
cattolica e tradizionale, e non delle teologie ambigue e dissennate
che oggigiorno scuotono il mondo cristiano, come se fossero
convulsioni febbrili?
Ma
lasciamo da parte questa minoranza, e pensiamo alle folle che si
agitano nelle grandi città. Da loro, l’Avvento puramente e
semplicemente non è ricordato. Il corri-corri quotidiano continua,
aggravato dalla prospettiva degli acquisti d’affrontare,
dei regali da mandare, delle visite da fare e delle feste o
festicciole da organizzare. Insomma, tutti si avvicinano al Natale,
non come una data per la quale si cammina con speranza, ma come un
giorno affannoso, dispendioso e sotto certi aspetti anche
complicato, che si avrà la soddisfazione di “lasciarsi alle
spalle”.
È
pure vero che nelle città, e forse più specialmente in quelle
grandi, l’avvicinarsi del Natale è messo in evidenza da una
moltitudine di lampadine colorate, sugli alberi nei giardini dei
quartieri residenziali, da lunghe ghirlande di luci nei viali più
trafficati, dagli addobbi nelle vetrine dei negozi.
Tuttavia,
non è difficile percepire che la peculiare allegria che tutto
questo tende a suscitare, d’altronde tutta artificiale, proviene
dal desiderio di comprare, di godere e di festeggiare.
Tra
tutte queste illuminazioni elettriche, nulla o quasi nulla ricorda
il Messia che sta arrivando. Tutto ricorda, questo sì, l’economia
ansiosa d’essere stimolata, il commercio che palpita per esaurire
le scorte, l’industria che moltiplica i suoi prodotti (e i suoi
guadagni) cercando di svuotare gli scaffali dei negozi con
l’aumento del consumo. Insomma, è l’Idolo-Economia che diventa
il grande centro delle aspettative, degli aneliti e delle festività
natalizie di questa fine di secolo. Mammona. Lo Stomaco. La Materia.
Gesù no!…
Finalmente
arriva Natale. Riesce ancora a riunire le famiglie attorno a un
presepio? A volte si. Però, in molti casi, li riunisce non attorno
alla mangiatoia dove il Bambino-Dio apre le braccia verso Maria
Santissima profondamente intenerita, sotto lo sguardo pensoso e
gioiosamente raccolto di San Giuseppe. Ma attorno ad una mensa in
cui le golosità, lo champagne per chi se lo può permettere, o le
modeste bibite per chi non può, occupano le attenzioni che in altri
tempi erano rivolte
fondamentalmente alla nascita del Redentore. In quante case,
l’abbigliamento sempre più succinto e trasparente, espande una
atmosfera di sensualità, sfigurando profondamente il significato di
questa notte di insuperabile purezza.
Il
neo-Natale laico ha ancora un altro aspetto, cioè il gorgo del
turismo che strappa innumerevoli famiglie dalle loro case, le quali
dovrebbero essere, come la Chiesa Madre, la cornice specifica della
notte di Natale, e le disperde negli alberghi sia di mare che di
montagna, in mezzo ad un frastuono mondano nel quale non riescono a
penetrare le voci angeliche che cantano “Gloria in excelsis
Deo”.
Ma
la scristianizzazione non si ferma qui. Essa perseguita il Natale
persino negli echi solenni con cui esso si prolunga nelle feste
successive. Il Capodanno, l’Epifania…
La
festa di Capodanno è, in termini religiosi, la festa della
Circoncisione, che ricorda Nostro Signore Gesù Cristo, il quale
mosso dall’amore nei confronti del genere umano, versa già nella
Sua prima infanzia, gocce del Suo Sangue infinitamente prezioso a
favore degli uomini. Così ci fa già pensare all’augusto
Sacrificio che ci redimerà dal peccato, che ci strapperà dalla
morte eterna aprendo il cammino verso il Cielo.
Ebbene,
su questa festa religiosa del Bambino-Dio si sovrappone la
commemorazione sterile di una laicissima fraternizzazione universale
dei popoli. Una fraternizzazione irrimediabilmente vuota, come tutto
ciò che è laicista, e della quale sembrano farsi beffa cinicamente
le muraglie di acciaio e di bambù che dividono i popoli, il
terrorismo che li spaventa, il rischio della distruzione atomica che
pesa su di loro come una nuvola plumbea e la sarabanda sempre più
assordante degli antagonismi, degli odi, delle idee e degli
interessi incompatibili e inconciliabili.
In
una parola, quando il sole tramonta, gli animali peggiori escono
dalla tana e passeggiano per la selva. Il laicismo presenta Gesù
Cristo agli occhi del mondo come un sole alla fine del tramonto.
C’è dunque da sorprendersi se tutto ciò che è nocivo si
moltiplica e si diffonde negli antri dei cuori scristianizzati,
delle città impazzite e delle moltitudini in cui il vizio e il
crimine dilagano, moltiplicando a loro agio la nefandezza per la
nefandezza?
Ma,
qualcuno dirà, perché ricordare tutto ciò in questo contesto di
allegria? Perché questo piagnucolìo, nel momento in cui gli uomini
anelano a ridere e festeggiare? Per protestare!
E
se questa protesta risuona come un piagnucolìo per qualche udito
ottenebrato dalla cacofonia moderna, il difetto non sta nella
protesta. Il difetto è di chi sa sentire nella protesta solo ciò
che essa non è: un piagnucolìo.
Il
piagnucolìo è pusillanime, esso indica sempre sconfitta e
capitolazione. Mentre la protesta ispirata all’amore a Cristo, Re
vincitore, ed a Maria, ut
castrorum acies ordinata,
si innalza con audacia in mezzo all’incomprensione. E questa
protesta è un grido di riparazione, una proclamazione di
inconformità, e ancor più, un preannuncio di vittoria!
(*)
Nota: Per conoscere di più sull'autore: http://www.atfp.it
oppure www.pliniocorreadeoliveira.net
(Artigos na Folha de S. Paulo),
per esempio.
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