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Caro lettore, gentile
lettrice,
Vi inoltriamo l’invito sotto,
ricevuto dall’agenzia
La Rivista
“Radici Cristiane”
è
lieta di invitarLa ad un incontro sul tema:
La roccia o la sabbia?
I fondamenti irrinunciabili
della società
Intervengono:
S.
Emin. Rev.ma il Cardinale Jorge Arturo Medina Estévez
S. E.
Mons. Luigi Negri, Vescovo di San Marino-Montefeltro
Prof.
Roberto de Mattei
Prof.
Julio Loredo
Lunedì 29 maggio 2006 alle ore 18,15
Palazzo della Cancelleria, Piazza della Cancelleria, 1 – Roma
La Chiesa cattolica (...) richiama una particolare
attenzione sui principi che non sono negoziabili.
(Papa Benedetto XVI)
Segreteria organizzativa: Tel.
06.32.33.370 - Fax 06.32.20.291
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Pio XII ha fatto, nel febbraio 1950, una attualissima
allocuzione sull’importanza della “stampa cattolica”. I princìpi
enunciati da Papa Pacelli si applicano, “mutatis mutandis”, non
soltanto alla “stampa cattolica” nel senso canonico
dell’espressione, ma anche al vastissimo mondo dei media, delle
agenzie e dei siti di ispirazione cattolica, insomma tutti coloro
che sono “al servizio della verità, della giustizia e della pace”
secondo l’insegnamento della Chiesa.
E’ un testo utilissimo per tutti quelli che vogliono
servire il Santo Padre, il quale ribadisce i “principi che non sono
negoziabili” per un cattolico perché possa rimanere fedele a Gesù
Cristo e al Suo Corpo Mistico: i fedeli – religiosi o laici – devono
essere come l’eco è per la campana. Tra l’altro, non dobbiamo essere
“sublimi” nel difendere le verità che nessuno contraddice, o
proclamare, come “eroi”, luoghi comuni…
L’IMPORTANZA DELLA STAMPA
17 febbraio 1950. Allocuzione
Ai giornalisti cattolici convenuti a Roma per il loro
Congresso internazionale, il Pontefice rivolge il proprio affettuoso
saluto in lingua francese. Riconosciuta l'importanza della stampa
nella formazione dell'opinione pubblica, Pio XII ricorda ai
giornalisti gli obblighi che loro incombono nell'esercizio della
professione, ed afferma con assoluta decisione che la soppressione
della libertà d'informazione costituisce un attentato al diritto
naturale dell'uomo, come stabilito da Dio.
Ai giornalisti cattolici partecipanti a Roma al Congresso
internazionale. Il Papa Pio XII.
L'importanza
della stampa cattolica che voi rappresentate, diletti figli, in
questo Congresso internazionale, e la gravità dei problemi proposti
al vostro studio, Ci hanno indotto a derogare, per ricevervi, alla
norma che, pur con Nostro vivo rammarico, abbiamo dovuto imporCi, di
limitare, di sospendere anche più spesso, i Nostri discorsi e le
Nostre allocuzioni durante l'Anno Santo. Ma, questa volta, non
potevamo omettere di portare il contributo della Nostra parola al
grande tema della vostra riunione. Esso è ampio e suggestivo: la
Stampa cattolica al servizio della verità, della giustizia e della
pace.
Appunto in vista
di uno degli aspetti essenziali di tale servizio, Noi riteniamo
opportuno di affidare alle vostre meditazioni alcuni principi
fondamentali concernenti l'ufficio della Stampa cattolica di fronte
alla opinione pubblica. Essa invero ha un posto eminente fra quanti
concorrono alla sua formazione e diffusione.
Infatti
l'opinione pubblica è la prerogativa di ogni società normale
composta di uomini che, consapevoli della loro condotta personale e
sociale, sono intimamente impegnati nella comunità di cui sono
membri. Essa è dappertutto, in ultima analisi, l'eco naturale, la
risonanza comune più o meno spontanea degli avvenimenti e delle
condizioni del tempo nei loro intelletti e nei loro giudizi.
Là ove non
apparisse alcuna manifestazione dell'opinione pubblica, là
soprattutto ove se ne dovesse rilevare la reale inesistenza,
qualunque sia la ragione per spiegare il suo mutismo o la sua
assenza, si dovrebbe scorgere un vizio, una infermità, una malattia
della vita sociale.
Lasciamo pure da
parte, evidentemente, il caso in cui l'opinione pubblica tace in un
mondo ove anche la giusta libertà è bandita e dove la sola opinione
dei partiti al potere, l'opinione dei capi o dei dittatori è ammessa
a far sentire la propria voce. Soffocare quella dei cittadini,
ridurla al silenzio forzato, costituisce, agli occhi di ogni
cristiano, un attentato al diritto naturale dell'uomo, una
violazione dell'ordine del mondo così come Dio l'ha stabilito.
Chi non
percepisce le angosce, lo sbandamento morale in cui un tale stato di
cose fa cadere la coscienza degli uomini della Stampa? In realtà noi
avevamo sperato che le troppo dure esperienze del passato avrebbero
almeno servito di lezione per liberare definitivamente la società
da una così scandalosa tirannia e per mettere fine a un oltraggio
tanto umiliante per i giornalisti e per i loro lettori. Sì, non meno
vivamente di voi, Noi l'avevamo sperato e la Nostra delusione non è
meno amara della vostra.
Lagrimevole
situazione! Altrettanto deplorevole e, forse, ancora più funesta a
causa delle sue conseguenze, è quella dei popoli nei quali
l'opinione pubblica resta muta, non perché è imbavagliata da una
forza esterna; ma perché mancano i suoi presupposti interni, che
devono trovarsi negli uomini viventi in comunità.
Noi
riconoscevamo, nell'opinione pubblica, un'eco naturale, una
risonanza comune, più o meno spontanea, dei fatti e delle
circostanze nell'intelletto e nei giudizi delle persone che si
sentono responsabili e strettamente legate alla sorte della loro
comunità. Le Nostre parole indicano quasi altrettante ragioni, per
cui l'opinione si forma e si esprime tanto difficilmente. Ciò che
oggi si chiama opinione pubblica spesso non ne porta che il nome, un
nome vuoto di senso, qualche cosa come un vago rumore,
un'impressione artificiosa e superficiale; nulla più di un'eco
spontaneamente suscitata nella coscienza della società e da essa
emanante.
Ma dove cercare
gli uomini, profondamente compenetrati del senso della loro
responsabilità e della loro stretta solidarietà con l'ambiente in
cui vivono? Niente più tradizione, niente più focolare stabile,
sicurezza dell'esistenza, nulla più di ciò che avrebbe potuto
arrestare l'opera disgregatrice e, troppo spesso, di distruzione. Si
aggiunga l'abuso della forza delle organizzazioni gigantesche di
massa, le quali, prendendo l'uomo moderno nel loro complicato
ingranaggio, soffocano facilmente ogni spontaneità della pubblica
opinione e la riducono a un conformismo cieco e docile dei pensieri
e dei giudizi.
Non vi sarebbero
dunque più, in coceste nazioni disgraziate, uomini degni di questo
nome? uomini improntati dal sigillo d'una vera personalità, capaci
di promuovere la vita interiore della società? uomini che, alla
luce dei princìpi che stanno al centro della vita, alla luce delle
loro forti convinzioni sanno contemplare Dio, il mondo e tutti gli
avvenimenti, grandi o piccoli, che vi succedono? Uomini così fatti
dovrebbero, invece, grazie alla rettitudine del loro giudizio e dei
loro sentimenti, poter edificare, pietra su pietra, la parete solida
sulla quale, ripercuotendosi la voce di quegli avvenimenti, si
rinfrangerebbe in un'eco spontanea. Senza dubbio vi sono ancora di
tali uomini, purtroppo poco numerosi e sempre più rari, a mano a
mano che vengono sostituiti da individui scettici, stanchi,
noncuranti, senza fermezza né carattere, agevolmente manovrati da
pochi direttori del giuoco!
L'uomo moderno
ostenta volentieri attitudini indipendenti e disinvolte. Assai
spesso esse costituiscono soltanto una facciata, dietro la quale si
nascondono poveri esseri, vuoti, fiacchi, senza forza spirituale per
smascherare la menzogna, senza forza d'animo per resistere alla
violenza di coloro che sono capaci di mettere in movimento tutti i
ritrovati della tecnica moderna, tutta l'arte raffinata della
persuasione per privarli della loro libertà di pensiero e renderli
simili alle fragili «canne agitate dal vento» (Matth., 11, 7).
Si potrebbe forse
affermare con sicurezza che la maggioranza degli uomini è capace di
giudicare, di valutare i fatti e le correnti al loro giusto peso, in
modo che l'opinione sia guidata dalla ragione? Eppure è questa una
condizione « sine qua non», perché essa sia valida e sana. Non si
vede invece, forse, questa maniera, che è la sola legittima di
giudicare uomini e cose secondo chiare norme e giusti principii
essere respinta come un ostacolo alla spontaneità, e, al contrario,
essere posti in onore l'impulso e la reazione sensibili
dell'istinto e della passione come i soli « valori di vita»? Sotto
l'influsso di tale pregiudizio, ben poco resta della ragione umana e
della sua forza di penetrazione nel dedalo profondo della realtà.
Gli uomini sensati non contano più; restano quelli la cui visuale
non va oltre la loro limitata specialità, né al di sopra della
potenza puramente tecnica. Non è certo da tali uomini che si può, in
via ordinaria, attendere l'educazione dell'opinione pubblica, né la
fermezza di fronte alla propaganda astuta che si arroga il
privilegio di plasmarla a suo piacere. In tale campo. gli uomini di
spirito cristiano, semplice, retto, ma limpido, benché il più delle
volte senza molti studi, sono ad essi di gran lunga superiori.
Gli uomini, ai
quali dovrebbe competere l'ufficio di illuminare e di guidare
l'opinione pubblica, si vedono dunque spesso, gli uni a causa di
cattiva volontà o di propria insufficienza, gli altri per
impossibilità o perché costretti, in condizione non favorevole per
poter assolvere il proprio dovere liberamente e felicemente. Una
tale difficile condizione danneggia particolarmente la Stampa
cattolica nella sua attività al servizio della pubblica opinione.
Giacché tutte le deficienze, le incapacità più sopra ricordate
dipendono dalla violazione dell'organizzazione naturale della
società umana così come Dio l'ha voluta, dalla menomazione dell'uomo
il quale, formato ad immagine del suo Creatore e da lui dotato
d'intelligenza, era messo al mondo per esserne il signore, permeato
della verità, docile ai precetti della legge morale, del diritto
naturale e della dottrina soprannaturale, contenuta nella
rivelazione di Gesù Cristo.
In questa
condizione di cose, il male più temibile per il pubblicista
cattolico sarebbe la pusillanimità e lo scoraggiamento. Guardate la
Chiesa: da quasi duemila anni, attraverso tutte le difficoltà, le
contraddizioni, le incomprensioni, le persecuzioni aperte e sottili,
giammai si è depressa, giammai si è lasciata avvilire. Prendete
esempio da essa. Considerate, nelle deplorevoli manchevolezze a cui
abbiamo accennato, il duplice quadro di ciò che non deve essere e di
ciò che deve essere la Stampa cattolica.
In ogni suo modo
di essere e di agire, essa deve opporre un contrasto insormontabile
al regresso progressivo, alla scomparsa delle condizioni basilari di
una sana opinione pubblica, e consolidare e rafforzare ciò che ne
rimane. Rinunzi essa volentieri ai labili vantaggi d'un interesse
volgare e di una popolarità di bassa lega; sappia conservarsi, con
energica e fiera dignità, inaccessibile a tutti i tentativi diretti
o indiretti di corruzione. Abbia il coraggio — a costo anche di
sacrifici pecuniari — di bandire recisamente dalle sue colonne ogni
annuncio, ogni pubblicità che suonino offesa alla fede o alla
onestà. Così facendo, essa guadagnerà in valore intrinseco, finirà
per conquistare la stima, quindi la fiducia; rinsalderà la consegna
spesso ripetuta: «A ogni focolare cattolico, il giornale cattolico».
Ma, pur con il
vantaggio delle migliori condizioni esterne ed interne in cui possa
svilupparsi e diffondersi, l'opinione pubblica non è tuttavia
infallibile, né sempre assolutamente spontanea. La complessità o la
novità degli avvenimenti e delle condizioni di cose possono
esercitare un influsso notevole sulla sua formazione, senza contare
che essa non si distacca facilmente sia dai giudizi preconcetti,
sia dalla corrente dominante delle idee, anche quando la reazione
sarebbe oggettivamente giustificata, anche quando si imponesse. Ed
è qui che la Stampa ha un ufficio eminente da compiere per formare
l'opinione, non per dominarla o signoreggiarla, ma per servirla
utilmente.
Questa delicata
impresa suppone, in quanti si occupano della Stampa cattolica, la
competenza, una cultura generale soprattutto filosofica e teologica,
i doni dello stile, il tatto psicologico. Ma in primo luogo, per
essi è indispensabile il carattere. Il carattere, cioè, in termini
semplici, l'amore profondo e l'inalterabile rispetto dell'ordine
divino, che abbraccia ed informa tutte le manifestazioni della
vita; amore e rispetto che il giornalista cattolico non deve
limitarsi a sentire e nutrire nel segreto del proprio cuore, ma deve
coltivare in quelli dei suoi lettori. In più di un caso la fiamma in
tal guisa ardente basterà a riaccendere o a ravvivare in essi la
scintilla quasi spenta di convinzioni e di sentimenti sopiti nel
fondo della loro coscienza. In altri casi la sua larghezza di
vedute e di giudizio potrà aprire i loro occhi troppo timidamente
fissi su pregiudizi tradizionali. Negli uni come negli altri sempre
egli si guarderà dal « fare » l'opinione; bensì sarà fiero di
servirla.
Noi crediamo che
questo concetto cattolico dell'opinione pubblica, del suo
funzionamento e dei servigi ad essa resi dalla Stampa, è altrettanto
adatto che necessario per aprire agli uomini, secondo il vostro
ideale, il cammino della verità, della giustizia, della pace.
Così, col suo
comportamento di fronte all'opinione pubblica, la Chiesa si pone
come una diga dinanzi al totalitarismo, che, per sua stessa natura,
è necessariamente nemico della vera e libera opinione dei cittadini.
Invero, per la sua propria natura esso rinnega questo ordine divino
e la relativa autonomia che va riconosciuta a tutti i campi della
vita, in quanto ripetono tutti da Dio la loro origine.
Una siffatta
opposizione si è ancora una volta manifestata in occasione di due
discorsi, nei quali Noi, di recente, abbiamo voluto porre in luce la
posizione del giudice di fronte alla legge. Parlavamo allora delle
norme obiettive del diritto, del diritto divino naturale che
garantisce alla vita giuridica degli uomini l'autonomia richiesta da
un vivo e sicuro adattamento alle condizioni di ogni tempo. Che
non Ci abbiano compreso i totalitari, per i quali la legge e il
diritto non sono altro che strumenti nelle mani dei circoli
dominanti, era da aspettarselo. Ma notare gli stessi malintesi da
parte di certi gruppi che, per lungo tempo, si erano atteggiati a
campioni della concezione liberale della vita, che avevano
condannato uomini per il semplice torto dei loro legami con leggi e
precetti contrari alla morale, ecco qualche cosa che assai
sorprende! Giacché, in ultima analisi, il fatto che il giudice
nell'emanare una sentenza si senta legato dalla legge positiva e
tenuto a interpretarla fedelmente, non è in nessun modo
incompatibile col riconoscimento del diritto naturale; anzi è
questa una delle sue esigenze. Ma ciò che non si potrebbe
legittimamente concedere è che tale vincolo sia stabilito
esclusivamente dall'atto del legislatore umano dal quale proviene la
legge. Sarebbe riconoscere alla legislazione positiva una pseudo
maestà che in nulla si differenzierebbe da quella che il razzismo o
il nazionalismo attribuiva alla produzione giuridica totalitaria,
calpestando i diritti naturali delle persone fisiche e morali.
Anche qui alla Stampa cattolica spetta un posto notevole per
esprimere in formule chiare il pensiero del popolo, confuso,
esitante, impacciato dinanzi al meccanismo moderno della
legislazione positiva, pericoloso meccanismo dal momento che si
tralascia di vedere in quest’ultima una derivazione del diritto
divino naturale.
Questo
concetto cattolico dell'opinione pubblica e del servizio resole
dalla Stampa è anche una solida garanzia per la pace.
Essa prende consistenza e motivo a favore della giusta libertà e
del diritto degli uomini al loro proprio giudizio, ma essa li
considera alla luce della legge divina. Ciò significa che chiunque
intende porsi lealmente al servizio dell'opinione pubblica, sia
esso l'autorità sociale o la stessa stampa, deve assolutamente
inibirsi qualsiasi menzogna o sobillazione. Non è forse evidente che
siffatta disposizione di spirito e di volontà reagisce con efficacia
al clima di guerra? Per contro, allorché la pretesa opinione
pubblica è voluta, imposta, con buone o con forti maniere, allorché
le menzogne, i pregiudizi di parte, gli artifici di stile, gli
effetti di voce e di gesti, l'abuso del sentimento rendono
illusorio il giusto diritto degli uomini al loro proprio giudizio,
alle loro proprie convinzioni, allora si crea una atmosfera pesante,
malsana, artificiosa che, nel corso degli avvenimenti,
d'improvviso, fatalmente, come gli spaventosi procedimenti chimici,
oggi purtroppo così temuti, soffoca o stordisce gli stessi uomini e
li costringe a dare beni e sangue per la difesa ed il trionfo di una
causa falsa ed ingiusta. In realtà la pace è in pericolo proprio
là ove l'opinione pubblica cessa di funzionare liberamente.
Noi vorremmo
infine aggiungere ancora una parola per quanto concerne l'opinione
pubblica nell'ambito stesso della Chiesa (naturalmente, nelle
materie lasciate alla libera discussione). Di ciò non possono
stupirsi se non coloro che non conoscono la Chiesa o la conoscono
male. Essa infatti è un corpo vivente, e qualche cosa mancherebbe
alla sua vita se le facesse difetto l'opinione pubblica: mancanza,
questa, il cui demerito ricadrebbe sui Pastori e sui fedeli. Ma
anche qui la Stampa cattolica può servire assai utilmente. In tale
servizio tuttavia, ben più che in qualsiasi altro, il giornalista
deve portare quel carattere di cui abbiamo parlato, fatto di
inalterabile rispetto e di amore profondo verso l'ordine divino,
cioè, in questo caso, verso la Chiesa quale essa esiste, non
soltanto nei disegni eterni, ma in quanto vive concretamente
quaggiù, nello spazio e nel tempo, divina sì, ma formata di membra e
di organi umani.
Se possiede
questo carattere, il pubblicista cattolico saprà premunirsi tanto da
un servilismo muto che da una critica incontrollata. Concorrerà, con
salda avvedutezza, alla formazione di una opinione cattolica nella
Chiesa, soprattutto allorché, come avviene oggi, tale opinione
oscilla tra due poli egualmente pericolosi, uno spiritualismo
illusorio e irreale e un realismo disgregatore e
materialistico. Tenendosi lontana da questi due estremi, la Stampa
cattolica dovrà esercitare, in mezzo ai fedeli, il suo influsso
sull'opinione pubblica nella Chiesa. Solo così si potranno eludere
tutte le idee false, per eccesso o per difetto, circa la missione e
la possibilità della Chiesa nell'ordine temporale e, ai nostri
giorni, particolarmente nella questione sociale e nel problema
della pace.
Non vogliamo
terminare senza rivolgere il Nostro pensiero verso tanti uomini
veramente grandi, onore e gloria del giornalismo e della stampa
cattolica dei tempi moderni. Da oltre un secolo essi stanno
dinanzi a noi come modelli di attività spirituale; ancor più: dalle
loro file si sono levati oggi dei veri martiri della buona causa,
i confessori valorosi in mezzo alle difficoltà spirituali e
temporali dell'esistenza. Sia benedetta la loro memoria! Che il
loro ricordo sia per voi un conforto e un incoraggiamento
nell'assolvere il vostro arduo ma importante dovere.
Nella fiducia
che, seguendo il loro esempio, voi darete fedelmente e con frutto il
vostro, v'impartiamo dal profondo del cuore, diletti figli, la
Nostra Benedizione Apostolica. [cfr. Ugo Bellocci, TUTTE LE
ENCICLICHE E I PRINCIPALI DOCUMENTI PONTIFICI emanati dal 1740,
Volume XII, Pio XII (1939-1958), Parte seconda (1950-1958), ©
Libreria Editrice Vaticana, 2004, pag. 7-12 – I neretti sono
nostri)
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Cordiali saluti,
la segreteria di “Luci sull’Est”
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