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Cari lettori, gentile lettrici
Siamo lieti di comunicare ai nostri lettori
l’ultima opera stampata da “Luci sull’Est”: una nuova edizione –
più illustrata delle precedenti – del famoso “Il libro della
FIDUCIA”, del Padre Thomas de Saint Laurent, con Prefazione del
Cardinale Angelo Comastri. Sulla
copertina, una statua della
Madonna che porta in braccio il Bambino Gesù. Lui già sapeva che
ciò che L’aspettava era la morte e la morte di Croce. Tuttavia
riposa dolcemente, tranquillamente, fiduciosamente tra le
braccia della Mamma… Il Divino Maestro ci insegna che pur nelle
difficoltà della vita, dobbiamo saperle guardare in faccia, chiederGli le forze necessarie per affrontarle, affidandoci
appunto con fiducia nella Sua e nostra Madre.
E per aiutare a questo scopo, vi offriamo in
questa newsletter le considerazioni dell’ispiratore di “Luci
sull’Est”, il prof. Plinio Corrêa de Oliveira (1908-1995),
leader cattolico e intellettuale brasiliano.
In questi giorni che ci approssimano alla festa
di San Pietro e San Paolo, dobbiamo ricordare di pregare in modo
particolare per il Santo Padre Benedetto XVI perché la Croce che
lui deve portare è molto pesante, e sembra andarsi facendo ogni
giorno più pesante.
Speranza
Nostra Salve
Plinio Correa de Oliveira (*)
Ottimismo,
pessimismo, realismo: quale posizione dobbiamo prendere dinanzi
ai fatti contemporanei? Prima di rispondere a questa domanda,
bisogna dare ai termini il loro vero significato.
A rigore, è
realista chi vede i fatti tali e quali sono. Ottimista sarebbe,
invece, chi per difetto di visione, immaginasse i fatti con un
aspetto più sorridente di quello presentato dalla realtà;
pessimista sarebbe chi per un difetto simmetrico ed opposto, li
vedesse con colori più cupi di quel che sono effettivamente.
Quindi, sarebbe realista un medico che avesse una nozione
oggettiva e vera dello stato del suo paziente; ottimista,
invece, sarebbe colui che, ingannando se stesso, valutasse il
male come qualcosa di meno grave di quanto è in realtà; il
pessimista, infine, riterrebbe il male più grave di quello che
in effetti sia.
Tuttavia nel
linguaggio corrente queste parole, a causa di uno slittamento
semantico, sono usate in un senso alquanto diverso. Se il
medico, dopo aver esaminato l’ammalato, giungesse alla
conclusione che – con tutta la veridicità dei fatti – il suo
stato non è grave, si direbbe che «è ottimista» riguardo al
futuro del suo paziente. «Ottimista» non vuol dire qui che il
medico si sia illuso, e veda le cose migliori di ciò che sono.
Significa che le cose si presentano oggettivamente di buon
auspicio, al punto che il medico spera reali miglioramenti. Al
contrario, se la malattia fosse oggettivamente grave, si direbbe
che dopo la visita il medico «ne è uscito pessimista». Questa
espressione non significa necessariamente che il medico si sia
ingannato sullo stato dell’ammalato. Significherebbe che la
situazione è molto grave, e di conseguenza c’è d’aspettarsi
qualcosa di spiacevole.
Definiti questi
diversi significati delle parole, sarà più facile e più preciso
dire se si deve essere ottimisti, pessimisti o realisti.
Evidentemente, in qualsiasi caso, si deve essere realista.
Poiché il realismo è la visione esatta delle cose, e
all’opposto, l’ottimismo e il pessimismo sono errori, si deve
preferire la verità invece dell’errore. Perciò quando sentiamo
parlare di «sano ottimismo», cronicamente e necessariamente
opposto all’«insano pessimismo», spesso ci viene da sorridere:
infatti se l’ottimismo è una visione sorridente, ma deformata,
della verità, come può essere mai sano? Come può esserci salute
nella deformazione?
Ma, qualcuno
dirà, il sano ottimismo consiste nel vedere le cose sanamente,
con i loro colori chiari, quando effettivamente sono chiare.
D’accordo. Ma in questo caso non si dovrebbe parlare sempre di
«insano pessimismo». Ci dovrebbe essere pure posto per un
«pessimismo sano», che consisterebbe nel vedere le cose cupe
quando effettivamente lo sono. Al contrario, per le persone che
parlano costantemente di «sano ottimismo» il pessimismo è
necessariamente «insano» e uno che fosse sempre ottimista è
«sano», così come per loro sarebbe «insano» uno che fosse sempre
pessimista. La possibilità che ci sia un «pessimismo sano» è
precisamente ciò che molta gente vuole a tutti i costi negare.
* * *
Riassumendo, si
deve essere sempre ed inflessibilmente realisti. Quando la
realtà è buona, si deve dedurne auspici ottimistici nel buon
senso della parola. E quando la realtà è cattiva si deve dedurne
pronostici pessimistici, ugualmente nel buon senso della parola.
«Sano ottimismo», «insano pessimismo»,
sono soltanto espressioni legittime e ragionevoli, se
identificate sempre, ed inesorabilmente, col «realismo
assoluto».
Detto questo,
la domanda se dobbiamo essere ottimisti o realisti per quanto
riguarda l’epoca attuale, si trasforma in quest'altra: se la
nostra epoca giustifica pronostici buoni, oppure cattivi. E’, di
questo, quindi, che tratteremo.
Ciò che va male
giustifica pronostici cattivi. E ciò che va bene giustifica
pronostici buoni. Poiché l’effetto non può avere qualità che in
qualche modo non siano contenute nella causa, di conseguenza,
dobbiamo domandarci se le cose vanno bene o male ai nostri
giorni. Evidentemente la nostra epoca ha aspetti buoni e aspetti
cattivi, come tutte le epoche storiche, persino le peggiori, o
le migliori. Così, che un uomo si dia da fare per provvedere ai
beni necessari o convenienti per il sostentamento della vita, è
un bene. Quindi, un ladro, nella misura in cui si preoccupa del
suo futuro e desidera provvedere alla sua propria sussistenza, è
nel giusto. Il suo peccato inizia soltanto nel momento in cui
decide di impiegare mezzi illeciti per far fronte a questa
preoccupazione, di suo giustissima. Non tutto, pertanto, è
cattivo nelle intenzioni del ladro. In questo senso, a rigore,
lo stesso atto di Giuda, quando rubava le elemosine che gli
Apostoli riservavano per i poveri e quando infine vendette
l’Uomo-Dio, conteneva qualcosa di legittimo, in quanto
rifletteva un’appetenza verso beni necessari al sostentamento
della sua vita. Il che non ha impedito di dire che per Giuda
«meglio sarebbe se non fosse nato», né di punire i ladri come
criminali.
Così, dunque,
dobbiamo riconoscere che non giudica oculatamente su un uomo,
un paese, o un secolo, chi si limita appena a distinguere il
bene e il male che vi possano esistere. Bisogna risalire,
da questa legittima distinzione di aspetti, all’unità
fondamentale che esiste negli uomini. E cercare di vedere, nella
correlata unità di senso che questi aspetti devono rappresentare
nel loro insieme, qual è la nota prevalente.
* * *
La questione,
allora, si riduce a quest’altra: dei molteplici aspetti della
nostra epoca, quale visione unitaria e d’insieme è posta in
risalto? Quali i valori, i princìpi, i fattori, i leitmotiv che
prevalgono?
* * *
Non è questa la
sede adatta per fare l’inventario di ciò che ci pare vada bene,
o di ciò che ci pare vada male, e per poi stabilire ciò che
prevale, se il bene o il male. L’impresa sarebbe titanica, e
difficilmente trasferibile in un libro. A fortiori non potrebbe
stare in un articolo di giornale. Tuttavia, non per questo
rimarremo senza risposta. Se vogliamo sapere ciò che prevale ai
nostri giorni, se la carità di Nostro Signore Gesù Cristo o lo
spirito del mondo, basta leggere S. Paolo.
Secondo
l’Apostolo, le opere della carne sono: fornicazione, impurità,
libertinaggio, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia,
gelosie, dissensi, divisioni, fazioni invidie, omicidi,
ubriachezza, orge ed altre cose del genere (Gal. V, 19-21). Al
contrario, i frutti dello spirito sono: carità, gioia, pace,
pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, modestia,
continenza, castità (ibid 22-23).
Non è
necessario domandarci se ciò che prevale nel nostro secolo siano
le opere della carne o i frutti dello spirito.
Prendiamo la
stessa verità da un’altra angolazione. Oseremmo dire che la
civiltà dei nostri giorni sia ancora prevalentemente cristiana?
In questo caso dovremmo riconoscere che la corruzione dei
costumi, l’avidità, le rivalità, le lotte, il disordine
universale che in essa prevalgono sono frutti propri e tipici
dell’influenza della Chiesa. Chi non vede che questa
affermazione è una bestemmia? Dunque, in questo modo, è
necessario riconoscere la verità: la nostra civiltà non è
formata dallo spirito di Gesù Cristo. Essa produce i frutti
tipici delle civiltà dominate dalle tenebre.
Che cosa ne può
derivare? Con qualche altro decennio di guerre, di discordia
e di lotta tra nazioni e classi, dove finiremo? Se la
corruzione dei costumi si accentuerà con la crescente velocità
con cui si va sviluppando, dove ci troveremo tra 50 anni? ad
esempio, in materia di balli, di scollature, di familiarità tra
i sessi? [Ndr., l’articolo è stato scritto proprio 57 anni fa.]
Se volessimo
ragionare, con molta probabilità dovremmo riconoscere che ben
poco ci separa dalla catastrofe totale e che, se si continua in
questa direzione, tra non molto tempo subiremo un’eclissi di
cultura e di civiltà analoga alla caduta dell’Impero Romano
d’Occidente.
E quale sarà,
in questo mondo, il futuro della Chiesa? Sarà condannata
a tornare a vivere per alcuni secoli nelle catacombe? Vedrà
ridotto ad un gruppetto insignificante il numero dei suoi
fedeli?
* * *
Il futuro lo
conosce solo Dio. A rigor di logica, nessuno potrebbe
sorprendersi se tutta la struttura dell’attuale civiltà venisse
a crollare fragorosamente e tragicamente, in un grande bagno di
sangue. Ma c’è una ragione – e non è l’unica – per sperare che
la Provvidenza non permetterà che la Santa Chiesa ritorni alle
catacombe per molto tempo. E’ il fatto che, tra le desolazioni
dell’epoca presente, esiste già un preannuncio di vittoria :
l’azione visibile, per così dire, della Santissima Vergine sulla
terra.
Da Lourdes a
Fatima sino ad oggi, quanto più la crisi universale si aggrava,
tanto più gli interventi di Maria Santissima divengono numerosi
e tangibili.
Si combatte la devozione alla Madonna, non solo fuori della
Chiesa ma – horribile dictu – persino in certi ambienti che sono
o si suppongo cattolici. Ma invano. Si vede che qui e là la
Santissima Vergine continua ad attirare a sé migliaia di anime,
e a svolgere un piano di rigenerazione che conduce evidentemente
ad un grande e spettacolare finale.
Tutte le
circostanze sembrano adeguate ad un immenso trionfo della
Vergine. La crisi è tragica. Si avvicina all’apice. I
mezzi di salvezza restano, a dire il meno, inutilizzati. Noi non
meritiamo alcuna grazia eccezionale, ma solo castighi e ancora
castighi per i nostri peccati. Tutti gli aspetti di una
situazione umanamente perduta sembrano in questo momento non
solo tipicamente, ma anche archetipicamente, accumularsi.
Chi ci
potrebbe salvare?
Soltanto chi avesse verso di noi una
condiscendenza illimitata, una compiacenza di Madre, di una
Madre illimitatamente buona, generosa, esaudente. Ma sarebbe
necessario che questa Madre fosse allo stesso tempo più potente
di tutte le forze della terra, dell’inferno e della carne.
Sarebbe
necessario che fosse onnipotente presso il proprio Dio,
giustamente irritato per i nostri peccati. Salvarci in questa
situazione sarebbe la più risplendente delle manifestazioni del
potere di tale Madre.
Ora noi
questa Madre l’abbiamo. Lei è la Madre nostra, e Madre di Dio.
Come non accorgersi che tanti disastri e tanti peccati, per così
dire, richiedono l’intervento di Maria Santissima, e come non
rendersi conto che Lei risponderà a questo clamore?
Quando? Durante
il grande dramma che si sta avvicinando? Dopo di questo? Non lo
sappiamo. Però una cosa pare assolutamente probabile: è che
Maria Santissima non prepara per la Santa Chiesa, come esito
finale di questa crisi, secoli di agonia e dolore, ma un’era di
trionfo universale.
* * *
Ed è così che,
con gli occhi posti verso Maria Santissima, in tutta serenità
possiamo rispondere alla domanda, se si debba essere ottimisti o
pessimisti: un sano pessimismo ci deve persuadere che meritiamo
questo e altro, e forse abbiamo da soffrire molto, moltissimo;
ma un ottimismo sano e soprannaturale ci deve persuadere che il
trionfo della Chiesa viene preparato dai dolori dei nostri
giorni, mediante il completo annientamento dello spirito del
mondo. Questo pessimismo e questo ottimismo costituiscono un
realismo sano, perché prendono in considerazione una grande
realtà senza la quale qualsiasi visione dei problemi umani
sarebbe falsata: la Provvidenza di Maria.
(*)
Catolicismo, N. 17, maggio 1952.
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Con l’augurio di un meritevole riposo in questo
periodo di vacanze che si avvicina e con la preghiera affinché
la Provvidenza protegga tutti dalle insidie “del mondo, del
demonio e della carne” che possono essere più forti in queste
occasioni,
Cordialmente,
Lo staff di “Luci sull’Est”
P.S. Ringraziamo in anticipo i nostri lettori che
hanno l’abitudine di inoltrare le nostre Newsletter e/o
diffonderle sui diversi media, siti e blog. Infatti, se una
riflessione, un pensiero, un commento, un bel fatto ci fa bene,
perché non trasmetterlo ad altri?
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