Corrispondenza
romana, 30 settembre 2000 - n. 683
Roberto
de Mattei
Il voto danese contro l’euro
costituisce una nuova grave sconfitta del progetto degli eurocrati di
Bruxelles. Il “no” della Danimarca nel referendum del 28 settembre allontana
infatti l'ingresso degli inglesi e degli svedesi nel “club” della moneta unica,
proietta l'ombra di nuove lacerazioni sul prossimo vertice di Nizza e
soprattutto dimostra l'esistenza di una grave frattura tra l’europeismo spinto
dell'establishment mondialista e i sentimenti e le ragioni dell’opinione
pubblica europea.
In Danimarca, il mondo economico, i
grandi mezzi di comunicazione, e tutti i partiti politici, con la sola eccezione
del Partito Popolare Danese di Pia Kajaersgaard, erano schierati a favore
dell’Euro, che però è stato bocciato con il 53,1% dei suffragi. Ma se fosse
data ai cittadini la possibilità di esprimersi, la situazione non si
rivelerebbe diversa in molti altri paesi, a cominciare dalla Germania dove,
secondo gli ultimi sondaggi, il 60% dei tedeschi rimpiange il Deutsche Mark.
Se il valore della moneta dipende dalla
fiducia di chi la utilizza, si può ben comprendere come l’euro, che avrebbe
dovuto “schiacciare” il dollaro, ha già perso nei suoi confronti il 25% del suo
valore. Gli europei, o larga parta di essi, non hanno in realtà alcuna fiducia
nella nuova moneta unica imposta artificialmente dagli “eurofanatici” come
l’attuale presidente della Repubblica ed ex governatore della Banca d’Italia
Carlo Azeglio Ciampi e continuano a pensare e a spendere in termini di monete
nazionali.
Ciò significa il fallimento del
“metodo” Monnet, scelto a Bruxelles per realizzare il progetto di unificazione
europea. Al “federalismo” di Altiero
Spinelli (1907-1986), che reclamava un’Assemblea Costituente per creare gli
Stati Uniti d'Europa, Jean Monnet (1888-1979) opponeva la strategia
“funzionalista”, secondo cui la strada per arrivare all’unità politica sarebbe
quella di una graduale integrazione delle strutture economiche. Il Trattato di
Maastricht, seguendo la linea Monnet, ha suddiviso il processo di realizzazione
dell’Unione Europea in fasi successive, destinate a condurre inevitabilmente
dall’unione monetaria a quella politica. La riuscita del piano è però legata al
successo, fino ad oggi mancato, dell’euro, entrato in vigore in Europa il 1
gennaio 1999.
Il progetto di
Carta di diritti fondamentali avanzato dal Consiglio Europeo di Colonia nel
giugno 1999 risponde all’esigenza di far fronte al fallimento del metodo
Monnet, contrapponendo all’Europa monetaria un’Europa dei diritti e dei valori.
Al di là del valore giuridico del documento l’idea è quella di proporre una
testo “forte” dall’alta portata simbolica. Quali sono i “valori” a cui si
richiama la Convenzione che sta redigendo la “Carta dei diritti” ?
Il
riferimento al “retaggio culturale,
umanistico e religioso” dell’Europa proposto dai democristiani bavaresi è stato
respinto dal premier francese Jospin che ha fatto subito sapere che la Francia
non potrebbe mai accettare un testo che annovera il “retaggio religioso” fra i
fattori che determinano l’identità della UE (cf. “La Repubblica”, 28 settembre
2000). Mancano finora quei riferimenti espliciti al diritto alla vita e alla
libertà religiosa a cui si è riferito Giovanni Paolo II ricevendo i presidenti
del Parlamento europeo. Manca perfino, come ha osservato il deputato UEN
francese Georges Berhu, la tutela del diritto fondamentale di ogni cittadino a
potersi esprimere democraticamente nel proprio paese. La Carta dei diritti
rischia di essere la carta della negazione dei valori e dei diritti.