“Corriere della Sera”, 13 Aprile 2000
Gli esuli non vogliono far tornare a
Cuba il piccolo naufrago. Il ministro della Giustizia vola a Miami per mediare
L'America
si divide su Elian, Clinton chiede aiuto al Vaticano
MIAMI - Il duello tra
Cuba e Stati Uniti sul piccolo Elian Gonzalez si fa sempre più drammatico. Ieri
è slittato di nuovo l'incontro tra il bambino, che quattro mesi fa approdò
negli Usa dopo un naufragio durante il quale vide morire la madre, e suo padre
Juan Miguel. Era tutto pronto: Elian sarebbe dovuto volare da Miami a
Washington per poi tornare all'Avana. Ma lo zio Lazaro si è opposto. L'incontro
potrebbe avvenire oggi all'aeroporto di Miami.
Per evitare
nuove difficoltà Washington ha chiesto una mediazione del Vaticano. E in
Florida è arrivata nella notte il ministro della Giustizia Janet Reno che ha
incontrato il bambino. Per Alina
Fernandez, figlia di Castro, il padre è «un mostro e genio del male», e sta
sfruttando «la debolezza di Bill Clinton».
*
Elian,
scende in campo il Vaticano
Mediazione
per convincere i parenti di Miami: «Consegnatelo al papà»
DAL NOSTRO INVIATO
MIAMI — Le
croci si levano dietro le transenne degli esuli. Croci di legno, di cartone, di
ferro, tra gli striscioni che disegnano Bill Clinton e Janet Reno come demoni:
malvagi sacerdoti dell'altra America, l'America politicante che ha tradito e
che cala le braghe davanti a Castro lo stregone. Le croci ancora si agitano nel
buio, accanto agli dei della Santeria travestiti da santi cattolici, quando
scende l'ultima sera sui sogni di Elian Gonzalez, 6 anni, conteso come un'arma
finale durante la Guerra fredda. Perché qui, in questo pezzo ostinato della
vecchia America che è la Cuba di Miami, davanti alla casa di Little Havana dove
s'è consumata in diretta tv la saga di Elian, la Guerra fredda non è mai
finita, la storia s'è congelata, il Muro non è mai caduto.
Davanti a
quelle croci, il bambino naufragato quattro mesi fa su un banana boat agita la
manina, senza immaginare che quel saluto è forse un addio. Il piccolo fuggiasco
del villaggio cubano di Cardenas che ha visto la madre Elisabet affogare
davanti ai suoi occhi, El Milagro scortato dai delfini fino alle coste della
Florida e preso in custodia dagli zii di Miami, esce infagottato sotto la
pioggia del mattino in un k-way verde oliva, assieme a zio Lazaro, che in
questi quattro mesi s'è battuto per tenerlo sempre con sé, contro l'America dei
Clinton e delle Reno che da subito voleva restituirlo a Fidel e alla patria.
Elian non lo
sa, mentre un macchinone bianco lo porta via, che due Americhe si battono
attorno a lui e attorno all'idea stessa della Cuba castrista: perché se davvero
si può riconsegnare un bambino di 6 anni allo stregone dell'Avana, vuol dire
che l'Avana non è poi l'inferno e che con lo stregone si può trattare, magari
sull'immigrazione, magari per frenare i narcos, magari perfino sui diritti
civili, e che si possono spedire da lui ricercatori e artisti e atleti,
staffette per i dollari che cercano nuove praterie dove correre.
Elian non lo
sa, mentre, scortato da sei auto della sicurezza come fosse Pinochet, supera
con gli zii e un pupazzo di Snoopy i cancelli e le siepi della villa di Jeanne
O'Laughlin, la suora cattolica che già a gennaio ospitò l'incontro tra il
bambino e le nonne, mandate qui da Castro in un primo tentativo di ribaltare
emotivamente la partita. Papà Juan Miguel, che è la seconda e risolutiva pedina
usata da Fidel per recuperare Elian, s'è subito mosso dalla residenza d'affari
cubana nel Maryland dove s'è installato da una settimana. Da tempo ha una nuova
famiglia e s'è disinteressato a Elian ma, dopo quattro mesi e varie comparsate
alle manifestazioni del regime, ha deciso, lacrime agli occhi, che non poteva
vivere senza quel suo figlioletto «sequestrato dagli yankees». Presto potrebbe
stringere il piccolo in un abbraccio più da ambasciatore che da padre.
L'ammministrazione
Clinton ha coinvolto nella mediazione perfino il Vaticano. E la villa di suor
Jeanne, a Miami Beach, può diventare il teatro della surreale riunione di una
famiglia segnata dall'odio (zio Lazaro accusa Juan Miguel di abusi sul bambino,
Juan Miguel accusa zio Lazaro di plagio). O, più probabilmente, lontana com'è
dai tumulti di Little Havana, la porta di sicurezza attraverso cui far uscire
Elian. L'Immigrazione ha infatti scritto a zio Lazaro: «Accompagna giovedì
mattina il bambino all'aeroporto di Opa Locka, a nord di Miami, oppure ti
mandiamo gli sceriffi». La Reno è volata a Miami, per consegnare personalmente
la lettera, come un postino che cerca l'ultimo spiraglio pur recapitando una
dichiarazione di guerra. Elian tutto questo non lo sa, mentre si aggrappa
all'unica mano che ama, quella di Marisleysis, la cugina che in quattro mesi è
diventata la sua nuova mamma. E di ciò che gli passa per la testa non sembra importare
molto a nessuna delle due Americhe.
Non alla nuova
America di Clinton, certo. Ma neppure all'America delle croci e dei santi.
Elian è in fondo una di quelle croci, la più lucente, uno di quei santi, il più
miracoloso. Gli hanno detto che nello specchio della sua cameretta compare la
Madonna. Lo hanno convinto di essere il Messia che abbatterà Castro. Persino la
mediatrice di oggi, la cattolica suor Jeanne, ha seriamente diffuso un
bigliettino in cui zio Lazaro sostiene che «Fidel rivuole il bambino per farne
un sacrificio umano».
Novanta miglia
di fughe in mare e 41 anni di dolore hanno cristalizzato l'America dei cubani
in un avamposto sul nulla. Gustavo Miyares, parroco dell'Immacolata Concezione,
dice: «Le proiezioni religiose su Elian sono una via per incanalare la rabbia,
un modo per sognare la resurrezione di Cuba. Se all'Avana dicono che il bambino
è il Che, noi possiamo ben dire che è Cristo...». Tra Gesù e Guevara, Elian
avrebbe avuto una sola via di salvezza. Scappare con Marisleysis dalla finestra
della cameretta. Ma in nessuna delle due Americhe le favole dei bambini
finiscono bene.
Goffredo Buccini
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LA
FIGLIA DEL LIDER MAXIMO
«Mio
padre Fidel? Un mostro
Per
riportare il piccolo sull’isola
ha
ricattato il debole Clinton»
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
NEW YORK — «Il
rimpatrio di Elian è un’immane tragedia. La dittatura cubana è riuscita a
manipolare uno Stato democratico e di diritto come gli Usa, attraverso
un'astuta campagna politica apertamente antiamericana». Parla Alina Fernandez,
la 44enne figlia ribelle del líder máximo e della ereditiera cubana Natti
Revuelta, esule tra New York e Madrid in seguito alla rocambolesca fuga
dall'Avana, nel ’93.
«Mio padre è
un genio del male e l'indeciso Bill Clinton, che io chiamo la Torre di Pisa
perché pende senza cadere mai, l'ha aiutato, dandosi la zappa sui piedi —
racconta al Corriere la scrittrice ed attivista —. Castro ha ricattato con
successo la Casa Bianca, minacciando di aprire la frontiera a una fiumana di
esuli, soprattutto criminali. La complicità di Clinton resterà una macchia
indelebile nei libri di storia».
Il presidente
si è limitato ad applicare la legge.
«Con tale zelo
che il suo avvocato nella causa Lewinsky, Gregory Craig, adesso rappresenta il
padre di Elian. Padre che, non dimentichiamolo, allertò i familiari di Miami
dell'arrivo del figlio, pregandoli di accoglierlo. Juan Miguel aveva deciso con
la moglie, poi tragicamente naufragata, di dare un futuro libero e migliore ad
Elian, in America».
Come spiega la
sua determinazione a tornare a Cuba?
«È stato
terrorizzato dalla dittatura militarizzata di mio padre. O forse gli hanno
promesso mari e monti a Cuba: casa, auto, vestiti e tutto ciò che i suoi
compatrioti non hanno. Così ha optato per una vita da pecora nell'isola, invece
di lottare come un leone in esilio. Mi chiedo perché il mostro che l'ha
comperato non inizia col liberare le centinaia di figli degli esuli cubani che
da anni cercano invano di ricongiungersi ai loro padri a Miami».
Mostro è una
parola forte.
«Adatta a un
bugiardo patologico che nel ’94 fece affondare un rimorchiatore al largo
dell'Avana, uccidendo a sangue freddo 11 bambini tra 2 mesi e 11 anni. Un finto
"padre della nazione" che nasconde il fatto che Elian non torna
affatto a Cuba per ricongiungersi alla famiglia, visto che a 11 anni, come
tutti, verrà spedito nelle scuole socialiste».
L'opinione
pubblica Usa è favorevole al suo rimpatrio.
«È
ossessionata dalle leggi: un assurdo chiodo fisso degli americani. Ed è stata
influenzata dai media che hanno fatto spudoratamente il tifo per Fidel.
Soprattutto la Cnn, che ha pagato carissimo il privilegio di una sede all'Avana
e la cui corrispondente Lucia Newman è ormai la portavoce ufficiale di Castro.
La verità è che la mia gente preferisce morire in mare piuttosto che vivere
sotto la sua dittatura».
Quando è stata
l'ultima volta che ha parlato con suo padre? «Non appena capii che non
ascoltava nessuno perché la sua volontà è l'unica che conti. Per non impazzire
sono stata costretta da tempo a scindermi da lui, dimenticando che è sangue del
mio sangue. Mi sento una sua vittima, non sua figlia».
È vero che
anche Castro è stato al centro di un incandescente caso di custodia paterna in
passato?
«Erano i
gloriosi tempi della rivoluzione giovanile. Rapì il primogenito Fidelito Castro
Diaz, che allora aveva 5 anni, portandolo in Messico. Lo fece per rabbia e
capriccio, non certo per amore paterno, di cui è incapace visto che la madre
del ragazzo ne aveva la custodia legittima. Otto anni fa papà non ha esitato a
licenziarlo in tronco dalla carica di direttore della base nucleare cubana,
senza motivo. Oggi mio fratello è l'unico che aspira a succedergli alle redini
del Paese».
Cosa succederà
a Cuba dopo Castro?
«Ci sarà un
massiccio controesodo che farà risorgere il Paese. Perché gli espatriati
torneranno portando a Cuba le loro ricchissime esperienze professionali,
tecniche e linguistiche accumulate in decenni di duro esilio».
Andrà al
funerale di suo padre?
«No. Non ne ho
motivo visto che non provo alcun amore filiale nei suoi confronti. E anche lui
non è mai stato capace di dimostrare affetto a me e o miei 6 fratelli. È un
uomo capriccioso dalle emozioni fragilissime che per autoproteggersi si chiude
a riccio».
Potrebbe
perdonarlo, un giorno?
«Credo nel perdono cristiano, ma come
posso applicarlo se lui non ha mai dato il minimo segno di pentimento? Né mi ha
mai chiesto di perdonarlo. Francamente non me la sento di perdonare i suoi
atroci crimini contro un intero popolo».
Non salva
proprio niente?
«L'alba della
rivoluzione cubana, che aveva una doppia faccia e ha ingannato tanta gente,
soprattutto in Europa. Putroppo ci è voluto poco a capire che, invece di
sfamare il popolo, Castro stava commettendo esattamente gli stessi crimini di
ingerenza che aveva imputato agli americani. Dopo aver esportato il terrorismo
in Etiopia, Iran, Iraq e Angola, ha trascinato nella rovina materiale e morale
un'intera nazione. Ma il castrismo, ne sono certa, morirà con lui».
Alessandra Farkas