CAMBOGIA
Khmer rossi: 25 anni dopo, la storia chiede il conto
Phnom Penh (Fides) – Venticinque anni fa, il 17 aprile del 1975, in Cambogia cominciava il regime dei khmer rossi. Dopo un quarto di secolo, il regime dei khmer rossi è ancora un ferita aperta per i cambogiani. Mentre molti sperano che il processo ai leader del regime aiuterà la guarigione, non c’è ancora sicurezza che sarà fatta giustizia. Il paese non ha organizzato nessuna cerimonia ufficiale per commemorare l’evento. Solo l’opposizione ha organizzato a Phnom Penh un corteo al monumento che ricorda le vittime dei "campi della morte". Il popolo cerca piuttosto di dimenticare quanto accadde tra il 1975 e il 1979, quando oltre un milione e settecentomila cambogiani, circa un quarto della popolazione, furono eliminati.
I sopravvissuti dei campi di sterminio, tuttavia, dicono di non potere sfuggire al loro ricordo. In occasione dell’anniversario, nel paese circolano nuove tristi testimonianze, mentre il governo affronta il nodo dell’eventuale punizione dei leader del regime, molti dei quali oggi vivono in libertà, grazie agli accordi con il primo ministro Hun Sen.
Nel giorno dell’anniversario, il reporter cambogiano Bou Saroeun ha scritto una lettera aperta ai leader sopravvissuti del khmer rossi in cui si chiede loro di spiegare al popolo il perché del loro brutale comportamento durante gli anni al potere. "L’ira del popolo si placherà solo se voi rivelerete onestamente i misteri del vostro regime" afferma nella lettera, che racconta le atroci esperienze di maltrattamenti e torture subite dai bambini cambogiani sotto il regime. Il giornalista ricorda la sua esperienza di bambino torturato, costretto a combattere, schiavizzato, ridotto alla fame. "Ricorderò per sempre le frasi che mi rivolgevano: ‘Se vivi non c’è alcun beneficio, se muori nessuna perdita’. Oppure: ‘Elimina il nemico’. Ma, vi chiedo, eravamo noi bambini il nemico?" scrive il reporter. "Dovete pensare alle generazioni dopo di voi. La vostra stessa progenie sarà condannata, se non spiegherete il perché delle vostre azioni". "Signor Khieu Samphan, si dice che lei sia un intellettuale onesto – continua la lettera. Si alzi e dica perché oltre un milione di cambogiani sono morti. Piango quando sento gli stranieri dire che ai cambogiani piace uccidere i cambogiani. Avete chiesto scusa per il male commesso. Ma non basta. Abbiamo bisogno di una spiegazione completa. Datecela, per favore, prima di passare a miglior vita".
Intanto proseguono le lunghe trattative fra la comunità internazionale e il Primo Ministro Hun Sen per l’istituzione di un tribunale che processi i khmer rossi. L’Onu insiste per avere il controllo della corte, Hun Sen vuole tenere il processo a livello locale. Egli sostiene che "preservare una nuova pace è più importante che trovare la giustizia per crimini vecchi 25 anni, non importa quanto atroci". Il piano Onu e quello del Primo Ministro sono sottoposti all’esame del Parlamento cambogiano in questo mese di aprile. Nell’ultimo incontro del 13 aprile, il Segretario Generale ONU Kofi Annan e Hun Sen non hanno trovato un accordo sull’organizzazione del processo e la formazione del tribunale speciale. Il processo è un evento imbarazzante per la Cambogia, se si pensa che lo stesso Hun Sen e il re Norodom Sihanouk hanno preso parte al regime dei khmer rossi. Secondo fonti di Fides, Hun Sen potrebbe utilizzare il problema della composizione del corte come "merce di scambio" alla conferenza che nel maggio 2000 riunirà a Parigi i paesi donatori di aiuti alla Cambogia. (Fides 17/04/2000)
Celebrare i martiri per il Giubileo: il governo non dà l’ok
Phnom Penh (Fides) – Nel programma giubilare stilato dalla Chiesa cambogiana, è prevista per il 7 maggio una celebrazione di pace e riconciliazione, con un pellegrinaggio pubblico al luogo del martirio di mons. Joseph Chmar Salas, vescovo di Phnom Penh, e di altri religiosi, uccisi nel genocidio operato dal regime dei khmer rossi. Secondo fonti missionarie di Fides, il governo non ha concesso l’autorizzazione alla manifestazione e non si sa se la concederà. "La Chiesa – dice la fonte – si destreggia tra una virtuale libertà religiosa e oggettive difficoltà pastorali".
Intanto il 21 maggio scade il termine per la firma dell’accordo che regola lo status e l’azione delle Organizzazione Non Governative nel paese. "Le parti trattano perché nel testo stilato dal governo non c’è chiarezza. La firma riguarda anche la Chiesa, perché alcuni progetti sono gestiti in collaborazione con le Ong" spiega la fonte di Fides. Nonostante le difficoltà, vi sono, però, segnali incoraggianti: il giorno di Pasqua 25 giovani catecumeni riceveranno il battesimo a Phnom Penh "E’ un piccolo segnale di rifioritura" conclude la fonte.
La legge imposta dai khmer rossi è stata uno degli esperimenti socialisti più radicali mai intrapresi nella storia. Dichiarando "l’anno zero", il movimento ha tentato di trasformare il paese in un paradiso comunista. Le città furono svuotate, le scuole vietate. Ogni persona che poteva definirsi "intellettuale" fu giustiziata e l’intera popolazione costretta in cooperative agricole. Il regime cercò di cancellare la Chiesa cambogiana: tutti i missionari stranieri furono espulsi, le chiese distrutte o confiscate. Sacerdoti, religiosi e religiose furono uccisi, fra loro anche mons. Joseph Chmar Salas, vescovo di Phnom Penh. Solo nel 1990 il governo ha cambiato politica religiosa e ha riconosciuto l’esistenza di cristiani khmer, permettendo l’azione pastorale della Chiesa. I cattolici in Cambogia sono circa 25mila. (Fides 17/04/2000)