Avvenire,
13-8-2000
Ecco
le drammatiche testimonianze dei cristiani delle Molucche
“Cosa
abbiamo fatto di male? Perché l’ONU non viene a difenderci?”
Paso
(Indonesia). Nessuno ha sentito lo sparo. Lunga e affusolata, la traballante
imbarcazione avvolta dai fragore di due potenti motori fuori bordo stava
compiendo la sua veloce, quotidiana azzardata competizione in direzione della
cuspide della baia di Ambon. Su e giù, con il suo solito carico di umana
disperazione. Ma solo nelle ore del mattino quelle ritenute le meno pericolose.
Odore di benzina e spruzzi d’acqua ovunque, braccia tese e mani chiuse su un
appiglio qualsiasi. C’erano pacchi e borse che finivano qua e là, due bambini
che piagnucolavano quando la donna si portava le mani all’altezza del petto e
lanciava un acuto grido di dolore. Poi il sangue che si allargava sempre più
denso e rosso, una rosa screziata che inzuppava la camicia. Tra le grida e
l’agitazione che rendevano la barca in vetroresina ancor più instabili, non
c’era altra protezione che quel mezzo metro d’altezza delle fiancate, così,
quando hanno realizzato che qualcuno stava sparando dalla riva, tra il porto
mercantile di Ambon e il quartiere islamico di Belakang kota, i passeggeri,
d’istinto, hanno chinato la testa. Mentre i bambini si sono messi a piangere
terrorizzati, il conduttore dava manetta ai motori e la barca, impennata in una
ampia virata di ritorno, è scivolata lontano come una preda ferita.
Paso è un
mucchio di case dai tetti di lamiera, sparse tra spiaggia e collina. È una
porzione di quest’isola di Ambon spezzata in più settori, separata e recisa
dalla kerusuhan, il “conflitto”, la
violenza nascosta dietro lo schermo interreligioso e per raggiungerla, per
arrivare a Paso, si gioca alla roulette russa. È una prova di coraggio, ma
soprattutto una quotidiana, sottile forma di tortura psicologica cui è
sottoposto chiunque di quei cristiani, che per necessità, sono costretti a
muoversi, soprattutto fuggire da un capo all’altro di questo vespaio delle
isole Molucche che nascondono terrore e morte. Si sa quando si parte, ma non vi
è certezza di arrivare a destinazione o anche di tornare indietro. C’è sempre
un fucile e il suo proiettile pronto a spaccare questa speranza a metà, come è
successo alla donna, che per fortuna, ci hanno detto, “pur grave se la caverà
con un brutto ricordo e una brutta cicatrice che gli deturpa il petto”. (…)
Questa gente è
parte del prodotto realizzato dalla pulizia etnica islamica contro la minoranza
cristiana, che si sta compiendo nelle isole Molucche lontano dagli occhi degli
osservatori internazionali. E che questo mondo è così lontano e dimenticato,
tanto da provarne vergogna, ce lo dicono gli 8464 occhi grandi e piccoli che si
gettano su di noi non appena ci affacciamo sulla soglia della loro esistenza.
Gli uomini con le bandane nere sulla fronte delle “laskar jihad” tra il primo e
il sette luglio hanno messo a ferro e fuoco la cittadina di Waai, sull’altro
capo dell’isola, cinquemila abitanti, tutti cristiani e senza alcuna difesa.
Contadini e pescatori, qualche piccolo commerciante e nulla più. Oggi la
maggior parte di queste vittime della repressione e della pulizia etnica 4232
sfollati, a ondate e dopo quasi un mese nascosti dentro la foresta, dopo una
fuga sulla montagna, si sono ritrovati in questo ultimo rifugio, ma sempre
circondati dalla minaccia dei loro assalitori che da qui non sono poi molto
lontani. Pochi chilometri di strada. All’appello mancano altre mille persone
circa. “Forse ancora protette dalla montagna, forse già tutte morte”, ci dice
la gente.
Ma ancora più gravi e pesanti sono i racconti, le
testimonianze ascoltate di quei terribili giorni di morte e che indicano
l’esercito indonesiano come parte attiva nella responsabilità dei ripetuti
attacchi a Waai. “Quel giorno – racconta Jonas S., seduto per terra accanto ai
due figli -, siamo fuggiti da Waai perché siamo stati attaccati”. Da chi? “Dai
militari”. Ma siete sicuri, non erano le squadre di volontari islamici?
“C’erano i musulmani, ma con loro anche i soldati con le divise e gli elmetti
della fanteria dell’esercito di Giacarta”. Anche gli altri adulti che si sono
radunati attorno, in un montare di voci, fanno gesti di assenso: “Sì, erano
vestiti di verde”. Qualcuno ha assistito a qualche uccisione? “Io – alza il
braccio Elvis P. -: un militare ha sparato contro Augustino Weno e anche il mio
amico Yonqki è stato ucciso con un colpo di fucile alla testa…”. Il giovane
Domingos E., 19 anni, porta i segni di un proiettile che gli è entrato nel
gluteo sinistro e gli è uscito dallo stesso fianco. Fori, compreso quello sulla
pancia per l’intervento chirurgico fasciati di fresco. Chi ti ha sparato? “I soldati”.
William M. è
stato testimone di un orribile esecuzione: “Hanno tagliato la testa a due
donne, Maria Hatusupit e Sara Mataperi, poi con i coltellacci hanno inferito
sui loro cori. Erano due anziane donne che non avevano fatto male a nessuno.
Perché le hanno uccise, perché ci vogliono ammazzare? Perché Clinton, le
Nazioni Unite, non ci proteggono, non ci mandano i loro soldati per difenderci?
Cosa abbiamo fatto di male, per subire questa tragedia, e dei nostri figli che
cosa sarà? Aiutateci, ogni notte e giorno preghiamo Dio, affinché il nostro
appello tocchi i cuori di chi può fare qualcosa per venire in nostro aiuto. Una
forza internazionale è l’unica nostra speranza di vita. Se vogliamo rimanere
sulla nostra terra”.
Ma perché vi
uccidono, vi scacciano dalle vostre case? Non tutti sanno dare una risposta.
Parlano, questo sì, di “musulmani venuti dalle altre isole” per fare la guerra
contro i cristiani. Ma molti non riescono a individuare una ragione, non
riescono, questa povera gente, a trovare le radici di questo odio, “dopo avere
vissuto per generazioni e generazioni, senza mai avere avuto uno screzio, un
motivo che giustifichi quanto sia accadendo alle Maluku”.