Avvenire,
Domenica, 13-8-2000
INTERVISTA
Avvertì
per tempo i rischi di una società anticristiana. Parla De Mattei
Giacomo
Scanzi
La storia
appone un altro tassello alla conoscenza di Papa Pio IX, a poche settimane
dalla sua beatificazione. Non solo, ma la storia può addirittura cogliere
meglio di un certo pensiero astratto, individuare i segni, la modernità di
un'esperienza che sta nel cuore del nostro percorso nazionale e che si colloca
alla radice dell'identità stessa del popolo italiano.
Pio IX,
incompreso, talvolta denigrato, spesso conosciuto per luoghi comuni dagli
stessi credenti, è invece coraggiosamente proposto dalla Chiesa come modello di
virtù, di santità.
La biografia
pubblicata recentemente per i tipi di Piemme da Roberto De Mattei, docente di
Storia moderna all'Università di Camerino, va al cuore dei problemi, dei
pregiudizi, che accompagnano l'uomo, il Papa e il suo pontificato, il più lungo
nella storia della Chiesa, dopo Pietro.
Dunque, professore, come nasce questa biografia?
«Nasce da un duplice dovere: di
conoscenza e di giustizia. Pio IX è un papa poco conosciuto e incompreso,
qualche volta addirittura calunniato, anche dai cattolici. Complice anche una
storiografia cattolica che ha in gran parte fatti propri gli schemi
interpretativi dei grandi oppositori della causa cattolica e della Chiesa
stessa. E' la prospettiva storiografica di certo cattolicesimo cosiddetto
democratico che ha sottovalutato o addirittura contestato il valore pubblico,
civile, del pontificato di Mastai Ferretti. Una storiografia che nell'ultimo
mezzo secolo ha perso la propria radice cattolica, una visione cattolica della
storia e del mondo e perfino l'idea stessa di una teologia della storia,
appiattendosi su schemi liberal-marxisti, quasi vittima di un complesso di
inferiorità. La lettura e la comprensione del pontificato di Pio IX rientra in
questi schemi. Per cui, ad esempio, ecco che dovendo parlare di Pio IX, al più
ci si dà da fare per renderlo meglio presentabile, sottolineando il Pio IX
filo-italiano, quello dei primi tre anni del pontificato, quello delle simpatie
giobertiane. Bene, io credo invece che il Pio IX più autentico sia quello che
guida la Chiesa negli anni dopo il 1849 e fino alla fine del suo pontificato,
nel 1878».
Veniamo al nodo della questione, al
Papa che difende la Chiesa in un momento cruciale, nel cuore del
Risorgimento...
«Il punto,
secondo me è questo: prendo le mosse da un articolo di Umberto Galimberti
apparso su "Repubblica" il 23 luglio a commento e difesa del
documento dei teologi di "Concilium" che accusava Giovanni Paolo II
di non aver chiesto scusa per il Concilio Vaticano I e per la dichiarazione di
infallibilità papale in materia di fede e di morale, ma anche per quel che riguarda
- dice Galimberti - il governo della Chiesa. Ora, la questione posta così non è
esatta. L'infallibilità non riguarda il governo ordinario della Chiesa, ma il
suo ordinamento, la sua struttura, la sua natura. E proprio qui sta una delle
grandezze di Pio IX: l'aver colto che allora, e più ancora oggi, era fortissimo
il tentativo di snaturare la struttura della Chiesa, di decapitarla, strapparla
dalla roccia su cui si fonda il primato di Pietro, di trasformare le strutture
della Chiesa in senso egualitario e autogestionale. Trasformarla insomma in ciò
che non è e non può essere per sua natura. Questo tentativo, laicista ma che ha
affascinato anche tanti credenti, ha uno dei suoi ostacoli proprio nel Concilio
Vaticano I che, profeticamente, non solo ha sancito l'infallibilità papale in
termini di fede e morale, ma ha confermato e rinnovato quella che era la
tradizionale dottrina della Chiesa sul primato di Pietro, sulla sua suprema
giurisdizione. Insomma la Chiesa non può essere trasformata in un insieme di
comunità di base come vorrebbe certa teologia che si autodefinisce
progressista...»
Par di capire che l'attacco non è più
ai contenuti della fede e della morale, ma all'architettura stessa...
«Se ci si
pensa bene è proprio così. L'attacco non è più alla fede in sé, ma
all'istituzione, al governo della Chiesa. Quali sono le accuse più frequenti al
Papa? Di essere autoritario, accentratore, un centro di potere, di essere
burocratico. Insomma, il tentativo è democratizzare la Chiesa. Il Vaticano I ha
posto i limiti a quest'opera di democratizzazione, definendo una volta per
tutte la natura della Chiesa contro cui nessuna opera riformatrice, pur
possibile, può andare. Io credo che davvero dobbiamo essere grati a Pio IX per
il Concilio Vaticano I. Senza quel Concilio, sarebbe stato molto difficile
resistere all'opera di smantellamento messa in campo dalle varie forze interne
ed esterne in nome del progressismo e della democrazia».
Professore, c'entra in tutto questo la questione del potere
temporale?
«Direi di sì.
Il potere temporale è stato rivendicato da Pio IX per due ragioni: innanzitutto
come mezzo per assicurare la libertà e l'indipendenza della Chiesa. Ma c'è di
più: Pio IX coglie che esistono veri e propri nemici della Chiesa e il loro
fine è arrivare a sopprimere la Chiesa stessa. La soppressione del potere
temporale è il primo passo. Come noi oggi sosteniamo che il divorzio è il primo
passo per arrivare all'aborto, all'eutanasia, alla manipolazione genetica e via
dicendo. Pio IX - e in questo notiamo la sua modernità - coglie il carattere
processuale del fenomeno rivoluzionario».
Concludiamo con il "Sillabo",
che nel suo libro è pubblicato integralmente, e che è un altro dei punti
utilizzati polemicamente contro Pio IX.
«Il
"Sillabo" è un documento profetico perché ha denunciato i germi del
totalitarismo del Ventesimo secolo, nazismo e comunismo innanzitutto, e tenendo
presente che lo stesso Giovanni Paolo II ha parlato della possibile esistenza
di una democrazia totalitaria. Il punto fondamentale del "Sillabo" è
la denuncia del relativismo, di come esso avrebbe fatto sentire il suo peso
distruttivo nel Ventesimo secolo. Una rilettura oggi di quel documento, aiuta a
capire dov'è la radice dei mali del nostro tempo».