Fides, 15-9-2000

 

INDONESIA

 

Il vescovo di Atambua: "A Timor Ovest prossimo bersaglio la Chiesa"

 

Atambua - "Siamo in un clima totale di illegalità, la gente ha paura di chiedere aiuto alle agenzie umanitarie, la situazione ad Atambua rischia di degenerare velocemente. Dopo l'Onu, il prossimo bersaglio è la Chiesa": lo ha detto a Fides, mons. Anton Pain Ratu, vescovo di Atambua, l'indomani dell'uccisione di tre membri dell'Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (ACNUR) e di un indonesiano nella città di Atambua, al confine tra la parte Est e Ovest dell'isola di Timor.

Il vescovo commenta la notizia dell'evacuazione del personale ONU: "Il ritiro delle agenzie umanitarie colpirà ancora di più i disperati profughi di Timor Est. Il personale Onu è stato trasferito a Bali: ora langue il servizio ai rifugiati". Egli condanna l'aggressione all'ACNUR, e ricorda che "altre agenzie umanitarie locali e internazionali sono state minacciate, inclusi i volontari del Jesuit Refugeee Service, attivi a Timor Ovest".

Il 5 settembre mons. Pain Ratu ha incontrato il governatore di Timor Ovest, il capo della polizia provinciale e il gen. Kiki Syahnakri comandante locale dell'esercito, per discutere della sicurezza dell'area, ma è sfiduciato. Racconta a Fides di aver assistito a disordini vicino alla sua residenza, nella notte tra il 6 e il 7 settembre, e denuncia l'immobilismo delle forze di sicurezza: "Quando sono cominciati i saccheggi, ufficiali di polizia e alti funzionari dell'esercito non hanno preso provvedimenti. A questo punto - afferma - non si sa proprio a chi bisogna rivolgersi per garantire la sicurezza nella regione".

Il vescovo ha detto che martedì 5 settembre circa 2.000 miliziani filo-indonesiani si sono riversati ad Atambua protestando per l'uccisione del loro leader Olivio Moruk, ucciso lo stesso giorno in circostanze non chiare. Il leader era inserito nella lista dei 19 incriminati per la violenza del settembre 1999 a Timor Est, e imputato per il massacro in una parrocchia di Suai, il 6 settembre 1999, dove persero la vita oltre 100 persone, fra cui 3 preti cattolici. "La tensione creata - spiega - ha preparato l'aggressione contro lo staff dell'ACNUR e la residenza ONU".

P. Matheus Rosario da Cruz, che ha celebrato il funerale di Olivio il 6 settembre, ha detto a Fides che la gran massa di gente intorno al cimitero ha condotto il corpo mutilato di Olivio alla sede del Consiglio locale. "Voleva che fossero loro restituiti la testa, il cuore e altri organi del leader". Secondo alcuni osservatori, altri miliziani pro-Jakarta hanno ucciso Olivio Moruk per evitare testimoni scomodi in tribunale. Secondo il prete, la protesta contro la sede ACNUR è tuttora in corso. Prima dell'aggressione del 6 settembre, lo staff dell'ACNUR a Timor Ovest aveva già subito altri attacchi, registrando oltre 100 episodi di violenza e intimidazioni. Per questo dal 22 al 29 agosto l'ACNUR aveva interrotto temporaneamente le operazioni di assistenza

Secondo Human Rights Watch (HRW), la morte degli operatori ONU si deve attribuire direttamente al governo di Jakarta, incapace di controllare i paramilitari. "L'eccidio non si sarebbe verificato se le autorità indonesiane avessero smantellato i corpi paramilitari in Timor Ovest e perseguito i responsabili dei massacri" afferma Joe Sauders, vicedirettore di HRW per l'Asia. "Ma autorità civili e militari del luogo incoraggiano le milizie per intimidire i rifugiati di Timor Est sotto il loro controllo". (P.P.)