Corriere della Sera, 16 ottobre 2000 

 

 

Viaggiava su un’auto con tre consorelle

 

Missionari nel mirino

Una suora italiana assassinata in Burundi

 

In assenza di un accordo di pace nel Paese imperversano bande di guerriglieri hutu

 

 

La violenza sembra accanirsi contro i missionari italiani in Africa. L’1 ottobre il comboniano Raffaele Di Bari è stato ucciso in Uganda, il 3 il laico Antonio Bargiggia in Burundi e il 9 suor Floriana (Lucia Tirelli) nello Zambia. Ieri, di nuovo in Burundi, è stata trucidata una suora. L'automobile su cui viaggiava, assieme a tre sorelle e a due sacerdoti, è caduta in un agguato sulla strada che da Gitega porta a Gihiza. Si chiamava Gina Simionato, aveva 55 anni ed era nata a Quinto, vicino a Treviso. In missione in Burundi dal 1975, faceva parte della congregazione delle suore Dorotee di Venezia, maestre elementari. Ieri sera a Bujumbura, la capitale del Burundi, nessuno era in grado di ricostruire l’agguato né di indicarne gli autori. Al convento delle suore Dorotee al telefono hanno risposto in lacrime: «Lascieteci al nostro dolore». Delle due religiose che viaggiavano con suor Gina, una è stata ferita leggermente a una mano. Alcuni missionari interpellati hanno escluso che l'attacco fosse diretto contro la religiosa, stimata e amata da tutti sia a Gihiza, dove era superiora di una comunità, sia a Gitega, la vecchia capitale del Burundi. Ciononostante il convento di Gihiza era stato attaccato tanto che le suore la sera tornavano a dormire a Gitega, città più sicura e tranquilla.

La zona è infestata da bande armate hutu in lotta contro il potere centrale dominato dai tutsi. Alcune sono formate da ribelli, altre più semplicemente da sbandati che si sono dati alla macchia e sopravvivono rapinando, sequestrando e ammazzando.

Alla fine d'agosto, ad Arusha, in Tanzania, una ventina di fazioni, tra filogovernative e fiancheggiatrici dei ribelli, hanno firmato un accordo di pace, presenti il mediatore, l'ex presidente sudafricano Nelson Mandela, e il presidente americano, Bill Clinton.

Ma gli accordi hanno stralciato due punti importanti ancora da concordare: chi gestirà il periodo di transizione verso la democrazia? E poi: quando sarà proclamato il cessate il fuoco? In realtà il memorandum di Arusha, che in Burundi ha fatto sperare (e sognare) in una pace immediata, si è dimostrato solo un'interessante dichiarazione di intenti tanto nobile quanto inefficace sul piano pratico. Anzi, da quel giorno, in attesa di una non immediata tregua, ribelli e regolari hanno intensificato i combattimenti. Il Paese, dunque, è ripiombato nel caos.

I due campi, la maggioranza hutu lontana dal potere reale e la minoranza tutsi, che in pratica controlla la politica, l'economia e (soprattutto) l'esercito, stanno cercando di emarginare gli opposti estremismi, quelli che non vogliono la pace ma perseguono (a seconda dell'etnia) o la vendetta o il mantenimento dello statu quo.

Mandela a fine agosto ha accusato i gruppi tutsi oltranzisti, che non avevano ancora firmato il memorandum, di boicottare la pace. Ora che sotto il documento mancano i nomi di un paio di gruppi hutu, è contro questi ultimi che ha rivolto i suoi strali. Ha assicurato, comunque, che in breve tempo si raggiungerà un accordo di pace. Ma gli scettici sono molti. La sciarada burundese rischia di essere irrisolvibile anche per il grande vecchio della politica africana.

 

Massimo A. Alberizzi