“L'orgia di erotismo a cui si è praticamente ridotta
la pubblicità dei nostri giorni,
sia quella stampata che quella radiotelevisiva”
L’Osservatore Romano,
Mercoledì 25 Ottobre 2000
Occorre un colpo di freno al crescente degrado della
pubblicità
Mario Gabriele Giordano
Lo straordinario e diversificato aumento dei beni di
consumo offerti oggi dal mercato ha naturalmente determinato un parallelo
aumento delle iniziative pubblicitarie i cui promotori sono da qualche tempo
chiamati "creativi”. Ma qui è evidente una vistosa improprietà. Se infatti
il termine conserva il significato dell'aggettivo di cui è sostantivazione,
dovrebbe trattarsi di persone ricche di inventiva che sprizzano idee da tutte
le parti. Essi invece, con maniacale monotonia, non sanno in genere che
friggere e rifriggere la stessa pietanza: il sesso, con la sola variante dei
contorno che può essere violenza o volgarità.
Si sa che il linguaggio pubblicitario ha sue proprie
esigenze e sue proprie caratteristiche e che quindi, secondo l'occorrenza, deve
saper essere più diretto e aggressivo o più insinuante e allusivo. Esso in
realtà ormai si configura come un distinto sistema di comunicazione all'interno
di quelli che si ritengono rigorosamente specialistici. Ciò però nulla avrebbe
a che fare con l'orgia di erotismo a cui si è praticamente ridotta la
pubblicità dei nostri giorni, sia quella stampata che quella radiotelevisiva.
In particolare la donna, degradata in essa a puro strumento di seduzione, oltre
che sconciamente esibita, viene in qualche modo sezionata nei naturali
attributi della sua fisicità per essere meglio utilizzata quale esca da
richiamo nella presentazione di specifici prodotti. Perfino la sua voce, quando
come nella comunicazione radiofonica non è possibile l'impiego dell'immagine,
viene spesso assimilata nel tono più a un osceno invito che un normale
messaggio.
A ben riflettere, non bisogna tuttavia dimenticare
che i pubblicitari, li si chiami o meno creativi, sono dei professionisti che
operano in base a precisi criteri e a precise indagini di mercato. Essi sanno
bene che un messaggio, anche se accortamente subliminale e cioè capace di
sottrarsi alla percezione cosciente, risulta efficace solo se rapportato alle
inconscie aspettative dei suoi destinatari. La bassezza di certe forme di
pubblicità è dunque indirettamente determinata anche dalle taciute bassezze dei
contesto sociale cui esse sono dirette. Il che naturalmente, almeno a livello
morale, non assolve alcuna responsabilità ma se mai ne evidenze altre, quelle
di ciascuno di noi.
In sostanza, bisogna convincersi che difficilmente la
degradazione riguarda un solo settore o una sola condizione della realtà
sociale. Nella situazione attuale, per quanto riguarda in particolare il
problema del sesso, è in atto una sorta di cammino a ritroso che, sostituendo
al processo di sublimazione quello di regressione, allontana sempre più dalle
zone dell'intelligenza e della spiritualità per sospingere verso quelle della
pura istintualità. È il tradimento di una difficile acquisizione di civiltà che
si va operando attraverso il ripudio di un presunto tabù e l'adozione di un
malinteso senso della libertà individuale. Già Gramsci, che non può
certo essere sospettato di bacchettoneria, aveva lucidamente paventato questo
processo avvertendo che “l'uomo ha lavorato enormemente per ridurre
l'elemento “sesso” ai suoi veri limiti, e che “lasciare che esso di nuovo si
dilati a scapito dell'intelligenza è prova di imbestiamento, non certo di
elevazione spirituale”.
Il fatto è quindi che la sfrenata presenza del sesso
nella pubblicità è solo un aspetto del suo esorbitante dilagare in tutte le
manifestazioni del costume. Volerla convenientemente contenere significa, in
linea generale, adoperarsi per il ripristino del senso del decoro e della
dignità nonché del senso estetico che è il primo a risultare offeso di fronte a
certi spettacoli di trivialità e di indecenza. Siccome tuttavia l'unico tipo di
discorso oggi recepito è quello utilitaristico, ad evitare di volgere la
soluzione di questo come di altri specifici problemi nella direzione
dell'utopia, occorrerebbe essere in grado di prospettare i concreti vantaggi di
possibili opzioni alternative.
Ma in questa auspicabile operazione non c'è spazio
per l'improvvisazione. Vi si dovrebbero impegnare quegli specialisti del
settore che, per personale sensibilità e formazione morale e culturale,
conservano più vivo il senso del gusto e della dignità umana. Facendo
realmente onore al loro appellativo di creativi, in uno scarto di decisa
originalità essi dovrebbero cominciare a battere le mille strade nuove che
certamente esistono nel campo dell'attività pubblicitaria e che solo la
pigrizia e la malafede tengono nascoste. Si tratterebbe di un meritorio
colpo di freno a quel processo di degradazione che, tra compromessi e cedimenti
morali, all'interno di un generalizzato mercimonio dei valori, sta anche
trasformando la pubblicità da anima dei commercio qual era sempre stata a
commercio dell'anima.