Avvenire,
Mercoledì 8 ottobre 2000
IL CASO Sui
grandi network privati trionfano programmi di «intrattenimento» a base di doppi
sensi e parolacce
È il mezzo più
seguito dai giovani, ma gli adulti sembrano preoccuparsi solo della qualità
tivù
Gigio
Rancilio
E se
allargassimo il dibattito sulla qualità televisiva anche alla radio? Forse ne
varrebbe la pena, visto che ogni giorno - secondo l'ultima indagine Audiradio -
ben 35 milioni 231mila italiani seguono i programmi radiofonici. Siamo quindi
di fronte ad un mezzo popolarissimo che condiziona - quasi quanto la tivù - le
idee, il gusto e il linguaggio degli italiani.
È vero: suona
strano sentire parlare di qualità radiofonica. Ma se provate ad ascoltare i
grandi network nazionali, anche per un solo giorno, vi renderete conto che
esiste eccome un problema qualità anche per la radio. Se non è ancora esploso è
solo perché questo mezzo continua ad essere per molti media una sorta di
Cenerentola. Un "intrattenimento" per ragazzi su cui gli adulti non
devono mettere parola. E se proprio vogliono farlo, "devono
limitarsi" ai programmi di Radiorai. Il resto della radiofonia, quella
privata - che è poi la maggior parte - è in gran parte "vietata ai
maggiori".
Così mentre
(spesso a ragione) piovono critiche sulla volgarità dei programmi televisivi
(anche quelli con ascolti non certo da record) e richieste legittime di
maggiore attenzione da parte del video al pubblico dei minori, ogni giorno,
centinaia di migliaia di adolescenti sentono di tutto sulle onde radio. Si
arriva così al paradosso che una volgarità detta in un programma tv visto da un
milione di persone, scatena più reazioni della stessa volgarità proposta in un
programma radiofonico ascoltato da due o tre milioni di ragazzi.
Non siamo di fronte a "casi" sporadici, legati solo a certe emittenti locali dichiaratamente sguaiate. Ma ad una vera e propria moda radiofonica che dietro la formula «musica e buonumore», propone di fatto canzoni e volgarità. Ascoltate i grandi network: a parte qualche rarissimo caso, assisterete ad un continuo rincorrersi di doppi sensi, racconti di avventure erotiche e battute da caserma.
Il motivo,
secondo gli addetti ai lavori è semplice: fare intrattenimento di qualità costa
tempo e fatica. In più, pochi lo sanno fare. Ma siccome il pubblico
"deve" divertirsi, tutti devono improvvisarsi campioni di buonumore.
Con l'unico risultato di trasformare spesso l'annunciato buonumore in un nulla
che rischia di fare apparire i film di Alvaro Vitali dei capolavori di sagacia
e bon ton.
Si dirà: gli
intrattenitori radiofonici non sono volgari: si limitano a portare nei loro
programmi il linguaggio della strada. Può darsi. Ma ci sembra che una simile
scelta dimostri innanzitutto un'autentica povertà di idee oltre che mancanza di
coraggio e di senso di responsabilità.
Non solo. Così
facendo, la radio contribuisce di fatto - con l'alibi della risata - a
volgarizzare il linguaggio di tutti. Come se trent'anni dopo le lezioni di
italiano in tivù del maestro Alberto Manzi, si fosse di fatto invertita
totalmente la rotta. A beneficio solo di qualche grassa risata. Nella speranza
che parlamentari, uomini di cultura e associazioni continuino a guardare solo
la televisione. E, concentrando tutti i loro sforzi sul piccolo schermo,
lascino in pace la grande sorella e i suoi tantissimi giovani amici.