Avvenire, sabato 2 dicembre 2000

 

SI ENTRA IN OSPEDALE CON LA TREMARELLA

 

Olanda, eutanasia di un Paese

 

Molti eliminati per liberare i letti o accontentare i parenti

 

 

Maurizio Blondet

 

Amsterdam. Ora molti temono l'ospedale. «Avevo un paziente canceroso, che controllava il dolore da mesi grazie a una "pompa a morfina", con cui poteva somministrarsi l'analgesico da sé», racconta il dottor Witsenburg. «Un giorno, la pompa si guasta. Un semplice problema tecnico. Ma poiché la pompa è inserita sotto l'epidermide, per sostituirla occorre il ricovero. Per un contrattempo, non sono in grado di accompagnare il paziente in clinica. Il giorno dopo, vado a trovarlo. Non c'è più. L'avevano "terminato" con morfina in dosi massicce. Protesto, e mi viene risposto: tanto doveva morire, no? Per me aveva sei mesi di vita almeno».

Il dottor Witsenburg non è cristiano, è un seguace dell'antroposofia. Non ritrovo il suo nome degli appunti, mi son dimenticato. Forse è stato il gesto che ha fatto con la mano mentre parlava di quel suo paziente «terminato": il gesto di chi schiaccia un insetto. Ciò che denuncia è uno dei tanti casi di eutanasia automatica che in Olanda avvengono almeno dal '93. Incredibilmente, è questo il motivo (o il pretesto) che ha indotto la Camera a depenalizzare l'eutanasia: per far «emergere» i casi di omicidio terapeutico che non vengono dichiarati, liberando i medici dalle conseguenze penali che possono subire per non aver seguito correttamente i «criteri» stabiliti.

 

I «criteri» sono quattro, dice la legge: l'esplicita richiesta del paziente, sofferenze «insopportabili» e senza prospettive di miglioramento, il consulto con un altro medico, la considerazione di possibili altri trattamenti. Ma un numero enorme di casi vengono decisi da ben altri criteri: necessità di liberare un letto da un inutile agonizzante, richiesta pressante dei parenti. Nel solo '95 (ultima rilevazione), in 900 casi, riconosce ufficialmente il governo, l'eutanasia è stata praticata su pazienti che non ne avevano espresso la volontà, soprattutto neonati con gravi handicap, comatosi, malati di Alzheimer; a questi devono aggiungersi i 3200 casi «correttamente dichiarati» e altri 400 di «suicidio assistito», anch'essi registrati legalmente. Ma quanto è vasto il sommerso della morte? «Una indagine condotta in modo anonimo fra 475 medici ci ha rivelato 60 casi su cento non vengono riportate alle autorità», dice John Griffiths. «Ovviamente, perché i criteri legali in quei casi non erano stati osservati dai medici. Nel 24 per cento dei casi sottaciuti era possibile un trattamento diverso dalla morte somministrata. Nell'8%, la speranza di vita era di oltre sei mesi, nell'11 per cento s'era proceduto senza consultare un altro medico. È chiaro: il medico non si autodenuncia, se sa di aver commesso irregolarità».

 

John Griffiths è americano, un giurista che insegna da vent'anni all'Università di Groningen, autore dell'unico libro in inglese sulle leggi eutanasiche olandesi. «Naturalmente, i 17600 casi annui in cui ogni terapia viene sospesa allo scopo di affrettare la fine dei pazienti non sono messi nel conto, e già questo dovrebbe allarmare», aggiunge.

 

Poi conclude: «In questo Paese l'eutanasia procede benissimo. E' il suo controllo che fa schifo».

 

«Proprio per questo abbiamo promosso la legge, perché i medici non temano più d'essere perseguiti e, quindi, dichiarino il trattamento», replica Walburg de Jong. E' il portavoce del NVVE. La sigla sta per Società Olandese per l'Eutanasia Volontaria: è il gruppo di pressione che può cantare vittoria. Forte di 103 mila iscritti, fra cui l'attuale ministro della Sanità, signora Els Borst, accanita militante. «Adesso di sicuro il numero dei rapporti fedeli aumenterà», aggiunge De Jong.

 

Nella nuova morale olandese, male non è accorciare la vita di un malato, ma sottrarre i dati alla rilevazione statistica. Il NVVE ha inventato la «autodichiarazione di eutanasia», un documento da tenere in tasca, con la dichiarazione previa di volontà di essere assoggettati alla morte terapeutica. «Il documento non implica alcun diritto all'eutanasia.

 

Un tale diritto non esiste», mette le mani avanti De Jong.

 

Ma un numero altissimo, benché imprecisato, di olandesi tengono in tasca il documento, e lo esibiscono se vengono ricoverati per patologie gravi: spesso esercitando così una pressione psicologica sui dottori i quali - anche questo è un risultato della nuova morale - sentono «il dovere» di esaudire i malati terminali. Perché tanti olandesi chiedono l'eutanasia? L'antropologa Anne-Mei The ha condotto un'indagine fra decine di infermiere, e la loro risposta è: vogliono morire per non essere di peso alle famiglie. «A dirla tutta, le famiglie sanno che il vecchio deve morire, e preferiscono sia presto. Anche perché costa», ha risposto l'infermiera Monique Claasen. Peer Neelman, un algologo, sostiene che a causa dell'eutanasia facile l'Olanda, nonostante il suo efficiente sistema sanitario, è relativamente arretrata nella terapia del dolore. «Molti ospedali non hanno un terapeuta del dolore. Ogni medico è convinto di conoscere come si fa, senza averlo studiato. Specie i medici di base commettono gravi errori».

 

Quali errori? «L'abuso di morfina», risponde lo specialista. «La usano come «assassino silenzioso», anzitutto perché è più difficile essere perseguiti per aver somministrato troppa morfina a un canceroso terminale.

 

Ma la morfina è sì il miglior analgesico estremo, ma è un pessimo eutanasico». Neelman cita casi di pazienti assoggettati a super-dosi di morfina a scopo letale, che sono rimasti in vita ed hanno raccontato la loro esperienza sul limite della vita. «L'intossicazione a così alte dosi provoca allucinazioni terribili. E tutte riguardano l'inferno e la dannazione eterna», dice. Fra una popolazione che a metà si dichiara atea, è il caso di chiedersi: si tratta solo di allucinazioni?