Avvenire, Domenica 10 Dicembre 2000 

 

 La testimonianza di suor Maria dall'ex Urss: facevamo catechismo «a voce». Come i primi discepoli

 

«Noi, clandestini minacciati dal Kgb»

 

Nello Scavo

 

Roma. Stavano nascosti; rintanati a pregare nella notte. Quasi protetti dal buio. «Nessuno doveva saperlo al di fuori dei presenti». Maria Feist, farmacista per necessità e suora per vocazione, ricorda quegli anni in Kazakhstan passati insieme a centinaia di altri «catechisti clandestini». Era «l'unico modo» per svolgere questa speciale missione. Proprio come per le prime comunità cristiane, quando la tradizione orale era, appunto, «l'unico modo» per tramandare la conoscenza della fede.

Il racconto di suor Maria si spande nel silenzio dell'aula Paolo VI, migliaia di catechisti di tutto il mondo ascoltano la pellegrina venuta dall'ex Urss. Nell'Unione Sovietica il pericolo per le vite dei credenti era più che reale. «Praticare la religione era vietato, già da bambina ho fatto l'esperienza di dover vivere la fede soltanto nascostamente». In quegli anni del nostro secolo si consumavano tragedie immani. Rivede, suor Maria, le tante famiglie «di origine tedesca, polacca, ucraina, deportate in Kazakhstan durante il periodo stalinista, che cercavano di trasmettere comunque la fede ai loro bambini». E guai a lasciare tracce: né Bibbie né documenti né libretti di preghiera. «La liturgia era celebrata durante la notte nelle case private». Con la paura sempre addosso e il Kgb all'uscio. «La polizia segreta era spesso sulle nostre tracce e ci minacciava».

Non sono tempi remoti, ma esperienze arrivate fin dopo gli anni 80. Per uno strano percorso della storia quelle regioni non sono mai state facili per i credenti: «Nell'Asia centrale non esistevano cristiani dal XIII secolo, quando vi fu l'insurrezione dei mongoli. Soltanto prima della II Guerra mondiale si sono sviluppate comunità cristiane tra gli esiliati». Chiese forgiate dal coraggio e dal martirio: «Ogni tanto qualche catechista osava mettere per iscritto le verità della fede. Con molta cautela i testi venivano passati ai colleghi più giovani».

L'avventura di suor Maria comincia grazie a uno di questi scritti. Una catechista sua connazionale fu scoperta dai servizi di sicurezza. Venne cacciata dal Kazakhstan, ma fece in tempo a consegnare un libretto a Maria. Che lo mise a frutto dedicandosi ai bambini che a gruppetti di quindici partecipavano alle catechesi, ma senza che avessero in mano alcun materiale, così da salvaguardare tutta la famiglia. «Possedere e diffondere letteratura cristiana era vietato», ribadisce suor Maria che entrò nella Congregazione, fondata clandestinamente, delle suore Eucaristine.

«Le riunioni avvenivano nelle camere private, negli appartamenti e nelle case delle singole famiglie scelte perché si distinguevano per la loro condotta di vita cristiana». Venivano prese ogni genere di precauzioni: «le finestre erano chiuse, ci si comportava silenziosamente evitando di fare qualsiasi rumore». Mano a mano che la comunità cristiana cresceva le "attenzioni" dei militari si facevano più opprimenti. «Le perquisizioni da parte della polizia segreta, che veniva nella nostra casa più volte, ci costringevano a una maggior cautela».

Per tutte queste ragioni «nelle famiglie l'apostolato dei catechisti era molto stimato e quei disagi avevano reso più radicato e profondo il loro entusiasmo nella fede e il convincimento cristiano». Un'azione faticosa, condotta guardandosi continuamente le spalle e puntando soprattutto sui ragazzi. «I bambini e gli adolescenti che venivano alla catechesi erano pieni di rispetto e ci ascoltavano con grande interesse».

Parla, la "farmacista suora", a nome di quelli che sono sopravvissuti, come dei tanti di cui non s'è saputo più nulla. «Le esperienze di quel tempo mi hanno molto arricchita e hanno confermato la mia fede. Mi hanno fatto comprendere che il Regno di Dio è molto vicino».