Nel 92mo anniversario della
nascita dell’ispiratore di “Luci sull’Est”, il Prof. Plinio Corrêa de Oliveira
(13/12/1908-3/10/1995), vogliamo offrire come omaggio a questo eminente
pensatore e uomo d’azione, la trascrizione del suo manifesto “Comunismo e
anticomunismo alle soglie dell’ultima decade di questo millennio”. Il suo
scritto fu pubblicato sul “Wall Street Journal” (27-2-1990), “Corriere della
Sera” (7-3-1990), “Tempo” (8-3-1990), “Folha de S. Paulo” (11-2-1990, allora il
più grande quotidiano brasiliano), su un totale di 50 giornali e o rivisti
dell’Occidente.
Dieci anni dopo la sua pubblicazione,
questo manifesto conserva ancora molti aspetti di grande attualità.
* * *
Comunismo e anticomunismo
alle soglie dell’ultima decade
di questo millennio
Plinio Corrêa de Oliveira
Sommario
I. MALCONTENTO, INCENDIO
CHE DISGREGA IL MONDO SOVIETICO
Malcontento con la “M”
maiuscola
Mosca fa concessioni
timide e di malavoglia
Il maggior grido
d'indignazione della storia
II. INTERPELLANZA AI
RESPONSABILI DIRETTI DI UNA COSI' IMMENSA SCIAGURA: I SUPREMI DIRIGENTI DELLA
RUSSIA SOVIETICA E DELLE NAZIONI PRIGIONIERE
III. INTERPELLANZA
AGLI INGENUI, Al PUSILLANIMI, AI COLLABORAZIONISTI (VOLONTARI 0 NO) COL
COMUNISMO NELL'OCCIDENTE
Storici ottimisti e
superficiali hanno indebolito la reazione dei popoli liberi contro le trame del
comunismo internazionale
Le pubbliche autorità
dell'Occidente ben poco hanno fatto per liberare le vittime della schiavitù
sovietica
Le sovvenzioni
dell'Occidente hanno prolungato l'azione dei carnefici
Collaboratori suicidi
per diffondere il comunismo
La crociata che non
c'è stata
Una vittoria dei
“falchi” non farebbe che aggravare l'esasperazione e le lamentele
IV. INTERPELLANZA Al
DIRIGENTI DEI VARI PC SPARSI NEL MONDO
Non videro nulla?
Non riferirono nulla?
Non indagarono su
nulla?
Se conoscevano il
tragico fallimento del comunismo, perché volevano realizzarlo nei loro Paesi?
Quando un'autorevole
voce ha detto la verità: sorpresa!
La grande
interpellanza che verrà
L'affrettata
rimbiancatura della facciata dei PC non garantisce che i comunisti stiano
mutando effettivamente dottrina
V. PERCHÉ HANNO
COMBATTUTO IMPLACABILMENTE GLI ANTICOMUNISTI CHE INNALZAVANO BARRIERE CONTRO LA
PENETRAZIONE DELLA SCIAGURA SOVIETICA NEI LORO PAESI?
Le quinte colonne a
servizio del nemico moscovita
Gli “utili-idioti”:
borghesi, politici, ecclesiastici che non hanno attaccato il comunismo ma hanno
appoggiato un incessante diluvio di diffamazioni contro le organizzazioni
anticomuniste
Compito di altri
“utili-idioti”
Altri collaboratori
del comunismo
Il tentativo di
demolizione per mezzo della calunnia: il fallimento delle campagne stampa
contro la TFP brasiliana
VI. LA GRANDE CROCE:
LOTTA CON I FRATELLI NELLA FEDE
Da Pio IX a Giovanni
Paolo II
L'epoca
dell'Ostpolitik Vaticana
La TFP nella bufera
Interpellanza? No,
appello fraterno
* * *
I. MALCONTENTO,
INCENDIO CHE DISGREGA IL MONDO SOVIETICO
Le riforme della perestrojka nella Russia sovietica,
i movimenti politici centrifughi, che recentemente hanno quasi portato alla
guerra civile nell'Azerbaijan e nei rispettivi enclaves armeni, agitano
anche la Lituania, la Lettonia e l'Estonia ai margini del Baltico, come pure,
più a sud, la Polonia, la Germania Orientale e anche la Cecoslovacchia,
l'Ungheria, la Romania, la Bulgaria e la Jugoslavia. Se aggiungiamo lo
spettacolare abbattimento del muro di Berlino e della “cortina di ferro”,
queste scosse costituiscono nel loro insieme un movimento ciclopico come mai
non si è visto dal tempo delle ultime due conflagrazioni mondiali o addirittura
dal tempo delle guerre napoleoniche.
Tutto questo attuale sommovimento della geografia
europea si manifesta qui e là con circostanze e significati diversi; ma ad essi
sovrasta un significato generale che li ingloba e li penetra come un grande
impulso comune: è il Malcontento.
Malcontento con la “M”
maiuscola
Abbiamo scritto questa ultima parola con la “M”
maiuscola, perché è un Malcontento nel quale convergono tutti i malcontenti
regionali e nazionali, economici e culturali accumulati da molti decenni nel
mondo sovietico sotto forma di apatia indolente e tragica; malcontento di chi
non concorda in nulla ma è fisicamente impedito di parlare, muoversi,
sollevarsi, insomma di manifestare una dissidenza efficace. Già esisteva un
malcontento totale ma, per così dire, muto e paralizzato, di ogni individuo
nella sua casa, tugurio o catapecchia, in cui la famiglia spesso non esiste
più, essendo stato il matrimonio frequentemente sostituito dal concubinato.
Malcontento, perché i figli spesso sono stati sottratti al “focolare” e
affidati forzatamente allo Stato, che solo offre loro la globalità
dell'educazione. Malcontento nei posti di lavoro, in cui la pigrizia,
l'inattività e la noia hanno invaso buona parte del tempo e i bassi salari
bastano appena per comprare generi e articoli insufficienti e di cattiva
qualità, prodotti tipici dell'industria statalizzata a forza dal capitalismo di
Stato. Lungo le file che si formano presso gli stabilimenti commerciali, dalle
cui scansie quasi vuote traspare vergognosamente la miseria, si commenta
bisbigliando l'assoluta carenza qualitativa e quantitativa di tutto.
Malcontento, soprattutto, perché quasi dovunque vi sono casi di proibizione del
culto religioso, le chiese sono chiuse, la predicazione religiosa è ostacolata;
nelle scuole impera l'insegnamento obbligatorio del materialismo, dell'ateismo,
in una parola dell'irreligione comunista.
L'insieme di questi mali penalizza ancor più della
semplice considerazione di ciascuno di essi in particolare. In una parola, se
contro questo o quell'aspetto della realtà sovietica si avanzano lamentele,
contro l'insieme di questa realtà gli avvenimenti più recenti mostrano che si
sta propagando un incendio furibondo. È un furore che, per il fatto stesso di
attaccare l'insieme, attacca il regime e appicca il fuoco a tutte le capacità
d'indignazione dell'animo umano: un malcontento globale contro il regime comunista,
contro il capitalismo di Stato, contro l'ateismo dispotico e poliziesco,
insomma contro tutto ciò che deriva dall'ideologia marxista e dalla sua
applicazione a tutti i Paesi oggi in convulsione.
È proprio il caso dunque di parlare di malcontento: probabilmente
il più vasto e totale malcontento che la storia conosca.
Mosca fa concessioni
timide e di malavoglia
Si vede chiaramente che è per evitare la
trasformazione generale di questo malcontento in rivoluzioni e guerre civili,
che Mosca va facendo di malavoglia qua e là timide concessioni.
Ma, alla luce dei fatti, la portata di queste
concessioni è più che mai dubbia. Poiché, nonostante esse vengano fatte apposta
per acquietare un poco gli animi, danno per ciò stesso agli scontenti una
raddoppiata coscienza della loro forza, come pure della debolezza
dell'avversario moscovita che ancor ieri appariva onnipotente. Ne deriva che la
riappacificazione di oggi può servire da occasione perché gli scontenti
aggreghino intorno a sé crescenti masse di seguaci, che si organizzino in
grandi movimenti di rivendicazione, che esploderanno forse domani in
rivendicazioni ancora più pressanti delle precedenti.
Così, a poco a poco, potrà svilupparsi il
caratteristico processo di ascesa dei movimenti insurrezionali che marciano
verso il successo, processo che si svolge contemporaneamente al declino
dell'establishment di governi obsoleti e putrefatti.
Il maggior grido
d'indignazione della storia
Se il malcontento nel mondo sovietico si sviluppasse
in questo modo, senza incontrare nel suo corso ostacoli di maggiore entità,
l'osservatore politico non avrebbe bisogno di essere molto acuto per cogliere
il punto finale al quale si arriverà: l'abbattimento del potere sovietico in
tutto il suo immenso impero fino a ieri circondato dalla cortina di ferro e il
levarsi, dal fondo delle rovine che così si accumulano, di un unico, immenso,
tonante grido d'indignazione dei popoli schiavizzati e oppressi.
II. INTERPELLANZA AI
RESPONSABILI DIRETTI DI UNA COSI' IMMENSA SCIAGURA: I SUPREMI DIRIGENTI DELLA
RUSSIA SOVIETICA E DELLE NAZIONI PRIGIONIERE
Questo grido si rivolgerà, prima di tutto, contro i
responsabili diretti di tanto dolore accumulato nel corso di tanto tempo, in
dimensioni così immense, da una così impressionante massa di vittime.
E, a meno che la logica non abbia abbandonato del
tutto gli avvenimenti umani - abbandono tragico che la storia ha registrato,
più di una volta, nelle epoche di completa decadenza, come quella di questo
fine secolo e millennio - le vittime di tante calamità uniranno le loro grida
per esigere dal mondo un grande atto di giustizia verso i responsabili.
Questi responsabili sono stati soprattutto i
dirigenti massimi del Partito comunista russo - che, nella gerarchia dei poteri
della Russia sovietica, esercitarono sempre la più alta autorità, superando
perfino lo stesso governo comunista - e pari passu i capi dei Partiti
comunisti e dei governi nelle nazioni prigioniere.
Infatti essi non potevano ignorare la disgrazia e la
miseria senza nome in cui la dottrina e i regimi comunisti andavano
sprofondando le masse, ma nonostante tutto non esitarono a diffondere questa
dottrina e ad imporre questo sistema.
III. INTERPELLANZA
AGLI INGENUI, Al PUSILLANIMI, AI COLLABORAZIONISTI (VOLONTARI 0 NO) COL
COMUNISMO NELL'OCCIDENTE
Ma - sempre ragionando nei sentieri della logica -
non è solo contro costoro che tanti uomini, famiglie, etnie e nazioni
chiederanno giustizia.
Storici ottimisti e
superficiali hanno indebolito la reazione dei popoli liberi contro le trame del
comunismo internazionale
In un secondo momento, essi si rivolgeranno ai
numerosi storici occidentali che, durante questo lungo periodo di dominazione
sovietica, hanno descritto in modo ottimista e superficiale quello che è
accaduto nel mondo comunista e domanderanno loro perché - nelle loro opere di
sintesi, lette e acclamate da certi mass-media nel mondo intero - si sono
limitati a dire così poche cose su disgrazie così immense: il che ha avuto come
effetto di indebolire la giusta e necessaria reazione dei popoli liberi contro
l'infiltrazione e le trame del comunismo internazionale.
Le pubbliche autorità
dell'Occidente ben poco hanno fatto per liberare le vittime della schiavitù
sovietica
Infine, questi stessi scontenti si rivolgeranno alle
autorità pubbliche dei Paesi ricchi dell'Occidente domandando loro perché hanno
fatto così poco per liberare dalla notte fonda e senza fine della schiavitù
sovietica questo innumerevole numero di vittime.
Sappiamo bene che ora queste autorità pubbliche –
sempre sorridenti, ben riposate, ben lavate e ben nutrite - risponderebbero
giovialmente: “Ma come! Proprio a noi! A noi che abbiamo inviato ai vostri
governi tanto denaro, ai quali abbiamo fatto tanti crediti, dai quali abbiamo
accettato come buone tante merci avariate forniteci dalle vostre pessime
fabbriche! E tutto questo per attenuare un poco la vostra fame! Proprio a noi
rivolgete quest'accusa insensata!” E aggiungerebbero: “Rivolgetevi all'ONU,
rivolgetevi all'UNESCO e a tante altre istituzioni che sono così preoccupate
dei diritti umani; guardate quante proclamazioni altisonanti e sottilmente
accurate, dal punto di vista letterario, diffondiamo in tutto l'Occidente,
protestando contro la situazione in cui vi trovate... Tutto questo non vi è
bastato?”
Se questi amabili potentati dell'Occidente
s'immaginano di frenare in tal modo le obiezioni dalle quali irrimediabilmente
saranno bersagliati, s'ingannano.
Le sovvenzioni
dell'Occidente hanno prolungato l'azione dei carnefici
La realtà non è infatti così semplice, nella sua
configurazione concreta e palpabile, né di così facile comprensione e
descrizione, come essi apparentemente immaginano. Le masse lievitate dal
malcontento risponderanno per forza: “Immaginate migliaia, milioni di individui
sottoposti a varie torture, in luoghi grandi quanto Paesi. Questo era il quadro
del mondo dietro la cortina di ferro. Le sovvenzioni inviate dall'Occidente
sono state consegnate, il più delle volte, non direttamente agli sventurati
torturati, ma a quei carnefici ai quali toccava dirigere questi luoghi di
supplizio a dimensioni nazionali, ossia ai governi che, sotto la feroce
direzione di Mosca, mantenevano sotto il giogo della servitù le nazioni
“sovrane” e “alleate” entro la cortina di ferro, come la Polonia, la Germania Orientale,
la Cecoslovacchia, l'Ungheria, e tante altre, come pure le Repubbliche
socialiste sovietiche “unite” a Mosca e altri territori più chiaramente e
ufficialmente dipendenti dai despoti del Cremlino. Erano questi
governi-carnefici a ricevere, il più delle volte, i benefici dell'Occidente!”
È a questo punto del problema che sorgono dubbi che
gli scontenti non cesseranno di agitare. E non sarà facile rispondere a questi
dubbi.
In effetti è innegabile che un po' di queste risorse
ricevute dai governi-fantoccio dietro la cortina di ferro sia alla fine giunto
alle rispettive vittime, alleviandone in qualche modo la sofferenza, o anche
evitando che non poche tra loro morissero di fame. Tuttavia dalle stesse fila
degli scontenti, anche prima dell'attuale periodo di convulsione, sono venute
al riguardo obiezioni imbarazzanti.
Così - osservavano i più sofferenti e indignati fra
loro - nella misura in cui l'Occidente dava ai carnefici risorse che
attenuavano le necessità delle vittime, esso accordava ad essi i mezzi per
ammorbidire l'indignazione generale e prolungare in questo modo le condizioni
di dominio degli stessi carnefici.
In questo caso, non sarebbe stato più utile ai popoli
sottomessi che dall'Occidente non gli fossero arrivati questi soccorsi, in modo
che il giorno dell'esplosione del malcontento fosse giunto subito, e con esso
la libertà finale e completa degli sventurati oppressi?
Collaboratori suicidi
per diffondere il comunismo
Confessiamo che questa domanda lascia perplessi noi
della TFP, tanto più che non si è mai sentito dire che la concessione di questi
soccorsi fosse condizionata, da parte dei benefattori occidentali, al diritto
di esercitare una severa vigilanza per impedire che essi fossero utilizzati per
acquistare o fabbricare armi e munizioni che servissero a mantenere soggiogati
i popoli prigionieri, oppure per evitare che, nel caso di una guerra contro
l'Occidente, fossero utilizzate contro le stesse nazioni occidentali donatrici.
Consideriamo le cose fino in fondo. Siamo certi che,
se Mosca dispone di soldi per insidiare, con le sue reti di propaganda e di
cospirazione, tutte le nazioni della terra, nelle faraoniche spese fatte allo
scopo non siano entrate porzioni considerevoli delle somme fornite, a questo o
a quel titolo, dai donatori occidentali?
In tal caso, questi benefattori delle vittime del
comunismo non saranno stati parallelamente complici involontari -
concediamoglielo - dei carnefici e, allo stesso tempo, collaboratori suicidi
nell'attacco contro l'occidente, oltre ad essere alleati dell'errore comunista
in tutte le nazioni?
La crociata che non
c'è stata
Non sappiamo se queste nazioni sottomesse giungeranno
un giorno ad essere realmente libere, prima che sopravvengano le catastrofi
punitrici e risanatrici previste dalla Madonna nelle apparizioni di Fatima
(cfr. A. Borelli Machado, Le apparizioni e il messaggio di Fatima, Cristianità,
Piacenza 1982, pag.37).
Quello che sappiamo è che, quando un giorno queste
nazioni saranno libere, il malcontento esigerà una stretta resa dei conti per
tutto questo dai “benefattori” delle nazioni prigioniere. Ed essi saranno
obbligati, per la salvezza dei loro onore, a rovistare in molti archivi e a
tirar fuori dalla polvere molti conti... a meno che non preferiscano troncare
tutto ciò e far sì che il silenzio copra ancora una volta tale questione.
In realtà, le belle dichiarazioni dell'ONU,
dell'UNESCO e simili li lasceranno indifferenti come lascerebbero indifferenti
le vittime i sorrisi levigati di soddisfazione e di solidarietà provenienti da
persone che assistessero a braccia conserte ai tormenti che essi stanno
soffrendo.
“Noi avevamo bisogno di una crociata che ci
liberasse! - esclameranno - Voi invece ci avete inviato solamente un po' di
pane che ci aiutasse a sopportare a tempo indefinito la nostra prigionia.
Ignoravate forse che, per dei prigionieri, la grande soluzione non sta in un
pezzo di pane bensì soprattutto nella libertà? ”
Potrebbero forse esserci argomenti validi da opporre
a queste proteste dei prigionieri. Ci sembra però che non sarà facile trovarne.
Una vittoria dei
“falchi” non farebbe che aggravare l'esasperazione e le lamentele
La stampa di tutto il mondo occidentale continua a
far notare che la vittoria di questo gigantesco malcontento non è ancora
incontrastabile. Infatti nessuno può garantire che il soffocamento della
ribellione, realizzato con tanto successo e rapidità nella Piazza Tien-an-men a
Pechino e ripetuto in questi ultimi giorni con successo almeno apparente nella
città di Baku, capitale dell'Azerbaijan, non possa ripetersi ancora varie volte
contro altri focolai di malcontento. Si può ammettere infine che queste
successive repressioni giungano ad imporre agli scontenti una caricatura di
pace. Una pace cadaverica tipica di chi è privo di vita.
Un tale risultato produrrebbe certamente effetti
molteplici, globali, la maggior parte dei quali attualmente ancora non
prevedibili. Tuttavia, dal punto di vista del malcontento, questo aggraverebbe
solamente l'esasperazione e le lamentele, principalmente nei confronti
dell'Occidente. Infine, dal fondo delle loro prigioni, i malcontenti
aggiungeranno ancora alcune imprecazioni alla già vasta lista di quelle che
hanno finora accumulato contro di noi occidentali.
Essi rimprovereranno necessariamente l'Occidente:
“Fino al 1989-1990 non avevamo ancora riempito le aree del mondo intero con le
nostre grida. Nel 1989-90 abbiamo voluto farlo. Da allora non è rimasto nemmeno
il più tenue velo di divisione tra voi e noi. Avete visto tutto, avete udito
tutto, e nonostante questo ben poco avete aggiunto a ciò che d'insufficiente
avevate fatto in nostro favore”.
Ancora una volta, sarebbe per noi difficile e
imbarazzante rispondere.
IV. INTERPELLANZA Al
DIRIGENTI DEI VARI PC SPARSI NEL MONDO
Tuttavia, per quanto riguarda le accuse e le chiamate
in causa, non c'illudiamo sul fatto che l'unica polemica possibile sia quella
tra le vittime che gridano attraverso le fessure dell'immensa prigione
sovietica ovunque in via di sgretolarsi, e i loro carnefici; come quella tra le
stesse vittime e i sorridenti e parsimoniosi “benefattori” che si manifestano
in favor loro di quando in quando in Occidente, durante le nuove fasi di una
servitù di cui solo Dio conosce il termine. Tutto questo dipende da come si
svolgerà un futuro per noi ancora enigmatico.
Possiamo infatti considerare come verosimile anche
un'altra polemica: quella tra i popoli dell'Occidente e i capi dei vari Partiti
comunisti insediatisi ampiamente e confortevolmente in tutte le nazioni non
comuniste del mondo grazie a un prestigio derivato dalla pretesa modernità
ideologica e tecnologica del comunismo, unito a volte alla forza persuasiva dei
danaro e all'efficacia tattica della propaganda comunista.
Non videro nulla?
Per decenni di seguito, i capi comunisti dei vari
Paesi mantennero un costante e multiforme contatto con Mosca, dove furono
ricevuti più volte normalmente come compagni e amici.
Non riferirono nulla?
Ogni volta che tornavano ai loro Paesi, prendevano
immediatamente contatto con i rispettivi Partiti comunisti, dove tutti
domandavano loro ansiosamente che cosa avessero visto e udito in quella vera
Mecca del comunismo internazionale che è Mosca.
Non indagarono su nulla?
Ora, a quanto pare, i resoconti fatti al grande
pubblico da questi visitatori lasciavano trasparire che in nessun momento di
queste visite, essi avevano cercato di ottenere una conoscenza diretta delle
condizioni in cui vivevano i russi e gli altri popoli sottomessi. Non avevano
visto le file interminabili che, nelle fredde albe, si formavano alle porte di
macellerie, panetterie e farmacie, in attesa di merce qualitativamente e
quantitativamente miserevole, di cui si contendevano l'acquisto come se si
trattasse di elemosina. Non si erano accorti dei cenci sulle spalle dei poveri.
Non avevano notato la totale assenza di libertà che affliggeva tutti i
cittadini. Non erano stati impressionati dal tetro e generale silenzio della
gente, timorosa perfino di parlare per paura della brutalità e dei sospetti
della polizia.
Non avevano domandato ai padroni del potere
sovietico, questi sostenitori del comunismo nelle varie nazioni del mondo
libero, il perché di tanto controllo poliziesco, se il regime era realmente
“popolare”? E se non lo era, perché questa impopolarità di un regime che
sprecava immensi mezzi di propaganda per persuadere gli occidentali che i russi
avevano finalmente raggiunto la perfetta giustizia sociale, nel paradiso di
un'abbondanza di risorse capace di soddisfare tutti?
Se conoscevano il tragico fallimento del comunismo, perché volevano
realizzarlo nei loro Paesi?
Se i capi comunisti nel mondo libero sapevano che la
conseguenza del comunismo era quella che ora tutto il mondo può vedere, perché
cospiravano per estendere ai loro Paesi questo regime di miseria, schiavitù e
vergogna? Perché non risparmiavano denaro né sforzi per attrarre, in favore
dell'arduo lavoro di stabilire il comunismo, le élites di tutti i settori della
popolazione, a cominciare dalla élite spirituale che è il clero e proseguendo
con le élites sociali dell'alta e media borghesia, le élites culturali
dell'Università e dei mezzi di comunicazione sociale, le élites della vita
pubblica, sia civile che militare, oltre ai sindacati ed alle organizzazioni di
classe di ogni ordine, per raggiungere finalmente la gioventù e la stessa
infanzia nei corsi delle elementari? La passione ideologica li ha accecati al
punto di non percepire che la dottrina e il regime che auspicavano per la loro
patria non potevano fare a meno di produrre frutti di miseria e di disgrazia
uguali a quelli delle immense estensioni del mondo sovietico, per esempio dai
margini berlinesi dello Spree fino a Vladivostok?
Quando un'autorevole voce ha detto la verità: sorpresa!
Con tutto ciò, l'opinione pubblica occidentale si
formava un'idea talmente vaga della nera sciagura in cui si trovavano e si
trovano i popoli prigionieri, che, quando nel 1984 un uomo di rilevante
intrepidezza apostolica ebbe il coraggio di tracciare, con qualche forte
parola, un quadro sommario, successe in Occidente come se una bomba avesse
fatto udire la sua detonazione nel mondo intero.
Chi è stato quell'uomo? Un teologo di fama mondiale,
un'alta figura nella vita della Chiesa, insomma il cardinale tedesco Joseph
Ratzinger, Prefetto della Congregazione per la dottrina della Fede.
E che cosa disse egli? Ecco le sue parole: “Milioni
di nostri contemporanei aspirano legittimamente a ritrovare le libertà
fondamentali di cui sono stati privati dai regimi totalitari e atei che hanno
preso il potere per vie rivoluzionarie e violente, esattamente in nome della
liberazione del popolo. Non si può ignorare questa vergogna del nostro tempo;
con la pretesa di assicurar loro la libertà, mantiene nazioni intere in
condizioni di schiavitù indegne dell'uomo” (Istruzione su alcuni aspetti della
teologia della liberazione, Congregazione per la Dottrina della Fede, 6 agosto
1984, n. XI, 10). Schiavitù ovviamente in rapporto con la miseria generale (cfr.
V. Messori, Rapporto sulla fede, a colloquio col card. Joseph Ratzinger,
Edizioni Paoline, 1985, p. 201).
Questo egli disse, soltanto questo, e l'opinione
pubblica occidentale rabbrividì. Anni dopo, la gigantesca crisi in cui si trova
il mondo sovietico ha dato la prova non solo che il porporato aveva ragione, ma
che, di più, le sue valenti parole non erano state che un quadro sommario di
tutto l'orrore della realtà.
La grande interpellanza che verrà
Al momento, quello che sta accadendo nel mondo
sovietico attira talmente l'attenzione generale che non c'è qui spazio per
riflessioni, analisi e chiamate in causa più profonde.
Ma per tutto ciò giungerà il momento opportuno. E in
quel momento l'opinione pubblica domanderà più perspicacemente ai capi dei
Partiti comunisti, in tutto l'Occidente, perché essi restarono comunisti,
nonostante sapessero a quale miseria il comunismo aveva trascinato le nazioni
sottomesse da Mosca. Esigerà da loro che spieghino perché, conoscendo la
miserabile situazione della Russia e delle nazioni prigioniere, acconsentirono
a capeggiare un partito politico che non aveva altro scopo che trascinare in
questa situazione di miseria, schiavitù e vergogna i Paesi del mondo libero, in
cui erano nati; perché, infine avevano desiderato con tanta ostinazione questo
risultato tenebroso al punto di non aver esitato ad occultare ai loro stessi
seguaci quella verità che avrebbe spinto almeno alcuni a disertare inorriditi
dalle fila rosse.
Questo atteggiamento dei capi comunisti delle varie
nazioni libere, in combutta con Mosca per rovinare ogni rispettiva Patria,
dovrà essere considerato dalla posterità come uno dei grandi enigmi della
storia.
Fin d’ora questo enigma comincia a stimolare la
curiosità di quelli che hanno acutezza di vista sufficiente per percepire il
problema e chiedersene il perché.
L'affrettata rimbiancatura della facciata dei PC non garantisce che i
comunisti stiano mutando effettivamente dottrina
Il quadro, vecchio di sette decenni, che tanti capi
dei vari PC disseminati per il mondo non hanno voluto o non hanno potuto vedere
e che è ora tanto crudamente messo in evidenza dai drammatici avvenimenti che
vanno agitando il mondo sovietico - tale quadro, dicevamo, comincia a
proiettare in questi giorni un visibile malessere nei Partiti comunisti dei
vari Paesi. La stessa etichetta di “Partito comunista”, di cui tanto si
gloriavano, già va sembrando loro inefficace sul piano psicologico e vessatorio
su quello tattico.
Per questo molti fra di loro tendono ad etichettarsi
oggi come “socialisti”. Questo mutamento - dicono - però non è solo di
etichetta, ma pretende essere anche di contenuto.
Tali mutamenti ci suggeriscono naturalmente alcune
riflessioni:
1. Ciò che i PC faranno nel futuro non può servire,
di per sé, a giustificare ciò che hanno fatto o hanno smesso di fare fino a
questo momento. Per esempio, il loro mutamento di etichetta non spiega in alcun
modo perché, fino ad oggi, hanno appoggiato tutto ciò che si faceva nel mondo
sovietico, né il completo silenzio dei PC del mondo libero sulla terribile
miseria regnante in Russia e nelle nazioni prigioniere. Detto questo, le
domande e le chiamate in causa che abbiamo appena enunciato restano intatte.
2. I mutamenti in corso potrebbero essere presi sul
serio solo nel caso in cui i PC annunciassero chiaramente:
a)
ciò che hanno mutato nelle loro dottrine filosofiche, socio-economiche, etc.
b)
perché hanno realizzato questo mutamento e che relazione esso ha con la perestrojka.
3.
Oltre a questo, è necessario che i PC chiariscano in concreto:
a)
come definiscono oggi le loro posizioni nei confronti della libertà della
Chiesa cattolica e, mutatis mutandis, delle altre religioni;
b)
in che modo siano passati a concepire la libertà dei partiti politici come pure
quella delle differenti correnti filosofiche e culturali, alla luce dei diritti
assicurati alla persona umana nel Decalogo;
c)
se hanno mutato - e in che cosa - le loro dottrine e i loro progetti
legislativi in ciò che tocca le istituzioni della famiglia, della proprietà e
della libera iniziativa;
d)
infine, se considerano questo loro “new look” come un ordine di cose dotato di
ragionevole stabilità o come mera tappa di un processo evolutivo tendente ad
altre posizioni;
e)
in quest'ultimo caso, quali sono queste posizioni?
Senza questi chiarimenti, l'affrettata riverniciatura
di facciata dei PC con colori socialisti non dà la minima garanzia sul fatto
che i comunisti abbiano mutato effettivamente di dottrina.
V. PERCHÉ HANNO COMBATTUTO IMPLACABILMENTE GLI ANTICOMUNISTI CHE
INNALZAVANO BARRIERE CONTRO LA PENETRAZIONE DELLA SCIAGURA SOVIETICA NEI LORO
PAESI?
Frattanto, c'è stato qualcosa di ancor più grave.
Perché questi capi comunisti sparsi per il mondo, alla frode del silenzio
organizzato sul “paradiso” sovietico, hanno aggiunto la diffamazione
sistematica e instancabile, per sette decenni, contro tutti quelli - individui,
associazioni, correnti - che s'impegnavano con zelo ad evitare alle loro
nazioni la sciagura sovietica aprendo gli occhi dell'opinione pubblica?
Le quinte colonne a servizio del nemico moscovita
Per questa ondata di continua e torrenziale
diffamazione, i PC hanno avuto l'abilità di costruire a loro servizio intere
reti di ausiliari installate in categorie sociali insospettabili di favorire il
comunismo, che avevano tuttavia nelle loro fila un considerevole numero di
“utili-idioti”, di abili esecutori della tattica del “cedere per non perdere”,
ecc. Il tutto concepito ed attuato in ogni Paese con le sfumature adatte alle
circostanze locali.
Gli “utili-idioti”: borghesi, politici, ecclesiastici che non hanno
attaccato il comunismo ma hanno appoggiato un incessante diluvio di
diffamazioni contro le organizzazioni anticomuniste
Gli “utili-idioti” erano addestrati per estinguere
l'idea che il comunismo fosse nocivo e costituisse un grave pericolo prossimo
per ogni Paese. L'“utile-idiota” era di preferenza un ecclesiastico di
apparenza conservatrice, un pacato e spensierato borghese, un politico che si
sarebbe detto interamente assorbito dagli intrighi e dai maneggi a-ideologici
del politicantismo. E così via.
Nessuno di loro vedeva nei mass media nemmeno il poco
da essi diffuso sui disastri interni del regime comunista, né percepiva
l'avanzata dell'offensiva rossa nella vita interna del Paese. Non temeva per
l'avvenire un golpe e meno ancora una vittoria comunista. Viveva tranquillo e
diffondeva intorno a sé la spensieratezza.
Tutto questo faceva sì che si creasse un clima di
prevenzione e di disprezzo verso l'anticomunismo, simmetrico e opposto al clima
di simpatia e fiducia creato a favore del comunismo dalla loro stessa
ingenuità, così raramente sincera.
Il comunismo non si è mai astenuto dall'approfittarsi
della collaborazione degli sciocchi dei quali dice la Scrittura che “infinitus
est numerus” (Eccl. 1, 15) nell'umanità in genere, e “quorum parvus est
numerus” fra le schiere rosse. Si noti bene che, il più delle volte gli
“utili-idioti” non prendevano l'iniziativa di parlare contro le personalità
delle associazioni anticomuniste, perché preferivano ignorarle
sistematicamente.
Tuttavia, quando, in alcune cerchia, qualcuno
riferiva un avvenimento sconveniente attribuendolo a questo o quel personaggio
o gruppo anticomunista, l'“utile-idiota” era quello che più premurosamente
accreditava il fatto, che più se ne indignava, che più frequentemente
presentava un dettaglio (verosimile o inverosimile) per “confermarlo”.
Al contrario, se nelle stesse cerchia qualcuno
raccontava un fatto che screditava un personaggio o un gruppo comunista,
l'“utile-idiota”, usando sistematicamente un benevolo metodo di analisi basato
sul dubbio, si metteva immediatamente a perorare circostanze attenuanti in
favore dell'innocenza dell'incriminato, si affliggeva per il pericolo che
investigazioni poliziesche eccessive turbassero la tranquillità delle famiglie
delle persone in causa, ecc. In tutto questo ci potrà esser una certa dose di
equità e di buon senso, ma, soprattutto, di vile e ipocrita parzialità a favore
del comunista. Questo appare evidente se consideriamo che tutti questi
melliflui atteggiamenti l'“utile-idiota” li teneva soltanto in favore di
personalità e di gruppi di sinistra, ma mai in favore di personalità della
destra.
In tutto questo comportamento l'“utile idiota”
abilmente non pronunciava mai una parola in favore del comunismo; il che era
indispensabile alla sua azione, poiché se avesse elogiato in qualcosa il
comunismo avrebbe sollevato sospetti, avrebbe cessato di sembrare ingenuo e, di
conseguenza, di essere utile.
Compito di altri “utili-idioti”
Altri “utili-idioti” svolgevano un lavoro tattico
singolare. Neppure essi avrebbero mai dovuto dire una parola esplicita in
favore del comunismo. Il loro compito essenziale consisteva nel rinfocolare la
tendenza sinistrorsa di tutti quelli che non fossero comunisti, trascinandoli
di conseguenza a collaborare, benché parzialmente, con il PC rispettivo. Per
esempio, in un circolo di proprietari terrieri piuttosto fiaccamente contrari
alla Riforma Agraria, questo tipo di “utile-idiota” doveva solo lamentarsi
dell'improduttività di certi latifondi, spingendo le persone d'accordo con lui
ad una azione antilatifondiaria e pertanto ad un'azione agro-riformista che
realizzasse, almeno in parte, il piano della Riforma Agraria integrale che è la
meta del comunismo. In questa maniera i comunisti e gli “utili-idioti”
avrebbero costituito un fronte unico favorevole ad una Riforma Agraria
moderata.
Questa sarebbe stata solo la prima tappa. In questo
gruppo “moderato”, infatti, lo stesso “utile-idiota” avrebbe rinfocolato alcuni
in favore di un frazionamento confiscatorio non soltanto del latifondo, ma
anche delle proprietà di media dimensione. Questo sarebbe stato un invito
implicito per far sì che, una volta raggiunto il risultato, tutti quelli di
sinistra si fossero avviati con lui, in fronte unico, verso la nuova tappa,
cioè, la riforma confiscatoria di tutte le proprietà agricole, grandi e
piccole.
Sarebbe stata così raggiunta la meta agraria finale
del comunismo.
Altri collaboratori del comunismo
Si potrebbe anche parlare di quelli che applicano la
tattica del “cedere per non perdere”, ecc., ma ciò non farebbe altro che
allungare troppo il presente studio.
Per avere un quadro generale di cosa sia l'avanzata
del comunismo in un determinato paese è necessario almeno tenere conto di
quanto finora è stato descritto.
L'aspetto sinistro di questo quadro consiste
senz'altro e principalmente nello stesso sinistro destino comunista preparato
per il paese preso di mira.
Il tentativo di demolizione per mezzo della calunnia: il fallimento
delle campagne stampa contro la TFP brasiliana
Ma questo carattere consiste pure nella sofisticata
ingiustizia con cui, per favorire l'avanzata del nemico, si cerca di coprire
col mormorio di calunnie anonime, trascinandoli in questo modo nel fango della
diffamazione, quelli che avevano ed hanno la “colpa imperdonabile” di difendere
il Paese da chi vuole imporre ad esso la stessa terribile sorte in cui si
contorce, geme e si ribella un numero crescente di nazioni e etnie prigioniere.
A volte questi attacchi favoriti ed incoraggiati dai
comunisti, quando non addirittura da esso direttamente o indirettamente
suscitati, non si sono limitati a calunnie mormorate, ma sono montati fino al
punto di raggiungere proporzioni di vere e proprie campagne-stampa promosse con
grande fragore contro la TFP brasiliana negli ultimi 24 anni. Sono state in
tutto dodici campagne stampa, ognuna delle quali si è levata come un tifone
devastatore, al quale si pensava che la TFP non avrebbe resistito.
Questo tifone trova subito l'appoggio di tutte le
cerchie di “utili-idioti” sparsi per il Paese, con le loro varie e infaticabili
equipes di detrattori fatti per operare negli ambienti delle famiglie, delle
sagrestie, dei circoli e dei gruppi professionali.
Mentre tutto mormora, tutto fermenta, tutto grida, la
TFP prepara tranquillamente la sua risposta. E quando finalmente appare, sempre
serena, cortese, ma implacabilmente logica, l’argomentazione della nostra
associazione zittisce l’avversario.
Quasi mai egli riprende l'attacco, preferendo
rintanarsi. E altrettanto fanno i suoi supporters di ogni tipo. Gradualmente
tutti dimenticano tutto: il nemico se la batte senza che, generalmente, la TFP
abbia perso nessun socio, cooperatore o corrispondente, nessun amico,
benefattore o simpatizzante.
Benché queste campagne stampa tendano per quanto
possibile a diffondersi per tutto il mondo, niente ha impedito la continua
crescita della famiglia delle TFP autonome e consorelle, il più grande
raggruppamento di associazioni dichiaratamente anticomuniste ispirate al
Magistero tradizionale della Chiesa nel mondo contemporaneo. E questo è
talmente vero che esistono attualmente TFP in tutti i continenti.
* * *
Nel frattempo sono arrivati i giorni di Gorbaciov,
che hanno provocato ciò che vediamo. E adesso la verità di ciò che è accaduto
nella Russia sovietica e nell'immenso conglomerato delle nazioni assoggettate è
evidente agli occhi di tutti.
Le TFP hanno il diritto di rendere pubbliche queste
considerazioni e di chiamare in causa in modo particolare i propri nemici più
diretti, i capi comunisti dell'Occidente.
VI. LA GRANDE CROCE: LOTTA CON I FRATELLI NELLA FEDE
Tuttavia, per quanto queste riflessioni possano
allungarsi, data la complessità dell'argomento trattato, esse non potrebbero
sorvolare su un punto di capitale importanza.
È la lunga incomprensione - per così tanti motivi
dolorosa - tra noi e un grande numero di fratelli nella fede.
Da Pio IX a Giovanni Paolo II
Già nei sofferti e gloriosi giorni del pontificato di
Pio IX (1846-1878) la raccolta dei documenti pontifici rivelava la radicale e
insanabile opposizione fra la dottrina tradizionale della Chiesa da una parte e
i vaneggiamenti sentimentaloidi del comunismo utopistico nonché l'assalto
pedante e pieno di livore del comunismo scientifico o marxista.
Questa incompatibilità non ha fatto che
intensificarsi durante i pontificati posteriori, come dimostra, ad esempio,
l'affermazione lapidaria di Pio XI contenuta nell'enciclica “Quadragesimo Anno”
del 1931: “Il socialismo si fonda su una concezione della società che le è
propria e che è inconciliabile con il vero cristianesimo. Socialismo religioso,
socialismo cristiano, sono termini che non possono unirsi: nessuno può essere
un buon cattolico e dirsi contemporaneamente vero socialista”.(Acta Apostolicae
Sedis, vol. XXIII, p. 216). E ancora più segnatamente, il famoso decreto del
1949 della Sacra Congregazione del Sant'Uffizio, promulgato per ordine di Pio
XII, vietava a tutti i cattolici, di collaborare col comunismo nei termini
dello stesso decreto, arrivando persino a punire certe forme di collaborazione
con la scomunica.
Questi atti pontifici miravano a impedire il
trasbordo dei cattolici verso le fila comuniste, ma anche ad evitare
l'infiltrazione dei comunisti negli ambienti cattolici, con il pretesto di
collaborare a vicenda per risolvere determinati problemi socio-economici.
Questo punto era di particolare importanza, poiché
tendendo la mano ai cattolici (la “politica della mano tesa”) in nome di questa
fallace collaborazione, i comunisti dichiarati e in modo particolare gli “utili-idioti”
di tutti i tipi entravano in una convivenza famigliare e assidua con i
cattolici, creando un clima propizio ad attrarre verso il pensiero e l'azione
marxista un numero considerevole di figli della Chiesa.
L'epoca dell'Ostpolitik Vaticana
Per tutta l'immensa estensione della macchina di
propaganda del comunismo internazionale, dal Cremlino fino alla più sperduta
cellula comunista di villaggio, si cominciò a notare in tutto il mondo una
serie di atteggiamenti piuttosto distensivi sia nei riguardi dell'insieme delle
nazioni libere dell'Occidente che nei confronti delle diverse chiese, e
particolarmente della Santa Chiesa Cattolica.
Da qui derivò un nuovo atteggiamento da parte delle
une e delle altre nei confronti del mondo d'oltre cortina. Tale mutazione già
si era resa visibile durante il pontificato dell'immediato successore di Pio
XII, Papa Giovanni XXIII (1958-1963). E questa tendenza alla distensione si è
andata prolungando fino ai nostri giorni culminando con la recente visita di
Gorbaciov a Giovanni Paolo II.
Nel 1969, con l'inaugurazione dell'Ostpolitik del
Cancelliere tedesco Willy Brandt, questo vocabolo diventò di moda nei mezzi di
comunicazione sociale per finire con l'essere applicato anche alla politica
distensionistica del Vaticano. In realtà fu quest'ultima a precedere
cronologicamente la distensione di Bonn.
Evidentemente, da Pio XII a Giovanni Paolo Il si
verificò un'enorme mutazione della linea diplomatica del Vaticano nei riguardi
del mondo comunista. Questa materia coinvolge indubbiamente aspetti dottrinali
di competenza del Magistero supremo del Romano Pontefice. Ma la materia è
essenzialmente diplomatica e, in quanto strettamente tale, può essere oggetto
di diverse valutazioni da parte dei fedeli.
Per ciò non abbiamo nessun dubbio nell'affermare che
i vantaggi ottenuti dalla causa comunista con l'Ostpolitik vaticana non furono
soltanto grandi, ma letteralmente incalcolabili. Un esempio di ciò è quanto
avvenuto al Concilio Vaticano II (1962-1965).
Difatti, nell'atmosfera dell'incipiente Ostpolitik
vaticana furono invitati rappresentanti della chiesa greco-scismatica
(“ortodossa”) russa per seguire, in veste di osservatori ufficiali, le sessioni
di quel Concilio. Che vantaggi ne derivavano per la Santa Sede? Per quanto
finora sappiamo, magrissimi e scheletrici. Svantaggi? Ne menziono uno solo.
Sotto la presidenza prima di Giovanni XXIII e dopo di
Paolo VI si riunì il Concilio Ecumenico numericamente più grande della storia
della Chiesa. In esso era scontato che sarebbero stati trattati tutti i più
importanti argomenti di attualità, riguardanti la causa cattolica. Fra questi
non poteva non mancare - assolutamente non poteva! - l'atteggiamento della
Chiesa di fronte al suo più grande avversario di allora. Avversario cosi
totalmente opposto alla sua dottrina, così potente, così brutale, così
insidioso, che la Chiesa non ne aveva trovato uno simile nella sua storia quasi
bimillenaria. Trattare dei problemi contemporanei della religione senza
trattare del comunismo sarebbe stato tanto manchevole quanto riunire oggi un
congresso mondiale di medici per studiare le malattie principali del nostro
tempo omettendo nel programma un qualsiasi riferimento all'Aids...
Eppure fu proprio quello che l'Ostpolitik vaticana
accettò da parte del Cremlino.
Quest'ultimo dichiarò che se, nelle sedute del
Concilio, si fosse dibattuto il problema comunista, gli osservatori
ecclesiastici della chiesa greco-scismatica russa si sarebbero ritirati
definitivamente dalla assise. Una clamorosa rottura di rapporti che faceva
rabbrividire molte anime sensibili, poiché tutto lasciava temere, come
conseguenza, una recrudescenza delle barbare persecuzioni religiose
oltrecortina. In considerazione di questa possibile rottura il Concilio non
trattò dell'Aids comunista!
La mano tesa era coperta da un bel guanto: il guanto
vellutato della cordialità. Ma, dentro il guanto, la mano era di ferro. Le più
alte autorità della Chiesa lo percepivano bene. Ma questo non impedì che
proseguissero l'Ostpolitik, il che spinse un numero crescente di cattolici ad
assumere nei confronti del comunismo un atteggiamento interiore equivalente a
un vero “crollo delle barriere ideologiche”, e, nel campo dell'azione concreta,
a collaborare sempre di più con la sinistra nell'offensiva contro il capitalismo
privato, in favore del capitalismo di Stato, illudendosi che il primo si
opponesse alla “opzione preferenziale per i poveri” mentre il secondo sembrava
avere diverse affinità (e anche più di questo) con tale opzione tanto
preconizzata dall'attuale pontefice. Che crudele smentita ha inflitto loro il
capitalismo di Stato!
La TFP nella bufera
Tutto questo succedersi di eventi veramente
drammatici non avrebbe potuto fare a meno di scuotere nell'intimo (se non ci
fosse la fiducia nella Beatissima Vergine, meglio sarebbe dire “angustiare
atrocemente”) i membri della TFP brasiliana.
Perciò fin dalla torbida e livida “alba” di questa
crisi, il pugno di cattolici dal quale sarebbe nata in futuro la nostra
associazione diede l'allarme (cfr. Plinio Corrêa de Oliveira, “Em Defesa da
Acão Católica”, 1943, prefazione del cardinale Benedetto Aioisi Masella, allora
nunzio apostolico in Brasile. L'opera fu oggetto di una significativa lettera
di elogio scritta a nome di Papa Pio XII dal Sostituto della Segreteria di Stato
della Santa Sede, mons. G.B. Montini, poi Paolo VI).
Immediatamente iniziò una universale gragnuola di
contro-attacchi che fece sì che un gran numero di ambienti cattolici (vivai di
futuri comunisti nelle agitazioni degli anni 1963-1964) si chiudessero alla
nostra azione. Così, ecumenici con tutto e con tutti e soprattutto nei riguardi
dei sinistrorsi, i cattolici di sinistra si manifestavano fin da allora
“inquisitori” nei nostri confronti!
Ingaggiammo allora la parte più dolorosa della nostra
lotta. Questa lotta, che un tempo intraprendevamo contro il lupo vorace, ora in
nome della nostra fedeltà alla Chiesa eravamo costretti a condurla contro le
pecore del nostro stesso ovile e, supremo dolore!, perfino contro i pastori di
questo o quell'ovile benedetto di Nostro Signore Gesù Cristo.
Tutta questa lotta, così lunga e costellata di
lacrime, di sudore e di sangue per le delusioni subite, la TFP l'ha raccontata
in due libri, uno dei quali di recente apparizione (Meio Seculo de Epopeia
anticomunista, 1980; Um Homem, uma obra, uma gesta, 1989), che qui non è
necessario riassumere.
Diciamo semplicemente che, con il sostegno delle
valorose e brillanti TFP allora esistenti (rispettivamente in Argentina,
Bolivia, Canada, Cile, Colombia, Equador, Spagna, Stati Uniti, Uruguay e
Venezuela), fu lanciato il documento intitolato “La politica vaticana di
distensione con i governi comunisti: per la TFP, omissione o resistenza?”,
rivolto a Papa Paolo VI in cui tutte le associazioni consorelle e autonome si
dichiaravano con noi in stato di rispettosa resistenza all'Ostpolitik vaticana.
Lo spirito che ci ha condotto a questo gesto e che anima parimenti le TFP e i
Bureaux oggi costituiti in 22 Paesi, si può riassumere in questo appello della
stessa dichiarazione: “In questo filiale atteggiamento diciamo al Pastore dei
Pastori: la nostra anima è Vostra, la nostra vita è Vostra. Comandateci quello
che volete. Soltanto, non domandateci di incrociare le braccia di fronte al
lupo rosso che assale. La nostra coscienza vi si oppone”.
Interpellanza? No, appello fraterno
A voi, diletti fratelli nella Fede, la cui vigilanza
è stata ingannata o è in via di esserlo dall'errore comunista, non faremo
nessuna interpellanza. Dal nostro cuore sempre sereno parte verso di voi
un'appello straripante di ardente affetto in Christo Domino: davanti al quadro
terribile che in questi giorni si delinea davanti ai vostri occhi, riconoscete
almeno oggi che siete stati beffati. Bruciate ciò che ieri avete aiutato a
vincere e combattete a fianco di coloro che ancora oggi contribuite a
“bruciare”.
Sinceramente, categoricamente, senza ambiguità
tendenziose, ma con quella franchezza degna di enorme rispetto caratteristica
di chi è umilmente contrito, voltate le spalle a quelli che vi hanno
crudelmente ingannato e guardateci, serenamente e fraternamente, come fratelli
nella fede.
Questo è l'appello che vi facciamo oggi. Esso esprime
le nostre disposizioni d'animo di sempre, quelle di ieri come quelle di oggi.
Nelle parole finali di questo documento la nostra voce
si carica di emozione, la nostra venerazione per Voi la trattiene, i nostri
occhi filiali e rispettosi si levano ora verso di Voi, venerabili Pastori che
avete dissentito da noi. Dove trovare parole di affetto e di rispetto adatte
per essere consegnate nelle vostre mani - nei vostri cuori - in un momento come
questo? Mutatis mutandis, non ne possiamo trovare di migliori di quelle stesse
che, nel 1974, rivolgevamo all'ora defunto Paolo VI.
Le pronunciamo in ginocchio chiedendo le vostre
benedizioni e le vostre preghiere. Ecco tutto.
* * *
Le varie interpellanze enunciate nei punti dal II al
V e l'appello ai cattolici di sinistra (punto VI), sono rivolte dalla TFP sotto
la sua piena responsabilità, nel presente documento pubblicato con l'approvazione
dei membri del suo Consiglio Nazionale.
Ovviamente tutti gli interpellati - o quelli ai quali
abbiamo rivolto l'appello - hanno diritto di rispondere e, in ragione di
un'ovvia prossimità geografica, per i capi comunisti dell'Occidente e per
quelli della sinistra cattolica questa risposta costituisce non solo un
diritto, ma un dovere.
A costoro, quindi, rivolgiamo la nostra ultima
domanda: tacerete o risponderete?
A voi la parola.
San Paolo, 11 febbraio 1990
Festa della Madonna di Lourdes
•
Per quanto riguarda la Riforma Agraria e le campagne di stampa contro la TFP,
l'autore si limitò a due esempi tratti dalla realtà brasiliana. È evidente che
esempi analoghi potrebbero essere tratti da altre realtà nazionali per
confermare le tesi di fondo del presente studio.