Avvenire,
Mercoledì 27 Dicembre 00
Indonesia,
Natale di sangue
Bombe
islamiche nelle chiese di Giacarta: 14 vittime
Claudio
Monici
Nostro
Inviato
GIACARTA.
Bombe che dovevano uccidere, quelle esplose la vigilia di Natale sulle porte di
numerose chiese cristiane in Indonesia. Contro la cattedrale cattolica di
Giacarta, affollata di fedeli in preghiera e proprio mentre dalla vicina
moschea uscivano centinaia di musulmani al termine della preghiera della sera.
Ma anche bombe che devono alimentare la paura, il panico e soprattutto rendere
ancora più dirompente e vistoso il conflitto «interreligioso» interno che da
due anni s'è espresso nel sangue e in più provincie dell'arcipelago che da
ovest a est è ampio come gli Stati Uniti, dal Pacifico all'Atlantico. Erano
almeno 20 gli ordigni, nascosti nei parcheggi, dentro auto-bomba, nei giardini
pubblici, quelli esplosi contro gli edifici religiosi nella capitale e cinque
in altre città del Paese. Sempre con lo stesso obiettivo e metodo: chiese
cattoliche e protestanti da colpire. Almeno 14 sono state le vittime, decine i
feriti: tra i morti forse anche tre attentatori, mentre altri due sono stati -
secondo il governo - arrestati dalla polizia a Bandung.
Ma dietro a
quello che potrebbe sembrare un conflitto tra religioni, in realtà - e sono
molte le voci a confermarlo - nasconde ben altro. È sempre più evidente che c'è
la mano di qualcuno che ha interesse a alimentare una oscura strategia della
tensione. Un allarmante segnale, un onda nera che si deve propagare e che
adesso ha raggiunto la capitale (11 milioni di abitanti, ndr) e l'ha colpita.
Nel momento di più sacro per i cristiani, ma anche alla vigilia del termine
dell'osservanza islamica dello stretto digiuno dall'alba al tramonto.
Le esplosioni
si sono succedute nell'arco di un'ora, nella sola capitale, e nel raggio di due
chilometri. E questo è un elemento che fa sospettare l'opera non certo di
occasionali bombaroli, ma di «esperti» nella tecnica dell'azionare detonatori.
La polizia è in stato di massima allerta (sono stati dislocati nella sola
capitale 18mila agenti), anche perché proprio oggi finisce il mese del digiuno,
il Ramadam, in questa nazione con 210 milioni di abitanti e più del 90 per
cento di religione islamica.
«È stato un
lavoro pianificato da gente determinata a creare le condizioni per alimentare
lo scontro sociale: gettare benzina sul fuoco», dichiara il portavoce della
polizia Anton Bahrulalam. Quella stessa polizia che alcuni settori
dell'esercito accusa di essere troppo floscia nella sua azione contro il
disordine. Dopo avere fatto pagare con nuovo sangue il Natale dei cristiani, è
chiaro che se progetto esiste, anche i musulmani temono analoghe azioni. E
questo, se dovesse accadere, non potrà che inasprire gli animi e chiamare alla
vendetta. Perché è la gente della strada, la più manipolabile, sotto i cui
piedi si sta aprendo questa trappola.
Dall'ovest di
Banda Aceh, all'est delle isole Molucche e di Irian Yaya (Papua-Guinea),
l'Indonesia è dominata dalle «turbolenze sociali». Movimenti islamici che
premono per imporre la Sharia, la legge islamica; provincie islamiche che
vogliono l'indipendenza e la chiedono con le armi dei gruppi armati come il
«Free Aceh movement», (Gam); isole e atolli dove sempre più aspro e cruento si
fa il conflitto tra musulmani e minoranze cristiane, come alle Molucche, dove
in due anni sono morte 5.000 persone e mezzo milione sono gli sfollati: isole
come Irian Yaya occupata dalle truppe indonesiane negli anni Settanta, dove si
fa sempre più forte la voce per il ritiro delle truppe e di conseguenza
l'arresto degli attivisti politici locali. Soldati che muoiono nelle imboscate.
Tutto questo ha una data d'inizio, la fine del regime autocratico e militare
del vecchio presidente Suharto. I militari con lui hanno sempre avuto ampio
margine d'azione e garantite carriera politica ed economica.
E oggi, con un
governo che cerca di strappare il Paese dal caos e dalle crisi sociali ed
economiche, questo loro potere si fa via via sempre più col fiato corto.
Nessuno, in Indonesia, dirà mai che Suharto è finito: «È lui che ancora manovra
i suoi burattini e lo fa con la destabilizzazione».
Ha certo
ereditato qualcosa di più d'una patata bollente, il presidente indonesiano
Abdurrahman Wahid. L'intellettuale che si trova nel mezzo di questa tempesta
che accentua la sua furia, ogni qual volta l'anziano e malato capo di Stato, e
la vice presidente Megawati Sukarnoputri, una donna e per questo non amata
dagli islamici oltranzisti, cercano di muoversi nella direzione della pacificazione.
Quello di cui c'è più bisogno, in Indonesia, per vincere la battaglia della
profonda crisi politica ed economica che ha colpito l'arcipelago asiatico.
Di
conseguenza, per porre fine al terrore che ha trovato suo sfogo e nutrimento
nel creare focolai intereligiosi e indipendentisti, sempre più vasti e
incontrollabili. Ma a quale prezzo? Wahid era in partenza per Irian Yaya, per
festeggiarvi il Natale, quando sono esplose le decine di bombe. Mentre la sua
vice andava in una provincia del nord della Molucche per siglare una «pace» tra
musulmani e cristiani. «C'è chi vuole destabilizzare il governo e creare uno
stato di paura e panico. E questo è un chiaro atto di terrorismo contro le
comunità cristiane», ha detto Wahid. Provocatori, dunque.
Che con queste
bombe hanno voluto portare il loro obiettivo dentro la capitale per creare
ancor più disordine. Il presidente invita la nazione, tutta, «alla calma» e la
polizia «chiede scusa» per una certa sua leggerezza sulla sicurezza: Mentre un
gruppo di musulmani vicini al capo dello Stato, e molti studenti islamici,
hanno condannato e espresso la loro soliderità ai cristiani.
Ma nessuno si
aspettava a Giacarta questo Natale di fuoco, così diretto e così «specifico»
contro edifici religiosi. Per la diplomazia internazionale, rimasta stordita da
questi episodi criminosi, se si pensa che a Giacarta l'ultima bomba era esplosa
nel settembre scorso nel parcheggio sotterraneo della Borsa uccidendo quindici
persone, non ci sono dubbi: il piano è perfetto e prosegue il suo inesorabile
corso per creare disordine, «per dare ai militari motivo e scusa per
intervenire. Siamo soltanto all'inizio».