Avvenire,
6-1-2001
ROMA Tra i
penitenti c'è chi ammette di aver trascorso anni senza accostarsi al sacramento
del perdono
L'onda
lunga dei confessionali
«Mi sono
deciso solo ieri sera Vorrei che per me fosse un nuovo inizio»
Laura
Badaracchi
ROMA. Fino
all'ultimo, fino a poche ore dalla chiusura della Porta santa, le basiliche
romane non hanno smesso di accogliere i numerosi fedeli che desideravano
accostarsi al sacramento della Riconciliazione. Ieri a San Giovanni in
Laterano, già nelle prime ore della mattinata (situazione analoga a Santa Maria
Maggiore), si erano formate lunghe code accanto ai confessionali.
Così, mentre
fervevano i preparativi e le pulizie per la cerimonia del pomeriggio, le
persone continuavano ad affluire nella cattedrale romana e ad attendere in
silenzio il proprio turno. Come Marisa: «Non mi confesso da tanti anni, ma ho
sentito fortemente questo desiderio di riconciliazione per ritrovare la pace
con me stessa. Non sono sposata in chiesa, ma voglio farlo», racconta,
aggiungendo: «Pur non avendo seguito tutte le celebrazioni dell'Anno Santo, mi
ha colpito la grande affluenza di persone, soprattutto dei giovani». Anche il
31enne Mauro, sposato da due anni, non si accosta al sacramento della Penitenza
da molto tempo: «Solo ieri sera mi sono deciso: normalmente in quasi tutte le
cose arrivo all'ultimo momento! - scherza -. Mio fratello fa parte di una
Comunità neocatecumenale e mi ha aiutato a riavvicinarmi alla Chiesa e a fare
questo passo». Non solo: «La riconciliazione mi sembra un'opportunità non da
poco: uscire dal peccato ed entrare nella grazia. Penso che lo scopo del
Giubileo sia questo perdono, che vorrei segnasse per me l'inizio di un
cammino».
Per altri, che
si avvicinano abitualmente alla Confessione, è «un'occasione eccezionale
viverla nella basilica lateranense nell'ultimo giorno dell'Anno Santo»,
testimonia la 52enne suor Luciana, di origini abruzzesi, francescana
missionaria del Sacro Cuore. Dopo essere stata con gli alunni a San Pietro e
aver accompagnato spesso molte persone nei luoghi giubilari della capitale,
«nutrivo il desiderio di vivere oggi un'esperienza spirituale particolare,
eccezionale», rivela la religiosa: una grazia speciale, simile a quella provata
entrando in convento 26 anni fa. «Ho sperimentato un senso di liberazione
profonda, quella purezza di cuore che solo il Signore mi sa donare». Gli stessi
sentimenti provati da Pasquale, arrivato con un pullman partito alle 4 del
mattino da Grottaminarda, in provincia di Avellino. Con lui, tutta la famiglia:
moglie, due bambini, mamma e suocera. «Il perdono ci aiuta a restare uniti agli
altri e alla Chiesa», osserva.
Anche la
basilica di San Paolo fuori le Mura è affollata dai pellegrini dell'ultima ora.
«Una quantità enorme, proveniente dai 5 continenti», nota don Paolo Lunardon,
abate dell'Abbazia benedettina della basilica e suo delegato apostolico. Tra i
penitenti, una bambina alla sua prima confessione e un anziano 95enne, un
sacerdote che non si accostava al sacramento da 35 anni e tanti
"lontani". Nonostante la stanchezza, «che dopo 4 ore di ascolto si fa
sentire, chi ha lavorato è Dio con la sua grazia straordinariamente in azione,
che ha mosso la gente più impensata a venire qui unicamente per confessarsi»,
sottolinea l'abate. Il ricordo torna alla Giornata mondiale della gioventù, che
ha visto la presenza in basilica di oltre 10mila giovani inglesi per la
catechesi mattutina: «Gli altri monaci sacerdoti e io siamo concordi nel dire
che i giovani arrivavano al sacramento più preparati: sono state le confessioni
più intense come partecipazione; siamo rimasti colpiti dalla loro sensibilità».
Inoltre durante il Giubileo il contatto con centinaia di problemi personali ha
evidenziato che «il materialismo e l'indifferenza ostacolano il cristianesimo:
il credente deve avere una fede solida per poter resistere», commenta don
Lunardon, convinto della necessità di «abbandonare nella Chiesa ogni idea di
trionfalismo e numeri. Occorre sperare che questo gregge di Cristo diventi
lievito: pochi, ma convinti».