Avvenire,
Mercoledì 10 Gennaio 2001
Capolavori
anonimi e manufatti d'autore che custodiscono l'identità di un popolo
In due anni
catalogate oltre duemila opere in gran parte sconosciute, provenienti da
parrocchie e conventi
Domenico
Montalto
ASCOLI. Lo
spirituale splendore degli argenti sbalzati; degli ostensori, dei reliquiari,
delle stauroteche e delle croci astili - esempi di una scuola orafa celeberrima
fra Quattro e Cinquecento - che custodiscono frammenti di sacro e, insieme,
l'identità di un popolo. La teatralità espressiva di Madonne e di Pietà che
sono sacre rappresentazioni in sedicesimo, scolpite nel legno e nella
terracotta. I colori smaltati e rarefatti delle tavole di Crivelli e di Cola
dell'Amatrice, autentici gourmet d'un Rinascimento pittorico insieme aulico e
popolare: questa mistica selva di luci, forme, colori avvolge e rapisce chi
visiti le sale del Museo diocesano di Ascoli Piceno, dove è in corso la mostra
Icona del mistero.
Un'antologia di sette secoli di manufatti d'arte, un'ostensione di poesia sulla via pulchritudinis, una proposta dell'intelligibilità del bello - allestita con raro garbo comunicativo - per avvicinare menti e cuori alla storia, al mistero cristiano e magari alla preghiera. Una via ancora e più che mai affascinante, come confermano le molte migliaia di visitatori registrati da novembre.
Sia detto
subito: al viaggiatore colto la mostra vale da sola un buon motivo per visitare
l'insigne capoluogo marchigiano, col suo complesso architettonico di piazze,
chiese e palazzi, una singolare suggestiva morfologìa di travertino chiarissimo
coronata dai monti Sibillini spolverati di bianco. Ma è altro ciò che ci preme
segnalare, e che fa dell'esposizione un'esperienza di riferimento, soprattutto
in ambito ecclesiale: ovvero la tensione a sposare rigore scientifico e
passione per la propria fede, una dimostrazione delle corpose possibilità di un
volontariato culturale ben governato, come ben esprime la presente esposizione,
che è la scrematura finale di un vasto lavoro di inventariazione del patrimonio
d'arte diocesano, durato due anni e portato avanti in parrocchie, conventi e
monasteri da un ristrettissimo staff di studiosi con in testa Maria Elma Grelli
e Andrea Anselmi. Un lavoro metodico, che ha fruttato la schedatura di oltre
duemila opere, capolavori in gran parte sconosciuti se non abbandonati.
La misurata
esposizione esplicita infatti un percorso crono-tematico, fondato sulla
filologia ma soprattutto su un'amorosa attenzione al sensus fidei che questi
capolavori documentano; sensus fidei di vulgata squisitamente picena, che trova
nella devozione e nel culto eucaristici una propria vena elettiva. Il disegno complessivo
della rassegna sottende perciò, fin dall'idea di partenza, una preoccupazione
per l'oggi, ribadita dal vescovo di Ascoli, monsignor Silvano Montevecchi, che
dell'iniziativa è stato il primo convinto sostenitore.
«Questa mostra - spiega Montevecchi - è nata da un'intuizione pastorale: far capire come la vita della Chiesa abbia
generato cultura, come i nostri padri piceni, pur nella povertà dei loro
mezzi, abbiano saputo creare opere d'arte la cui bellezza permane nei secoli.
Il rivisitare il passato di un territorio, il retaggio di una diocesi, ha una
valenza religiosa, è una sorta di purificazione della memoria cristiana nonché
collettiva. L'arte, del resto, include
una felice attitudine catechetica, per un buon motivo: perché il linguaggio
religioso, cristiano e occidentale, è in gran parte un linguaggio simbolico,
proprio com'è quello dell'architettura, della pittura, della scultura. Si
tratta, fra l'altro, di un "visibile parlare" sempre attuale e
fecondo, diversamente da quanto avviene per linguaggi più esplicitamente
razionali ma anche più aridi, come la filosofia o la stessa teologia, la cui
validità e autorevolezza sono soggette all'epoca e alle mode: invece un
medesimo dipinto, pur visto in momenti diversi della nostra vicenda personale,
lascia comunque in noi echi profondi, che variano inoltre secondo lo stato
d'animo. Certo, la fruizione di un'opera d'arte necessita di un'educazione alla
lettura e all'interpretazione, e in tal senso mostre come questa possono fare
molto, possono fornire in particolare ai giovani la chiave per aprire
l'ermetismo di una bellezza che ci appartiene storicamente».