Il
Messaggero, Martedì 16 Gennaio 2001
Il presidente
del Consiglio a Pechino cerca di mediare, ma senza successo. Appoggio italiano
per il Wto
E Amato
ottiene un accordo sul controllo del traffico di clandestini
dal
nostro inviato
ALBERTO
GENTILI
PECHINO - Per
oltre due ore tra Giuliano Amato e Zhu Rongji sono solo sorrisi, battute sul
calcio, una chiacchierata sull’opera lirica, il via libera all’accordo
bilaterale per la lotta alla mafia gialla e al traffico di clandestini.
«Sembravano due vecchi amici», racconterà più tardi il viceministro degli
Esteri, Ugo Intini. Ma quando il premier italiano affronta il tema della visita
di Karol Wojtyla in Cina, nell’austera sala dell’Assemblea nazionale scende il
gelo. «No, non è possibile», dice tagliente il primo ministro di Pechino, «il
Vaticano ci ha offeso, ha aperto una ferita. E ora è indispensabile un periodo
di decantazione».
Zhu Rongji
racconta ad Amato «l’offesa». Parla della canonizzazione, celebrata dal Papa,
di 120 martiri cattolici cinesi. Centoventi malfattori (o quasi), secondo le
autorità di Pechino, alzati agli altari il primo ottobre scorso: il giorno in
cui la Cina festeggia la festa della Repubblica. «E noi abbiamo il sospetto»,
rincara Zhu Rongji, «che dietro questa provocazione ci sia Taiwan». L’odiata,
Taiwan.
Amato prova a
tranquillizzare il collega. Dice: «Un Paese come la Cina non può non avere
rapporti diplomatici con il Vaticano». Si offre da mediatore. Con una premessa:
«L’Italia è estranea a questa delicata questione, offriamo soltanto la nostra
collaborazione alla ripresa del dialogo». Zhu Rongji, più tenero: «Non
consideriamo il dialogo chiuso, ma adesso attendiamo un passo ufficiale del
Vaticano».
C’è da dire
che la delegazione italiana aveva previsto la rispostaccia cinese. Già in
mattinata, Amato si era mostrato molto prudente. Quasi pessimista: «Prima o poi
potremo vedere il Papa passeggiare a piazza Tienanmen. Ma bisogna trovare il
clima adatto e ora è molto freddo, qui a Pechino». Meno 15 gradi, per
l’esattezza. Insomma, Giovanni Paolo II sarà costretto a rinviare a tempo
indeterminato la tanto sospirata missione nell’ex Celeste Impero. «La voglia di
andarci non mi lascia mai», ha più volte confidato il Papa. Sapendo bene che il
suo viaggio avrebbe, come precondizione, una ventata di tolleranza verso i sei
milioni di cattolici cinesi che, fedeli alla Santa Sede, sono costretti alla
clandestinità e a volte sbattuti in carcere.
Meglio, molto
meglio, ad Amato è andata sul fronte a lui più caro. Quello dei rapporti
bilaterali. Oggi, dopo aver incontrato il presidente Jiang Zemin, il premier
lascerà Pechino con in tasca la bozza di un accordo contro le Triadi. Per
tentare di mettere un freno alla mafia gialla che sta penetrando in Italia, il
governo cinese firmerà nelle prossime ore un patto di cooperazione. «Il
migliore mai siglato con un Paese occidentale», certifica Intini.
Si parte della
lotta al traffico di clandestini, con l’impegno di Pechino a riprendersi gli
immigrati sbarcati in Italia. E si arriva a definire una «vera rete di
collaborazione» tra le polizie dei due Paesi. Con addestramento di agenti
italiani in Cina, indagini comuni dei rispettivi Interpol. E con la
costituzione, a Roma e a Pechino, di uffici interforze.
C’è poi da
registrare «una forte convergenza» sull’Onu. Traduzione: porte in faccia
all’ingresso di Germania e Giappone tra i membri permanenti del consiglio di
sicurezza. E c’è da mettere agli atti l’impegno di Amato, nelle veste di
presidente di turno del G8, a consultare la Cina («siete troppo importanti per
non essere ascoltati») prima di scrivere l’agenda del vertice degli otto grandi
in programma in luglio a Genova.
Ultimo
capitolo: l’adesione della Cina al Wto, il trattato sulle regole del commercio
internazionale. Il primo ministro cinese ha lamentato «le resistenze da parte
di Stati dell’Unione europea». E Amato è corso ad assicurare la mediazione
italiana. «Il vostro ingresso nel Wto deve avvenire in tempi brevissimi». Zhu
Rongji avrebbe ringraziato.