Avvenire, Martedì 16 Gennaio 2001

 

LA STORIA Esce una biografia del vescovo greco-cattolico ucraino ucciso nel

1947

Il martirio «annunciato» di Romza

 

Gianni Santamaria

 

Tutto deve sembrare un incidente quel 27 ottobre del 1947. Ma quando in una fredda mattinata autunnale di Ucraina il camion militare tampona la carrozza a cavalli e sul selciato ci sono sei feriti, la verità appare subito chiara.

Dal mezzo scendono uomini con spranghe che iniziano a colpire. Obiettivo è il giovane vescovo greco-cattolico di Mukacheve, Teodor Romza. Un "osso duro", che ha già detto di no alle pressioni per abbandonare il Papa e continua "sfidare" in pubblico il regime. Semplicemente svolgendo la sua funzione di pastore.

I sicari, però, non riescono a portare a termine l'attentato. Spunta un furgone postale e si danno alla fuga. L'appuntamento con la morte è, però, rimandato solo di tre giorni. Un'infermiera spedita dalle autorità comuniste fa inalare a Romza, convalescente nel letto d'ospedale, una sostanza letale che non lascia tracce. Ma la ricostruzione dei fatti non lascia ancora una volta dubbi. A soli 36 anni scompare così una figura tra le più alte della resistenza spirituale del cattolicesimo ucraino, per la quale è in corso dal 1997 la causa di canonizzazione.

È la cronaca di una morte annunciata. Che si inserisce in una vicenda umana straordinaria. La ricostruisce il libro di Lázló Puskás Teodor Romza, che esce per la collana «Testimoni» edita da La casa di Matriona in collaborazione con Aiuto alla Chiesa che soffre (pagine 190, lire 16mila).

Annunciata, perché il destino di Romza pare, per così dire, segnato sin dalla nascita nell'Ucraina subcarpatica, lembo di terra incuneato tra Polonia, Slovacchia, Ungheria e Romania, che in pochi anni cambia vorticosamente appartenenza statale, per finire nel 1944 sotto il giogo sovietico. Romza vi nasce il 14 aprile 1911 suddito della monarchia austro-ungarica, poi studia in patria e a Roma, diventa sacerdote come cittadino cecoslovacco, viene consacrato vescovo come cittadino ungherese, per diventare poco dopo oggetto e vittima di persecuzioni come cittadino sovietico, sintetizza l'autore.

Il libro ricostruisce tutta la vicenda umana di questo testimone della fede. Non solo gli anni drammatici. Anche quelli della formazione a Roma, al collegio Germanico, dove un amico gli regala un'immaginetta, datata 1 novembre 1930: «Ecco il Maestro è qui e ti chiama». Proprio nella notte tra il 31 ottobre e il 1 novembre di 17 anni dopo, nota il biografo, avverrà il martirio.

Tutta la vita di Romza sembra prepararlo a questo, lo abitua «al fatto che i suoi piani non si avveravano». Vuole andare missionario in Russia, e si trova parroco in paese di montagna della sua zona. Vuole tornare a Roma per completare gli studi, ma gli sconvolgimenti politici e bellici glielo impediscono. Ciò non vuol dire che si senta un predestinato o sia un rassegnato. Tutt'altro. È pieno di vita ed energie. Si prodiga per gli altri, pur nella povertà personale, anche da vescovo. Non si tira indietro, quando la fine appare scontata. A chi lo invita alla prudenza risponde: «Allora non volete che diventi martire?». E si reca, infine, a consacrare una chiesa sulla strada che lo porta al sacrificio.

Segue, insomma, in tutto la sorte della sua Chiesa, soppressa nel 1949. Tanto che, quando nel 1991 gli ortodossi restituiscono la cattedrale avuta dal regime, anche il corpo di Romza, dato per perduto, torna alla luce. Come la fede che ha testimoniato.