Corrispondenza Romana, 24-2-2001

 

L’Osservatore Romano condanna la proposta legalizzatrice del Partito Radicale

 

“Non è lecito barare sulla verità della vita”. Questo il titolo dell’articolo di fondo a firma di padre Gino Concetti, dedicato dall’”Osservatore Romano” del 18 febbraio 2001 all’iniziativa radicale di legalizzazione del­l’eutanasia e di cui riportiamo ampi stralci.

 

“Esponenti radicali si affacciano sulla scena politica del terzo millennio facendosi promotori di una inizia­tiva a favore dell'eutanasia legalizzata. (…) Lo scopo è di modificare le norme del codice civile e penale, attual­mente in vigore, che puniscono come reato la morte "dolce" richiesta dall'individuo e il suicidio assistito.

La nota del comitato radicale spiega che in questo modo "verrebbe garantito il diritto alla libertà di scelta dell'individuo, formalizzato attraverso una dichiarazione di volontà che impegna il personale sanitario a dare at­tuazione alle volontà espresse dal paziente". (…) Le parole usate nascondono, in realtà, un grave crimine giu­ridico e morale: la soppressione della vita umana, rivendicata in nome di una falsa autonomia,(…)

I teorici dell'eutanasia tentano di ridurla ad una questione etico-religiosa per i credenti e a un diritto indi­vidualistico di tipo funzionalistico per i non credenti, come se la vita fosse un bene non inviolabile, a uso e con­sumo degli individui che ne sono i titolari. E reclamano rispetto per la loro scelta come i credenti lo recla­mano per la propria.

In verità l'eutanasia è una "rivendicazione" disumana, priva di fondamento giuridico perché non si può qualificare "diritto" quella pretesa che contraddice un diritto già proclamato e universalmente ricono­sciuto com'è, appunto, il diritto alla vita di ogni persona umana. Il quale - con ragioni incontrovertibili e storica­mente comprovate - viene proclamato "inviolabile" e "inderogabile".

Farsi promotori di una campagna a favore di una abominevole proposta di legge d'iniziativa popolare si­gnifica "barare" sulla verità della vita; approvare come lecito ciò che invece è intrinsecamente illecito; come giu­sto ciò che invece è intrinsecamente iniquo.

L'eutanasia, nelle sue diverse forme, perciò anche quella richiesta e preordinata e quella che eufe­mi­sticamente si vuol far passare come "dolce morte", ha in sé tutti i connotati negativi che la definiscono un "cri­mine" contro la vita umana. Giovanni Paolo II e, in comunione con lui, i Vescovi la riprovano e la condannano senza appello.

Nella riprovazione e nella condanna rientrano le varie tipologie di eutanasia, le forme di collabo­razione e i soggetti che contribuiscono a realizzarla nei diversi momenti: da quello propositivo e di sostegno a quello di forma­zione e approvazione della legge; da quello decisionale a quello attuativo.

L'uomo non può ergersi a notaio della propria morte, né a carnefice degli altri.”