Avvenire, Giovedì 05 Aprile 2001 

 

IL CASO - Negli anni in cui i comunisti di Tito compivano il massacro, un settimanale italiano portava alla luce il caso

1948, le foibe in diretta

 

Tre articoli pubblicati dal «Giornale di Voghera» quando il sangue delle vittime era ancora caldo sfatano la convinzione che all'epoca dei fatti non si ebbe notizia della carneficina da parte slovena.

Quelli tra maggio e giugno del 1945 furono giorni di terrore: migliaia di italiani di Trieste e Gorizia furono eliminati. Solo quando l'area tornò sotto gli Alleati l'eccidio venne a galla

 

Antonio Airò

 

 

«Quaranta giorni di inferno quelli della dominazione popolare titina, di cui a voi è giunta solo una informazione sommaria e attenuata... In questo periodo 3500 italiani furono prelevati a Trieste, 2700 a Gorizia. Le foibe di Basovizza, Gropada, Cesana, Santa Croce, Prosecco, Aurisina, spalancarono le loro fauci». È la testimonianza drammatica in diretta e quasi ufficiale vista la fonte, sul massacro degli italiani compiuto dalle bande comuniste slave che ai primi di maggio del 1945 avevano occupato Trieste e Gorizia, quella che ci è capitato, nel corso di una ricerca su altri obiettivi, di ritrovare nelle pagine di un settimanale cattolico, impegnato a fondo nel sostegno della Dc, Il giornale di Voghera. Si tratta di tre articoli pubblicati nel settembre del 1948.

A rendere interessanti ed attuali gli articoli del periodico vogherese sono le dichiarazioni-intervista sulla tragedia vissuta da migliaia di famiglie italiane fornite da Umberto De Giorgi, un vogherese che era entrato dopo la prima guerra mondiale nella polizia, collaborando alla ricerca del cadavere di Matteotti e che, da oltre trent'anni era funzionario di ps nel capoluogo giuliano. Di Trieste - scrive Il giornale di Voghera - «conosce il cuore e e le più intime vibrazioni: fu spettatore delle rappresaglie tedesche quando si attentò ad organizzazioni militari germaniche e visse i giorni del terrore nel maggio-giugno 1945,allorché la cosiddetta "difesa popolare" formata dal fior fiore della canaglia evasa dalle carceri, durante i moti insurrezionali dell'1-2 maggio, iniziò sotto l'insegna della stella rossa, l'opera di epurazione dell'elemento italiano che si riteneva di poter eliminare come una minoranza».

Vale la pena di ricordare che, dopo l'8 settembre, la Venezia Giulia era divenuta una «provincia» tedesca sotto il diretto controllo delle truppe germaniche e delle Ss naziste. Questa scelta aveva ulteriormente alimentato il risentimento della popolazione di lingua slovena e croata (che tra l'altro aveva mal sopportato il regime fascista) nei confronti degli italiani. I successi dei partigiani di Tito, sostenuto nelle sue rivendicazioni territoriali su l'Istria e Trieste dall'Urss, avevano portato i «titini» ad occupare manu militare la zona orientale del nostro Paese.

Mentre la guerra viveva degli ultimi giorni, ai primi di maggio, Tito - come ricorda Paolo Emilio Taviani ricostruendo I giorni di Trieste, quelli del 1953-54 che videro il ritorno del capoluogo giuliano all'Italia - «approfittando del caos determinato dalla resa delle forze armate tedesche a mezzo di partigiani slavi infiltrati, proclamò l'instaurazione a Trieste di un "governo federale", nazionale della Slovenia e vi inviò i suoi gruppi armati». È questa la vicenda che De Giorgi rievoca nella sua testimonianza.

La popolazione vive nel terrore. «In ogni città o villaggio passò la rabbia distruttrice - scrive Il giornale di Voghera - Nostri soldati che rientravano alla spicciolata dai campi di concentramento incapparono nelle maglie della sanguinaria organizzazione e condivisero la sorte degli altri fratelli, cui non poteva imputarsi che di essere nati in Italia. Chi potrà riferire i massacri e l'incubo di quei giorni?».

Il 19 maggio intervennero finalmente gli angloamericani. Un messaggio del generale Alexander, ribadiva che Trieste doveva essere lasciata agli americani. Il 9 giugno fu istituita «la linea Morgan» che comprendeva oltre a Trieste, Duino, Aurisina, Muggia e anche Pola e gli ancoraggi della costa occidentale dell'Istria. Ma il mancato appoggio della Francia alle nostre rivendicazioni portò nel settembre del 1947 alla nascita del territorio libero di Trieste diviso in due zone: la A con Trieste e i pochi comuni circostanti, gestita dagli anglo-americani e la B con Capodistria e il resto del territorio alla Jugoslavia di Tito; gli inglesi abbandonarono Pola e in tal modo venne meno l'unica carta di scambio per restituire al nostro Paese tutta o parte della zona B.

Per 40 giorni dunque, si scatenò la violenza degli slavi. «In occasione del compleanno di Tito (il 23-24 maggio) - scrive De Giorgi - mentre si innalzavano al novello dittatore archi di trionfo, colonne di prigionieri vennero nottetempo condotte in aperta campagna e quivi falciate dai mitra muniti di silenziatore russo». Il titolo del primo articolo del settimanale vogherese è «Le foibe giuliane rivelano il loro tragico segreto». Un occhiello «Alla ricerca degli italiani sacrificati», chiarisce il dramma vissuto dalla popolazione.

Cosa siano le «foibe» il settimanale lo spiega in un altro articolo: «Sono voragini naturali, create dall'erosione delle acque fra massi rocciosi, la cui profondità oscilla dai 19 ai 200 metri con vaste caverne nel fondo, fornite di ventilazione e di correnti d'acqua il che spiega in taluni casi la quasi perfetta conservazione dei corpi o un loro stato di naturale mummificazione».

La testimonianza di De Giorgi è quanto mai minuziosa nel ricostruire quei tragici fatti. Parla del nazionalismo slavo di Tito deciso ad arrivare fino all'Isonzo. Ciò doveva realizzarsi «con una forte eliminazione della parte italiana, con il terrore e con la immissione di elementi importati» creando così «una situazione psicologica e politica che giustificasse sul piano internazionale l'annessione di Trieste». In questa inumana tragedia al fattore politico si aggiunsero privati interessi, odi di razza, regolamenti di conti anche fra italiani, vendette reciproche, falsità sulle sorti degli scomparsi che alimentarono non poche illusioni nei familiari. Fu una vera e propria orgia di sangue senza rispetto né per il sesso, né per l'età delle vittime...«Un'atmosfera di terrore pervase allora la città e la campagna ove l'incubo del rastrellamento pesava su ogni famiglia che non fosse favorevole al nuovo regime... nelle ore di coprifuoco passava "la mano epuratrice" della polizia popolare; migliaia di persone ammassate nelle caserme San Giovanni, San Giacomo, Zaule; durante le ore notturne "lunghe colonne di infelici, legati con fil di ferro, venivano condotte alla periferia della città nelle adiacenze di foibe ad eliminate col metodo, forse umanitario, del silenziatore russo"».

Parlare di ciò che stava avvenendo in quei giorni era pericoloso e anche impossibile; solo dopo il passaggio del governo alla zona A agli alleati il tragico e inumano «segreto delle foibe» cominciò ad emergere. Incaricato dagli americani, De Giorgi documentò con la sua Leica le conseguenze di quei terribili giorni. In due anni di lavoro «con discese talvolta rischiosissime» fu effettuata l'esplorazione di 216 foibe recuperando 864 cadaveri, di cui solo una parte identificata. «Ma ancora migliaia - si legge su Il giornale di Voghera - mancano all'appello e nelle foibe si ritrovano soldati italiani e tedeschi di ignota località».

La testimonianza di De Giorgi si conclude con una notizia «agghiacciante»: al suo ritorno con gli attrezzi che era riuscito a procurarsi a Voghera, dovrà affrontare l'impresa più difficile: scendere nel Pozzo della miniera presso Basovizza (la voragine ha una superficie di 6 metri per tre e una profondità di 250; il pozzo è a fondo cieco e a pareti lisce). Una prima esplorazione aveva rivelato un cumulo di 566 mc di materiali di cui almeno 400 erano di cadaveri, il resto immondizie, residuati bellici. Il giornale di Voghera così conclude il suo reportage: «Che almeno tanto sangue innocente versato valga a placare gli odi e le passioni e ricostituisca l'umanità nella fratellanza e nell'amore». Parole che valgono ancora oggi. Ma che non debbono fare dimenticare cosa è successo allora.