Corrispondenza
Romana, 7/4/2001
Mentre i radicali raccolgono firme
per una legge che legalizzi l’eutanasia, accusando i difensori della vita
d’impedire l’ “autodeterminazione” dei malati terminali condannandoli alla
sofferenza, una indagine scientifica rivela che quei pazienti non chiedono
affatto di essere “suicidati”, ma solo di vivere liberi dal dolore.
Nel corso del convegno su Cancro, eutanasia e suicidio assistito,
tenutosi a Milano il 17 marzo 2001 e organizzato dall’Istituto dei Tumori, è
stata pubblicata una indagine svolta su un campione di 18.000 malati di cancro
curati in questi ultimi anni. Solo 5 di loro si sono suicidati: una percentuale
equivalente allo 0,02%, inferiore perfino a quella che si verifica tra i sani.
Inoltre, quasi tutti i malati terminali che in un primo momento, per disperazione,
avevano invocato la morte, hanno poi scelto la vita, una volta verificato che
le cure palliative permettevano loro di vivere ancora per vari anni liberi dal
dolore, anche se schiavi delle procedure cliniche. Durante il convegno, alcuni
di questi malati hanno portato la loro testimonianza al riguardo.
Secondo il dr. Franco De Conno,
responsabile delle terapie palliative nel citato Istituto milanese, la propaganda
per l’eutanasia non risponde ad una reale richiesta dei malati bensì viene
fatta per motivi ideologici, a sostegno del dogma della “autodeterminazione”
dell’individuo; vanno anche considerati potenziali motivi economici: la buona morte infatti diventerebbe un buon
pretesto per non curare più adeguatamente i pazienti e quindi costituirebbe “un business per le cliniche che praticano
l’eutanasia, per le assicurazioni e per il servizio sanitario, che così si
liberano dall’onere dell’assistenza di un malato che, se non adeguatamente
assistito, non chiede che di morire in fretta” (“Avvenire”, 18 marzo 2001).