Corrispondenza
Romana, 7/4/2001
Il ruolo della Cina
nella strategia comunista
Se in Europa e in America Latina il
comunismo sembra aver scelto la via del “suicidio catartico”, passando dalla
fase della dittatura del proletariato a quella, ulteriore, del socialismo
autogestionario ed anarchico, in estremo oriente sembra invece puntare
sull’emergente “superpotenza” cinese. Due diversi modi di raggiungere un
unico scopo: la diffusione del socialismo nel mondo.
La Cina vuole infatti assumere un
ruolo di superpotenza nello scacchiere mondiale. Per farlo, deve rianimare
l’economia, disfatta dalle follie maoiste e da decenni di statalismo dirigista.
Ed ecco che riscopre i “meccanismi di mercato”. Ciò non significa, però,
ritorno alla proprietà privata, bensì soltanto, da un lato parziale libertà di
gestione, da parte dei privati, dei mezzi di produzione, la cui proprietà
rimane saldamente in mano allo Stato comunista, e dall’altro sottoposizione
della domanda e dell’offerta dei beni alle leggi di mercato. Il tutto senza
minimamente toccare il ruolo guida del Partito comunista.
In questa prospettiva, la sessione
annuale dell’Assemblea nazionale del Popolo, sorta di Parlamento composto di
2978 deputati scelti indirettamente dal Partito comunista, che si è tenuta ai
primi di marzo scorso, ha lanciato un nuovo piano di “modernizzazione” che
prevede il licenziamento di 6 milioni e mezzo di operai al mese, la creazione,
entro il 2005, di 80 milioni di nuovi posti di lavoro, l’edificazione di
ciclopiche opere pubbliche e la creazione, entro il prossimo ventennio, di 40
nuove città, portando la popolazione urbana dagli attuali 300 milioni di
abitanti a 750 milioni. Ciò comporterà, tra l’altro, il trasferimento forzoso
di una massa umana superiore all’intera popolazione del Nord America e la
costruzione di trenta megalopoli di 30-50 milioni di abitanti.
La “rinascita” economica della Cina,
finanziata da capitali occidentali, attratti dalle enormi possibilità di
guadagno che offre l’immenso mercato cinese con la sua manodopera quasi a costo
zero, consente ai dittatori rossi di Pechino di investire sempre maggiori
risorse finanziarie nel riarmo dell’esercito. Centinaia di missili in grado di
colpire Taiwan sono stati piazzati sulle coste cinesi, mentre i suoi mari e
suoi cieli pullulano di caccia, bombardieri e incrociatori capaci di
combattere con le unità americane quasi ad armi pari. La vicenda dell’aereo
“spia” americano, catturato in questi giorni da Pechino, è testimone di questa
intensificata attività militare. Secondo il noto storico del comunismo Richard
Pipes, ex consigliere per la Sicurezza nazionale del presidente Ronald Reagan,
“la Cina è oggi l’unica potenza che minacci gli equilibri esistenti (la pax
americana), come la Germania nel secolo XIX (la pax britannica)” (“Corriere
della Sera”, 4 aprile 2001). Ed è per questo che il Pentagono, nel 2000, ha
dispiegato più forze in Asia che in Europa.
Alla “liberalizzazione”
dell’economia e all’apertura verso l’esterno corrisponde, però, un “giro di
vite” all’interno, con il rafforzamento del ruolo guida del Partito comunista
e l’aumento della repressione nei confronti dei dissidenti. Come fu nel caso
dell’Unione Sovietica, si sono creati, in Occidente, due diversi “partiti”, che
esprimono due differenti atteggiamenti. Uno, che a voler essere benevoli si potrebbe
definire pragmatico, fondato sui timori di “colpire nel Partito comunista le
correnti moderate che vogliono avvicinarsi all’Occidente e concludere la
marcia verso un capitalismo definito ‘socialismo alla cinese’” (cfr. Renato
Ferraro, in “Corriere della Sera”, 6 aprile 2001) e rappresentato dalla
politica seguita dall’amministrazione democratica americana di Bill Clinton.
L’altro, più idealista, che è consapevole della natura perversa del comunismo e
non perdona le violazioni dei diritti umani, incarnato dall’amministrazione di
George W. Bush.
Il primo è l’atteggiamento che ha
consentito il prolungamento dell’agonia del regime sovietico e che si è risolto
in una situazione in un certo senso peggiore, caratterizzata dal caos
autogestionario. Il secondo atteggiamento, come dice Feng Yuan, portavoce in
America del movimento dissidente Falun Gong, represso dal regime cinese, ”è più
efficace” perché “la persecuzione (...) è peggiorata con l’amministrazione
democratica” (cfr. “Corriere della Sera”, 6 aprile 2001).
Dal successo di uno dei due
atteggiamenti dipende la sorte di un miliardo e trecento milioni di persone
che ancora giacciono sotto il tallone della dittatura comunista in Cina e, in
prospettiva, del mondo intero. (S.N.)