"Wojtyla
doveva reagire"
Israele
chiede una risposta alle accuse di Assad
dopo l'attacco del presidente siriano pronunciate in presenza del Pontefice
ENRICO
FRANCESCHINI
GERUSALEMME -
Bashar Assad l'aveva promesso: «Reagiremo all'attacco israeliano contro le
nostre basi in Libano al momento opportuno, nel modo opportuno. Non sarà una
reazione militare, perché questo farebbe il gioco di Sharon. Ma ci sono molti
altri mezzi per rispondere». Pochi giorni dopo aver pronunciato la sua oscura
minaccia, il 36enne presidente siriano ha mantenuto la parola. La frase da lui
scagliata contro lo Stato ebraico, ricevendo il papa a Damasco («Israele
infligge oggi ai palestinesi gli stessi tormenti che gli ebrei inflissero a
Gesù»), ha avuto l'effetto di una bomba. A Gerusalemme, il mondo politico e la
stampa esprimono sdegno, amarezza, frustrazione. Denunciano Assad junior come
«razzista e antisemita». Ma se la prendono soprattutto con il pontefice,
chiedendogli di «correggere subito la diffamazione». Se Giovanni Paolo II tace,
il suo silenzio sarà interpretato da Israele come una tacita approvazione
dell'accusa lanciata dal giovane leader siriano. E i rapporti tra Chiesa
cattolica ed Ebraismo potrebbero risentirne.
«Bashar Assad
dovrebbe studiare la Storia, per evitare errori frutto di profonda ignoranza»,
dice il presidente della repubblica Moshe Katsav. «Suo padre Hafez non era
certo un democratico, ma non si permetteva dichiarazioni così sfrontate,
razziste e antisemite», aggiunge il capo dello Stato. «Se di Assad non ci
meravigliamo troppo, del Vaticano sì. Stupisce che la Santa Sede non abbia
corretto immediatamente le parole di Assad. Fu il Vaticano a stabilire che il
popolo ebraico non è responsabile della morte di Cristo, deve essere il
Vaticano a rispondere a una diffamazione pronunciata contro tutti gli ebrei del
mondo alla presenza del papa».
Sullo stesso
tono, Shimon Peres. «La visita del papa in Siria doveva essere di natura
pastorale», osserva il ministro degli Esteri. «Ci rammarica che la Siria
l'abbia strumentalizzata per una campagna antiebraica e antisemita. Ci
auguriamo che il papa trovi al più presto l'occasione per prendere le distanze
dal presidente siriano». La rettifica fatta ieri dal portavoce del Vaticano,
Joaquim Navarro («quelle sono le posizioni di Assad, a casa propria può dire
ciò che vuole, ma non ci sono dubbi che la Chiesa ha posizioni diverse e
condanna l'antisemitismo»), non sembrano soddisfare Israele. «Noi chiediamo che
il Papa intervenga personalmente per rispondere a questa accusa infamante»,
dice Avi Pazner, exambasciatore a Roma, ora portavoce del governo Sharon. «E
vorremmo che lo facesse subito, in Siria, senza aspettare il ritorno in
Vaticano».
Insomma, una
brutta crepa nelle relazioni fra Gerusalemme e Santa Sede. Un po', per la
verità, Israele se lo aspettava: dopo la sua rappresaglia sulle basi siriane in
Libano (seguita a un attacco contro Israele dei guerriglieri di Hezbollah), era
evidente che la visita di quattro giorni del pontefice in Siria offriva ad
Assad un'occasione irripetibile. In febbraio al summit della Lega Araba, Assad
aveva definito Israele «più razzista dei nazisti». Ora afferma che gli ebrei
tormentano i palestinesi come tormentarono Gesù. Ben sapendo che, contro le
aggressioni verbali, Israele può rispondere solo a parole: non con bombe e
missili.