La Repubblica, 7 maggio 2001

 

"Wojtyla doveva reagire"

Israele chiede una risposta alle accuse di Assad
dopo l'attacco del presidente siriano pronunciate in presenza del Pontefice

 

ENRICO FRANCESCHINI

 

GERUSALEMME - Bashar Assad l'aveva promesso: «Reagiremo all'attacco israeliano contro le nostre basi in Libano al momento opportuno, nel modo opportuno. Non sarà una reazione militare, perché questo farebbe il gioco di Sharon. Ma ci sono molti altri mezzi per rispondere». Pochi giorni dopo aver pronunciato la sua oscura minaccia, il 36enne presidente siriano ha mantenuto la parola. La frase da lui scagliata contro lo Stato ebraico, ricevendo il papa a Damasco («Israele infligge oggi ai palestinesi gli stessi tormenti che gli ebrei inflissero a Gesù»), ha avuto l'effetto di una bomba. A Gerusalemme, il mondo politico e la stampa esprimono sdegno, amarezza, frustrazione. Denunciano Assad junior come «razzista e antisemita». Ma se la prendono soprattutto con il pontefice, chiedendogli di «correggere subito la diffamazione». Se Giovanni Paolo II tace, il suo silenzio sarà interpretato da Israele come una tacita approvazione dell'accusa lanciata dal giovane leader siriano. E i rapporti tra Chiesa cattolica ed Ebraismo potrebbero risentirne.

«Bashar Assad dovrebbe studiare la Storia, per evitare errori frutto di profonda ignoranza», dice il presidente della repubblica Moshe Katsav. «Suo padre Hafez non era certo un democratico, ma non si permetteva dichiarazioni così sfrontate, razziste e antisemite», aggiunge il capo dello Stato. «Se di Assad non ci meravigliamo troppo, del Vaticano sì. Stupisce che la Santa Sede non abbia corretto immediatamente le parole di Assad. Fu il Vaticano a stabilire che il popolo ebraico non è responsabile della morte di Cristo, deve essere il Vaticano a rispondere a una diffamazione pronunciata contro tutti gli ebrei del mondo alla presenza del papa».

Sullo stesso tono, Shimon Peres. «La visita del papa in Siria doveva essere di natura pastorale», osserva il ministro degli Esteri. «Ci rammarica che la Siria l'abbia strumentalizzata per una campagna antiebraica e antisemita. Ci auguriamo che il papa trovi al più presto l'occasione per prendere le distanze dal presidente siriano». La rettifica fatta ieri dal portavoce del Vaticano, Joaquim Navarro («quelle sono le posizioni di Assad, a casa propria può dire ciò che vuole, ma non ci sono dubbi che la Chiesa ha posizioni diverse e condanna l'antisemitismo»), non sembrano soddisfare Israele. «Noi chiediamo che il Papa intervenga personalmente per rispondere a questa accusa infamante», dice Avi Pazner, exambasciatore a Roma, ora portavoce del governo Sharon. «E vorremmo che lo facesse subito, in Siria, senza aspettare il ritorno in Vaticano».

Insomma, una brutta crepa nelle relazioni fra Gerusalemme e Santa Sede. Un po', per la verità, Israele se lo aspettava: dopo la sua rappresaglia sulle basi siriane in Libano (seguita a un attacco contro Israele dei guerriglieri di Hezbollah), era evidente che la visita di quattro giorni del pontefice in Siria offriva ad Assad un'occasione irripetibile. In febbraio al summit della Lega Araba, Assad aveva definito Israele «più razzista dei nazisti». Ora afferma che gli ebrei tormentano i palestinesi come tormentarono Gesù. Ben sapendo che, contro le aggressioni verbali, Israele può rispondere solo a parole: non con bombe e missili.