La misura è ormai colma: questo Papa
sta esagerando. E il viaggio di questi giorni lo conferma. Giovanni Paolo II
travisa il passato della Chiesa, rischia di esporla ad umiliazioni, ossequia i
suoi persecutori, intende l’ecumenismo come un sincretismo, dove una religione
sembra valere l’altra.
Anche se,
finora, non hanno osato uscire allo scoperto, sono questi gli umori, le frasi
che si ascoltano in una parte della Curia romana, in sintonia con una rete di
vescovi in cura d’anime.
Solo lo
schematismo ideologico spinge ancora presunti “esperti di cose vaticane” a
presentare Giovanni Paolo II come un alfiere della “destra restauratrice” e un
avversario della “sinistra progressista”. In realtà, chi conosce l’attuale
situazione ecclesiale sa che, da tempo, è esattamente il contrario. Non ci sono
più soltanto le schiere lefebvriane che lo accusano di modernismo, di eresia,
di diffamazione blasfema della storia della Chiesa. Tra Congregazioni,
Segretariati, Istituti della macchina cattolica crescono disagi e sospetti.
Il cahier de doléances, già nutrito, si
riempie ogni giorno di nuovi capi d’accusa. Non è un mistero che, quando
Giovanni Paolo II parlò, in un concistoro, del suo desiderio di chiedere
perdono per le “colpe” dei suoi predecessori, la maggioranza dei cardinali
respinse l’idea. Il Papa, allora, andò avanti da solo: ma, al compiacimento dei
“progressisti”, si accompagnò il silenzio ostile di vasti settori ecclesiali
anche non tradizionalisti, ma preoccupati di salvaguardare verità e giustizia.
Le due virtù, cioè, che sarebbero state violate – una volta di più – nelle
nuove, recentissime scuse agli ortodossi per il sacco di Costantinopoli del 13
aprile 1204.
In effetti i
motivi di perplessità non mancano, per chi sappia come andarono le cose. I
baroni in partenza per la Terra Santa erano bellicosi ma squattrinati. Venezia
offrì le sue galee per la traversata, in cambio – ovviamente – di una cifra
adeguata. Quando la flotta fece scalo a Zara, si scoprì che i crociati non
avevano i soldi per pagare. I veneziani, allora, proposero un accomodamento: se
i crociati le avessero conquistato la città dalmata, erettasi a libero comune,
avrebbero condonato il debito. Detto fatto: Zara fu presa.
Quando il Papa
Innocenzo III lo seppe, andò su tutte le furie: scomunicò i baroni, con una
bolla di fuoco per questi cristiani “sedotti da Satana”. Che davvero fossero “sedotti”,
lo dimostra il fatto che accettarono subito l’invito di un Basileus di Costantinopoli di aiutarlo a scacciare dal trono un
usurpatore. Con gioia dei veneziani (desiderosi di togliere ai bizantini il
monopolio commerciale) la flotta fece vela per il Bosforo e anche la capitale
bizantina fu conquistata e consegnata, senza danni né sangue, a Isacco II
Angelo che la reclamava.
Questa volta,
però, fu quell’imperatore a truffare i crociati, non rispettando le promesse di
generosa ricompensa. Fu così che, inferociti, i baroni riconquistarono la città
e la misero orribilmente a sacco.
Ancora una
volta, Innocenzo III lanciò la scomunica, con invettive di fuoco: “Voi,
difensori di Cristo, vi siete bagnati di sangue cristiano… che il castigo di
Dio scenda sulle vostre teste”.
Come si vede,
in questa brutta storia, la Chiesa, più che colpevole, fu vittima delle trame
veneziane, di quelle interne bizantine, dei temperamento ingovernabile delle
orde crociate partite da Francia e Germania.
Perché, allora
)si chiedono molti nel Vaticano stesso), perché chiedere scusa? Ma, al di là
dei continui, sconcertanti “vestra culpa” rivolti a morti, sui quali, comunque,
il giudizio spetterebbe a Dio solo, molti altri sono i motivi di scontento.
“Il Papa – si
dice – come cattolico privato può, anzi deve, accettare umiliazioni. Ma come
Papa, non può permettere che la Chiesa sia umiliata”. E ciò sarebbe avvenuto,
in questo viaggio, nell’accettazione delle condizioni – sgarbate e persecutorie
– poste dagli ortodossi per una visita che non volevano. C’è poi il rapporto
con i musulmani che ha portato un Papa in una moschea costruita distruggendo
una basilica cristiana. Si mormora, irritati, contro il suo intervenire su
tutto e su tutti, cui si accompagna spesso il silenzio sulle persecuzioni che i
cristiani subiscono nei Paesi islamici.
Quanto agli
ebrei, non è stato certo dimenticato l’intervento di Wojtyla stesso, in
contrasto con lo stesso episcopato polacco, per allontanare dal dintorni di
Auschwitz un monastero di clausura e poi, per far rimuovere le croci che i
fedeli vi avevano piantato. Non si dimentica che, a Berlino, il Papa omise di
leggere il paragrafo che difendeva il suo predecessore Pio XII dalle accuse per
i presunti “silenzi” sull’antisemitismo nazista.
Si potrebbe
continuare per pagine intere. Sarebbe inutile: anzi, fuorviante. In realtà, i
contestatori in nome della Tradizione della Chiesa, possono avere delle
ragioni, almeno su alcuni punti. Talvolta la perplessità sembra giustificata.
Ma tutto può trovare una spiegazione nella strategia di un uomo che è, al
contempo, un realista e un mistico. Partendo, lucidamente, dalla constatazione
che valori come l’unità dei cristiani, il dialogo tra le religioni, la pace tra
gli uomini hanno mostrato di non progredire con mezzi ordinari, questo papa ha
deciso di forzare le cose, di affidarsi al gesto profetico, alla prospettiva
utopica, allo slancio del mistico. All’orgoglio del mondo, contrappone
l’umiltà, magari anche l’umiliazione della Chiesa.
Alla chiusura
degli altri, contrappone l’apertura, pur se persino eccessiva, da parte sua.
Alla diffidenza risponde con la fiducia, alla grettezza con la generosità.
Pronto, persino, a caricare sulle spalle della Chiesa colpe non sue, sperando
che una tale magnanimità spinga altri ad ammettere anche le loro, di colpe. La
semplicità del Vangelo a fronte della cautela diplomatica. Certo: una strategia
rischiosa, che semina sconcerto nella “Catholica” stessa. Uno stile inedito di
governo: ma a questo, un simile pontefice “escatologico”, nutrito di
spiritualità slava, può replicare che sono inediti – per opportunità ma anche
per rischi – i tempi di quella barca che guida e della quale dovrà rendere
conto.