Avvenire, 23 Maggio 2001 

 

Uno dei maggiori massmediologi transalpini critica il basso profilo del Csa in difesa della dignità umana

 

«Un Paese libero deve porre limiti»

 

Virilio: criticare o denunciare iniziative non significa censurare

La società mediatica rischia si essere una società totalitaria

 

 

Dal Nostro Inviato

 

PARIGI. (A.G.) «Il Csa? Ha agito in maniera ridicola, a riprova della sua impotenza sostanziale». Paul Virilio a fatica riesce a contenere l'indignazione appena gli domandi di Loft Story, del suo impatto sull'opinione pubblica, della reazione del Consiglio superiore degli audiovisivi che qualche giorno fa ha messo paletti all'edizione transalpina del Grande fratello.

Paletti quasi simbolici in verità, roba di cartapesta, altro che i cavalli di Frisia che qualcuno auspicava. Così Virilio, docente universitario emerito nonché - al momento - uno dei maggiori esperti francesi di mass-media (ha pubblicato opere come La macchina da visione e La bomba informatica, ha lavorato a trasmissioni sulla telesorveglianza, come L'occhio di vetro) non perde l'occasione di sparare ad alzo zero contro un organismo che ha delle funzioni di controllo e di garanzia che non riesce a svolgere, e contro un sistema che rischia di alimentare un totalitarismo ottico. Va da sé - aggiunge - che anche nella laica Francia «per i media servono regole nuove».

Andiamo con ordine, professor Virilio. Cosa non la convince nella decisione assunta dal Csa a proposito di «Loft Story»?

«Il Csa si è limitato ad imporre per i ragazzi di Loft Story un piccolo spazio temporale non scrutato dalle telecamere, un paio di ore quotidiane di non visto e non ascoltato. Le sembra possa bastare?».

Per questo lei parla di iniziativa ridicola?

«Ridicola e scandalosa. Ha preteso di modificare il voto di eliminazione espresso dai telespettatori, chiamati invece a votare per chi deve restare. È solo un gioco di parole, cosa cambia? Ecco la prova che il Consiglio superiore degli audiovisivi ha giocato un ruolo assolutamente nullo nella vicenda. Regole nuove si impongono se si vuole davvero difendere - come ritiene di aver fatto il Csa - la dignità umana».

Ecco, la dignità, un valore esaltato retoricamente in ogni circostanza. Quali atti concreti deve produrre un paese moderno, democratico e laico per la sua vera promozione?

«La dignità è tanto più importante quanto più viviamo in una società massificata. L'umanità ha traghettato dal collettivismo di massa, per non dire dal comunismo, all'individualismo di massa, ma sempre di massa si tratta. La società mediatica di oggi con i suoi fenomeni più marcati rischia di essere pur sempre una società totalitaria. Allora dico: meno siamo massificati, più la nostra dignità è garantita».

In questa ottica, in che misura un programma come «Loft Story» costituisce un pericolo?

«Il discorso va allargato. Loft Story è il seguito logico della Web cam, la telecamera di Internet. Loft Story non è solo televisione spazzatura, la «television poubelle» dipinta dai giornali. È l'effetto di Internet, della Web cam, di queste telecamere esibizioniste e voyeuriste che stanno prendendo piede. Siamo davanti ad un fenomeno nuovo impossibile da definire se non con i termini che si merita: una generalizzazione della delazione ottica».

Delatori erano un tempo gli autori di lettere o telefonate anonime. Il mondo è dunque cambiato a tal punto?

«Potrebbe rispondere meglio il mio amico Edgard Morin che queste cose le ha messe ben in luce nel suo La rumeur dans l'air, la voce, il pettegolezzo nell'aria. Possiamo negare di essere oggi soggetti a pratiche di delazione ottica collettiva? A cosa servono, in ultima analisi, le telecamere di sorveglianza, della polizia o dei privati? A cosa è finalizzata la diffusione dei satelliti spia e dei sistemi tipo Echelon? Se non è Grande fratello questo... Operazioni tipo Loft Story superano il contesto francese, o tedesco, o italiano; sono opere di mondializzazione, che è un fatto non solo economico ma soprattutto scopico, visivo. Non può esistere mondializzazione senza macchine di visione. Ormai siamo davanti alla necessità dell'otticamente corretto».

La sua analisi degli scenari globali è intrigante, ma le chiedo di tornare a «Loft Story». L'intervento del Csa da lei definito ridicolo costituisce pur sempre un punto fermo e un precedente: un paese libero non ha esitato a porre dei limiti. Sa cosa sarebbe successo in Italia? Si sarebbe subito parlato di censura.

«Diritti dell'uomo e censura sono inconciliabili, ma chi denuncia le logiche totalitarie non può essere accusato di fare opera di censura. Anzi, chi non le denuncia ne è complice. Noi in Occidente siamo - dovremmo essere - contro la generalizzazione di attività che fanno a pugni con i diritti dell'uomo, compresi quelli della privacy e della dignità personale. Possiamo - come nel caso di Loft Story - invocare la libertà di stampa e di espressione per impedire la critica? Non esiste libertà di stampa, che è sacra, senza una parallela libertà di giudizio e di interpretazione riservata a coloro che i media, in fondo, li subiscono. Sarò ancora più chiaro: non si può parlare di censura quando semplicemente si vuole lasciare spazio alla libertà di interpretazione per criticare o denunciare determinati atti, fatti, iniziative. Altrimenti programmi come Loft Story saranno solo l'inizio di una spirale perversa del peggiore voyeurismo destinata a non interrompersi più».