Avvenire,
1 Giugno 2001
IL CASO In un
libro-intervista il filosofo torinese ammette a sorpresa la superiorità del
cristianesimo rispetto alla cultura laica
«Si fa troppo
spettacolo sui delitti commessi dai ragazzi. Mi hanno chiesto una consulenza
per la fiction su Novi Ligure. Ma ho rifiutato»
«Nel '76 Paolo VI mi invitò a ricordare che il demonio esiste davvero. In questi ultimi tempi ho spesso ripensato alle sue parole»
Alessandro
Zaccuri
Non c'è più
timor di Dio, dicevano una volta i vecchi. Non c'è più timor di Dio, sostiene
oggi un grande vecchio. E questa volta la frase rischia di trasformarsi in un
piccolo caso. Perché a pronunciarla è, a sorpresa, Norberto Bobbio, 92 anni
l'ottobre prossimo, indiscusso punto di riferimento di una sinistra ancora alle
prese con i postumi della sconfitta elettorale del 13 maggio. Una sinistra a
suo modo ancora battagliera, che oggi - vigilia del 2 giugno, ritrovata festa
nazionale - porta in libreria un Dialogo intorno alla repubblica (Laterza,
pagine 132, lire 24.000), nel quale ritroviamo lo stesso Bobbio intento a
ragionare con uno storico e politologo di qualche generazione più giovane,
Maurizio Viroli.
Docente a
Princeton e autore di importanti studi sul repubblicanesimo e, in particolare,
sulla figura di Machiavelli, nel libro Viroli assume la parte dello scettico a
tutti i costi, davanti al quale Bobbio si ritrova a impersonare il ruolo - in
buona misura inedito - del vecchio saggio ammirato, se non addirittura tentato,
dal cristianissimo mistero della carità. Un approdo quasi stupefacente per un
«dialogo» che assume come punto di partenza il legame (necessario, ma spesso
disatteso) tra repubblica e virtù civili, passando con disinvoltura da teorizzazioni
generali all'analisi di casi specifici. Come quello del rimpatrio dei Savoia,
rispetto al quale Bobbio si dimostra più che possibilista.
Il filosofo
però non si accontenta di citare l'amato Hobbes e il prediletto Verdi (la
rilettura del Ballo in maschera come denuncia del volto arcano del potere ha un
indubbio fascino). Si sbilancia in qualcosa che assomiglia a un progetto quando
dichiara: «Se avessi ancora qualche anno di vita, che non avrò, sarei tentato
di scrivere L'età dei doveri», ovvero il seguito del suo celebre saggio su
L'età dei diritti. Poi, il colpo di scena.
«C'è
indubbiamente un vuoto di autorevolezza morale fra i laici - ammette Bobbio -.
Questo vuoto è riempito in misura crescente dalla religione». Viroli concorda
sull'analisi, ma esprime una valutazione sostanzialmente negativa, osservando
che «di fronte al mistero i cattolici accolgono l'aiuto della fede, mentre i
laici accettano che il mistero resti tale». Al che, a sorpresa, Bobbio ribatte:
«Una delle ragioni fondamentali per compiere azioni morali è quella che si
chiama il timor di Dio. Togliete il timor di Dio e gli uomini saranno tutti
libertini».
Il dibattito
si fa impervio, da Beccaria si passa a Veltroni, ma a un certo punto le
argomentazioni teologiche tornano a imporsi. Viroli si lancia in una
distinzione tra «carità cristiana» (che sarebbe «la condivisione della
sofferenza») e «carità laica» (nella quale subentrerebbe «lo sdegno contro
coloro che sono responsabili della sofferenza»), ma Bobbio lo invita a non
confondere carità e giustizia. È vero, dice, una volta «i gradini delle chiese
erano pieni di storpi, di zoppi, di ciechi». Ma è la carità, per esempio, ad
aver reso possibile la nascita del Cottolengo. «Non c'è nessuna associazione di
laici che abbia dato vita a un'istituzione simile», sottolinea con semplicità
Bobbio. E poco dopo ribadisce il suo pensiero con un perentorio: «Il
cristianesimo, inteso nel senso più alto, inteso nel senso del Vangelo, ha una
forza superiore a quella dei laici».
Una
persuasione che nasce, tra l'altro, da memorie molto lontane. Quando Viroli
accomuna, in modo un po' sbrigativo, «scuole confessionali» e «ospedali in cui
ci sono solo o prevalentemnte suore», Bobbio ribatte così: «Mio padre era
medico, e ha sempre avuto a che fare con suore. A volte erano imperiose, ma è
anche vero che operavano in base a una vocazione cristiana profonda: cristiana,
ripeto, non mazziniana». Una testimonianza, forse, di quella «storia nascosta»
dalla quale il vecchio maestro si dichiara - ed è un'altra sorpresa -
fortemente attratto. Pur senza rinunciare alla più drammatica delle
convinzioni: «C'è una dimensione della vita, che io chiamo il sacro,
contrapposto a profano, che il laico non vive. Io non la vivo, non la vivo. La
morte per me è la morte».
Alessandro
Zaccuri