Il Tempo, Lunedì 18 Giugno 2001

 

Sono venti milioni le persone che si rivolgono al prete

 

Torna di moda la Confessione

 

di MARTA MIARI

 

 

ROMA - Effetto post-Giubileo: la confessione torna di moda. Sono almeno 20 milioni gli italiani che nei primi sei mesi dell’anno si sono rivolti a un sacerdote. Uno studio dello psicoantropologo Massimo Cicogna attesta come, forse per effetto di una sensibilità religiosa maturata con il Giubileo, gli italiani soprattutto dai 45 anni in poi sono tornati a cercare il conforto di un’«autorità spirituale». A sorpresa aumenta anche il numero dei giovani. Secondo lo studio - un campione di oltre 2.500 italiani - la quota di adolescenti che fanno ricorso alla confessione negli ultimi due anni è aumentata del 20 per cento. Atro dato acquisito e confermato: sono le donne (54 per cento) a preferire la confessione come mezzo di autoanalisi. Ma la quota maschile è aumentata del 12 per cento negli ultimi 5 anni.

«Siamo passati da un minimo storico del 33 per cento di cinque anni fa a un massimo del 42-43 per cento negli ultimi otto mesi», spiega Cicogna. Sono soprattutto i trentenni a riscoprire la confessione. Ma il rapporto con il sacerdote si è più laicizzato. Secondo Cicogna, «il fedele si rivolge a un sacerdote non più solo come giudice dei propri peccati bensì anche come risolutore di piccoli problemi quotidiani, difficoltà sentimentali, problemi di dialogo con i figli». Si va dal confessore per risolvere problemi di coppia (22 per cento); liberarsi dal fardello di tradimenti coniugali (17); sfogare la propria insofferenza per la vita familiare (12); manifestare insoddisfazione o frustrazione professionale (22).

Al tempo stesso, finiscono sotto accusa le rubriche di «confessione mediatica» dei vip televisivi o giornalistici. «In effetti - commenta la psicoterapeutica Serenella Salomoni - le rubriche dei vari Bruno Vespa, Natalia Aspesi, Maria Rita Parsi hanno una vera e propria funzione laica di confessione. Questo fa sì che il confessore laico sottragga terreno a quello religioso». «Soprattutto gli uomini ammettono di rivelare al sacerdote tutta la propria invidia per i successi professionali dei propri colleghi. Ma c'è anche chi cerca conforto per trovare il dialogo con i figli (12 per cento) - dice ancora Cicogna - La confessione viene fatta spesso per motivi egoistici: ci si scarica la coscienza per poi sentirsi meglio nella vita normale. Per questo si va mal volentieri dallo psicologo». La ricerca attesta come un buon 15 per cento rimane però deluso dal dialogo con il sacerdote. Fra questi molti si affidano poi a interlocutori mediatici. Fra i più gettonati Paolo Crepet, Bruno Vespa, Natalia Aspesi, Isabella Bossi Fedrigotti.

Sono i manager quelli che proporzionalmente fanno più ricorso alla confessione (27 per cento). Poco «religiosi» gli operai (12 per cento) e sempre più laiche le casalinghe (22). Secondo lo studio più si sale nella scala sociale e più si fa ricorso al sacerdote-confessore. Infatti in confessionale tornano frequentemente insegnanti (15 per cento), medici (18) e avvocati (13). Le classi medie appaiono più fredde, ma tra esse spicca un dato: fra chi fa meno ricorso al conforto di un religioso ci sono i commercianti (9 per cento). Ma cosa ne pensano i sacerdoti? Per don Mazzi, «la confessione è un momento molto importante per un fedele, ma serve anche al sacerdote per capire i problemi dell’individuo nella società post-industriale. Attenzione, però: confessione non significa autoassoluzione. Il fedele deve mantenere una lucida coscienza sugli errori commessi». Ancora, i sacerdoti si sentono minacciati dai confessori da rotocalco? Don Cesare Riva liquida il problema: «Non scherziamo, la risposta data su un giornale a un problema non può essere paragonata al contatto diretto. Le confessioni mediatiche lasciano un profondo senso di vuoto».