Avvenire, 19-6-2001

 

Cina, Cuba e Iraq maglie nere

nel “club” della pena di morte

Danilo Paolini

ROMA. Quasi 2000 persone sono state giustiziate l'anno scorso nel mondo e più della metà delle esecuzioni sono state eseguite in Cina, Paese comunista che qualcuno in Occidente continua a considerare come un modello o quasi. Quest'anno già sfioriamo quota 1300, 1100 delle quali nella stessa Repubblica popolare cinese. Analogo il discorso per Cuba, che prevede la pena capitale per ben 112 reati. Nel suo piccolo, durante il 2000 la dittatura di Fidel Castro ha mandato a morte 6 detenuti, mentre altri 24 sono attualmente in attesa di subire lo stesso trattamento: in proporzione alla popolazione, la "mitica" isola del Che e del Buena Vista Social Club fa ricorso all'uccisione di Stato il doppio della Cina e cinque volte più degli Stati Uniti.

Eppure sui gioniali si parla quasi esclusivamente di chi viene giustiziato dai governatori-pistoleri a stelle e strisce, sottolinea l'associazione Nessuno tocchi Caino, che dal '93 si batte per l'abolizione della pena di morte in tutto il mondo e ieri ha presentato l’edizione 2001 del suo "Rapporto" annuale.

Dal documento emerge che anche l'anno scorso la lotta contro il patibolo ha fatto progressi: oggi sono 123 i Paesi totalmente o parzialmente abolizionisti, contro i 72 che mantengono in vigore la pena capitale. Ma preoccupa il proliferare delle esecuzioni. L'anno scorso sono state 1.892 in 27 Stati; nei primi cinque mesi di quest'anno ne sono già state registrate 1.290 in 18 Stati. E la cifra complessiva, purtroppo, è destinata ad aumentare proprio oggi, quando (salvo un improbabile atto di clemenza da parte del presidente Bush) Juan Raul Garza, 44 anni, narcotrafricante condannato per tre omicidi, verrà ucciso dallo Stato americano dell'Indiana.

Lo scorso anno, dopo la Cina, è stato l'Iraq a giustiziare il maggior numero di persone (circa 400 secondo le autorità di Baghdad, più di 2.000 per le forze di opposizione), seguito dall'Iran (almeno 153), dall’Arabia Saudita (121, tutte tramite decapitazione in pubblico), dagli Stati Uniti (85), da l'Afghanistan (almeno 30), dalla Repubblica democratica del Congo(20), dal Pakistan (17), dalla Liberia (14), dalla Giordania (8), da Cuba (6). Condanne a morte sono state eseguite inoltre nelle Bahamas,     Bielorussia, in Burundi, in Egitto, nelle Filippine, in Giappone, in Guatemala, in Kazakistan, in Kuwait, in Libia, in Malesia, in Qatar, a Singapore, in Somalia, in Thailandia, a Taiwan, nello Yemen.

«Il nostro primo obiettivo resta quello di illuminare la faccia oscura della pena di morte - ha detto Sergo D'Elia, segretario di Nessuno tocchi Caino - quella tenuta nascosta. Ci sono Paesi, come gli Stati Uniti, dove le esecuzioni avvengono sotto la lente dei media e altri dove vengono tenute nascoste e, anche quando sono rese note, vengono ignorate. Non vorremmo che, in nome dicerti "miti" terzomondisti e antimperialisti, ci sia una pena di morte “politicamente corretta” e una “politicamente scorreta”...».

Per chiedere all'Onu una moratoria universale degli omicidi di Stato in attesa dell'abolizione definitiva, l'organizzazione sta raccogliendo firme "digitali" su una quarantina di siti internet e finora ne ha collezionate 15mila. «Nel '94 il primo governo Berlusconi ebbe il merito di farsi promotore di questa iniziativa alle Nazioni Unite - ha ricordato ancora D'Elia. Ora Berlusconi è di nuovo alla guida del Paese e noi gli chiediamo di rilanciarla, anche andando contro l'orientamento prevalente all'interno dell'Unione europea. Vedremo se avrà lo stesso coraggio di allora».

Il sottosegretario agli Esteri Margherita Boniver, intervenuta alla presentazione del rapporto, ha assicurato il proprio impegno «pieno e totale» in questo senso. E due deputati di Alleanza nazionale, Basilio Catanoso ed Enzo Fragalà, hanno rivolto un appello al premier affinché si faccia interprete «di questa battaglia di civiltà».