Avvenire, 27 Giugno 2001 

 

 

Ordinato in clandestinità, poi arrestato; la detenzione e le violenze hanno rovinato per sempre la sua salute

 

Io, vescovo sopravvissuto al gulag

 

Parla Sofron Dmyterko, 84 anni: così volevano «rieducarmi»

 

 

Andrea Colombo

 

Zolochiv. C'è una folla festosa, nel monastero basiliano di questa cittadina a pochi chilometri da Leopoli, riaperto nei primi anni '90 dopo che il regime sovietico ne aveva fatto un ospedale. Presiede la Messa l'anziano vescovo Sofron Dmyterko. A causa dell'età (84 anni) e delle malattie che minano il suo fisico provato da due anni di durissimo carcere sovietico, è costretto a celebrare la splendida liturgia bizantina seduto su una poltrona. Quando si alza è sorretto da due sacerdoti: le gambe non reggono più, le mani tremano, parla a fatica. «Sofron, vescovo emerito d'Ivano Frankivsk - mi dice padre Vitali, superiore del monastero basiliano di Sant'Onofrio a Leopoli - è la vera autorità morale della Chiesa greco-cattolica ucraina. È amico personale del Papa, non vede l'ora di poterlo incontrare qui, nella sua patria, dove ha patito pene inenarrabili per rimanere fedele al soglio di Pietro». È emblematica, la storia di questo vescovo della Chiesa delle catacombe. Il suo volto è segnato dalle ingiustizie patite. Ma nello sguardo risplende la serenità di un uomo che ha combattuto una battaglia durissima, quando i greco-cattolici erano considerati fuorilegge. «Agenti al servizio del Vaticano».

«Sono stato ordinato vescovo in clandestinità il 30 novembre 1968 - racconta - da Ivan Sleziuk, il Servo di Dio che verrà beatificato oggi e che ha trascorso 15 anni nelle carceri sovietiche. Nel novembre 1968 era stato liberato ma tenuto sotto stretta vigilanza da parte del Kgb a Ivano Frankivsk. Qui, tra un colloquio con un agente segreto e una perquisizione, riuscì ad ordinarmi vescovo in una casa privata. Morirà 5 anni dopo. Era il 1973 - continua Sofron - e proprio in coincidenza con la sua morte mi arrestarono. Fui giudicato in un processo a porte chiuse: traditore della patria e nemico dello Stato sovietico. Gli agenti del Kgb sapevano che ero un prete clandestino, ma non che ero stato ordinato vescovo in segreto. Durante la perquisizione trovarono le prediche che furono subito confiscate: era materia più che sufficiente per condannarmi a due anni di carcere duro. Fui inviato a Luhansk, una casa circondariale per criminali comuni, dove perquisivano in continuazione i carcerati alla ricerca di alcol e droga. In queste condizioni era impossibile celebrare Messa o svolgere il ministero. Ricevetti la comunione dopo un anno di detenzione; l'Eucarestia mi fu portata da un fedele che, in incognito, riuscì a incontrarmi in carcere. A Luhansk c'erano 1.300 detenuti in condizioni igieniche deplorevoli e di sovraffollamento. Le violenze delle guardie erano all'ordine del giorno. Spie dappertutto, anche tra i carcerati. Non rivelai mai a nessuno la mia vera identità: se avessero saputo che ero un vescovo clandestino sarebbe stata la fine».

Due anni interminabili, quelli nel gulag. «Lavoravo in una fabbrica di trattori. Alle 6 di mattina la sveglia, spesso a suon di bastonate. La colazione: una specie di caffé e 200 grammi di pane nero secco. Chi andava a lavorare aveva diritto ad un pranzo a base di polenta e zuppa di patate. Gli altri rimanevano nelle baracche del campo ad ascoltare interminabili lezioni di pedagogia e psicologia marxista. Era la "rieducazione". Unico "intrattenimento", il cinema di propaganda. Bastava poco per finir male: un compagno di cella che rubò un tozzo di pane fu picchiato così duramente che impazzì».

Finalmente dopo 2 anni la liberazione: «Gli agenti del Kgb non riuscirono a dimostrare che ero vescovo; lo sospettavano ma non avevano le prove. Prima di uscire dal gulag due agenti segreti mi consegnarono un documento. Diceva: Io Sofron, sacerdote, passo alla fede ortodossa. Logicamente non firmai. Per la fedeltà al Papa ero pronto a subire ogni sopruso. Non volevo essere "salvato" dal Kgb. Andai a vivere da mia madre; di giorno lavoravo come operaio in una fabbrica di succhi di frutta, di notte svolgevo in segreto il mio lavoro pastorale». I cattolici di rito bizantino durante il periodo sovietico erano costretti nelle catacombe. «Per il governo ufficialmente non esistevamo - ricorda Sofron - anche se in Ucraina occidentale eravamo la maggioranza. Le autorità sovietiche nominavano i parroci ortodossi e consegnavano loro le chiese cattoliche; avevano istituito organi speciali di controllo per verificare che non vi fossero "agitazioni" da parte dei cristiani. Ma il sistema non funzionava: le parrocchie passate all'ortodossia erano spesso disertate dai fedeli, che preferivano riunirsi in case private o frequentare le chiese di rito latino autorizzate dal governo, piuttosto che rinunciare alla fedeltà a Roma. I comunisti infatti avevano messo al bando la Chiesa greco-cattolica ma tolleravano quella di rito latino, frequentata per lo più da ucraini di origine polacca».

Poi, nel '91, la fine del comunismo. «Nell'Ucraina occidentale molti sacerdoti passati all'ortodossia durante le persecuzioni sono tornati in seno alla Chiesa cattolica e sono stati ben accolti. Altri sono rimasti ortodossi». Il dialogo ecumenico in Ucraina stenta a decollare. Ma Sofron è ottimista. «Noi cattolici siamo aperti al dialogo; le parrocchie e i vescovi che dipendono dal Patriarcato di Mosca, invece, non sono molto disponibili. Ma sono sicuro che la visita del Papa aiuterà i cristiani a riavvicinarsi. Solo lo Spirito Santo potrà ispirare una vera unione tra le Chiese oggi divise e risanare le ferite ancora aperte. Non dimentichiamo che i contrasti non esistevano prima dell'avvento del regime sovietico, che seppe opprimere gli ucraini per 70 anni usando abilmente il divide et impera».