Avvenire,
7 Luglio 2001
PECHINO – Le
rivelazioni potrebbero allontanare l'assegnazione delle Olimpiadi del 2008.
Venerdì la decisione
Cina,
1800 esecuzioni in tre mesi
Rapporto choc
di Amnesty: sentenze arbitrarie ed errori giudiziari
I tribunali e la
polizia lavorano a ritmo frenetico Nel Sichuan in sei giorni sono state
arrestate 20mila persone
Alberto
Simoni
In appena tre
mesi la sola Cina ha mandato a morte più persone di quanto abbia fatto negli
ultimi tre anni il resto dei Paesi del pianeta. A lanciare l'allarme è Amnesty
International, che ieri ha diffuso il rapporto sullo stato dei diritti umani
nella Repubblica Popolare cinese. Secondo Amnesty, sono state eseguite 1781
esecuzioni e quasi 3mila persone attendono in cella il boia. Numeri da brivido,
figli della politica di repressione varata dal governo, denominata «Colpire
duro». È stata per la prima volta applicata nel 1983 e periodicamente Pechino
decide di rispolverare i metodi sbrigativi, i processi ultra rapidi e
l'asprezza delle pene per «rimettere in riga» la popolazione e arginare la
criminalità.
Ma non sono
solo le cifre di quello che si può definire un «massacro di Stato» ad
inquietare. Secondo il rapporto di Amnesty, infatti, la pena capitale viene
applicata anche per moltissimi reati non violenti, quali la frode finanziaria,
l'appropriazione indebita e la corruzione. Persino rubare petrolio può portare
davanti al boia ed ora anche mettere a rischio la tenuta del mercato, con
azioni finanziarie avventate che possano frenare la corsa della Cina verso
l'ingresso nella Wto, è punito con la morte.
La battaglia
di Pechino contro il crimine ha assunto inoltre le caratteristiche di una corsa
contro il tempo. I tribunali, intasati di lavoro si muovono a ritmi frenetici,
la polizia archivia i casi e procede agli arresti con impressionante e anomala
rapidità. Velocità e frenesia che sovente vanno a scapito della verità. Si
pensi che nella provincia di Hunan la polizia ha risolto 3mila casi in due
giorni, mentre nel Sichuan, regione nel sudovest del Paese in sei giorni sono
state arrestate 20mila persone in sei giorni. In questo clima di caccia
all'uomo, denuncia Amnesty, «il potenziale di errori giudiziari, sentenze
arbitrarie ed esecuzioni di innocenti è immenso».
A una
settimana dalla scelta sulla sede delle Olimpiadi del 2008, per cui è in corsa
anche Pechino, il rapporto di Amnesty getta quindi nuove ombre sul regime che
guida il Paese più popoloso del mondo. L'impatto che avrà sui membri del
Comitato olimpico il rapporto di Amnesty, e più in generale la questione dei
diritti umani e civili, non è chiaro. La Cina da tempo ha scelto la sua
strategia: le considerazioni politiche non devono influenzare la scelta del
Cio. Ma la partita è tutta da giocare.
Rimane ancora
aperta anche la vicenda dei due cittadini americani di origini cinesi detenuti
per spionaggio in Cina. Il processo doveva cominciare ieri, ma è stato
rimandato per cause finora sconosciute. L'altra sera il presidente americano
Bush aveva telefonato a Jiang Zemin chiedendo assicurazioni per i due imputati.
La telefonata, la prima da quando Bush è alla Casa Bianca, è stata cordiale ed
è stata interpretata come un segnale di distensione nei rapporti fra le due
potenze dopo i dissapori e gli scontri legati al caso dell'aereo spia e dello
Scudo anti-missile.
Intanto è a
Pechino anche il presidente dei Democratici di sinistra, Massimo D'Alema, che
ha avuto un colloquio con il primo ministro Zhu Rongji. D'Alema ha affrontato
la questione del Tibet, e poi sui diritti umani ha dichiarato che durante il
colloquio «Zhu Rongji ha più volte ammesso che ci sono ancora delle carenze, ma
ritiene che molte critiche siano "strumentali"».