La dottrina della Chiesa
sulle disuguaglianze sociali
I seguenti
testi pontifici mettono in evidenza che, secondo quanto insegna la Chiesa, la
società cristiana dev'essere costituita da classi proporzionalmente disuguali,
che trovano il loro proprio bene, e il bene comune, in una vicendevole ed
armoniosa collaborazione.
Tuttavia,
queste disuguaglianza non possono in alcun modo ledere i diritti dell'uomo in
quanto tale, poiché questi sono propri alla natura umana, che in tutti è la
stessa, secondo il sapientissimo disegno del Creatore.
1.
La disuguaglianza dei diritti e dei poteri proviene dello stesso Autore della
natura
Leone XIII,
nell'Enciclica Quod apostolici muneris (28/12/1878), insegna:
«Sebbene i
socialisti, abusando dello stesso Vangelo, allo scopo di ingannare più
facilmente gli spiriti sprovveduti, si siano abituati a distorcerlo per
adattarlo alle loro dottrine, la divergenza fra i loro dogmi perversi e la
purissima dottrina di Cristo è tale che non potrebbe essere maggiore. 'Che v'è
quindi in comune tra la giustizia e l'iniquità? 0 quale alleanza può esserci
tra la luce e le tenebre?' (2 Cor. 6, 14). I socialisti non cessano, come
sappiamo, di proclamare che tutti gli uomini sono, per natura, uguali fra loro,
e perciò pretendono che al potere sovrano non sia dovuto onore né rispetto, né
ubbidienza alle leggi, ad eccezione forse di quelle che sono state sancite
dalla loro volontà.
«Al contrario,
secondo le dottrine del Vangelo, l'uguaglianza degli uomini consiste nel fatto
che tutti, dotati della stessa natura, sono chiamati alla stessa ed eminente
dignità di figli di Dio e che, avendo tutti lo stesso fine, ognuno sarà
giudicato dalla stessa Legge e riceverà il castigo o la ricompensa che
meriterà. Tuttavia, la disuguaglianza dei diritti e del potere proviene dallo
stesso Autore della natura, 'dal quale ogni paternità prende nome, in Cielo
come in terra' (Ef.,3, 15)».[1]
2.
L’universo, la Chiesa e la società civile riflettono l’amore di Dio con
un’organica disuaglianza
Nella stessa
Enciclica, afferma il Pontefice:
«Colui che ha
creato e governa tutte le cose dispose, con la sua provvidenziale sapienza, che
le infime, aiutate dalle mediane e queste dalle superiori, raggiungano il loro
fine.
«Perciò, così
come nel Cielo volle che i cori degli Angeli fossero diversi e subordinati gli
uni agli altri, e nella Chiesa istituì gradi negli ordini e diversità nei
ministeri, in tal modo che non tutti fossero apostoli, né tutti dottori, né
pastori (I Col. 12, 28); così stabilì che nella società civile ci siano vari
ordini diversi in dignità, in diritti e in poteri, affinché la società sia,
come la Chiesa, un solo corpo, comprendendo un gran numero di membri, gli uni
più nobili degli altri, ma tutti reciprocamente necessari e preoccupati del
bene comune».[2]
3.
I socialisti dichiarano che il diritto di proprietà è un'invenzione umana che
ripugna all’uguaglianza naturale degli uomini
Poco più
avanti, Leone XIII dichiara:
«Quanto alla
tranquillità della società pubblica e domestica, la sapienza cattolica, fondata
sui precetti della Legge naturale e divina, vi provvede molto prudentemente con
le sue dottrine e insegnamenti sul diritto di proprietà e sulla condivisione
dei beni che sono acquisiti per i bisogni e le utilità della vita. Infatti, i
socialisti, presentando il diritto di proprietà come un'invenzione umana che
ripugna all'uguaglianza nuturale fra gli uomini, e reclamando la comunione dei
beni, dichiarano che è impossibile sopportare pazientemente la povertà e che le
proprietà e i diritti dei ricchi possono essere violati impunemente. Ma la
Chiesa, che riconosce molto più utilmente e saggiamente l'esistenza della
disuguaglianza fra gli uomini, naturalmente diversi nelle forze del corpo e
dello spirito, e che questa disuguaglianza esiste anche nel possesso dei beni,
stabilisce che il diritto di proprietà o dominio che proviene dalla natura
stessa rimanga intatto e inviolabile per tutti”.[3]
4.
Niente ripugna tanto alla ragione quanto una matematica uguaglianza fra gli
uomini
Nell'Enciclica
Humanun Genus, (20/4/1884), dice ancora Leone XIII:
«Se
consideriamo che tutti gli uomini sono della stessa razza e della stessa natura
e che devono tutti giungere allo stesso fine ultimo, e se esaminiamo i doveri e
i diritti che derivano da questa origine e destino comuni, non si può dubitare
che essi siano uguali. Ma siccome non tutti hanno le stesse risorse
dell'intelligenza, e siccome divergono fra loro sia per le facoltà dello
spirito che per le energie fisiche; siccome infine esistono fra loro mille
diversità di costumi, di gusti, di caratteri, niente ripugna tanto alla ragione
quanto il pretendere di ridurre tutti alla stessa misura e introdurre nelle
istituzioni della vita civile un'uguaglianza rigorosa e matematica».[4]
5.
Le disuguaglianza sono una condizione dell’organicità sociale
Leone XIII
prosegue:
«Allo stesso
modo che la perfetta costituzione del corpo umano risulta dall'unione e dalla
articolazione delle membra, che non hanno le stesse forze né le stesse
funzioni, ma la cui felice associazione ed armonioso concorso danno all'intero
organismo la sua bellezza plastica, la sua forza e la sua attitudine a prestare
i servizi necessari, così pure, nel seno della società umana, si trova una
varietà quasi infinita di parti dissimili. Se fossero tutte uguali fra loro, e
libere, ognuna per conto suo, di agire a loro talento, non ci sarebbe cosa più
deforme di una tale società. Al contrario, se per una saggia gerarchia dei
meriti, dei gusti, delle attitudini, ognuna concorre al bene generale, vedete
erigersi davanti a voi l'immagine di una società ben ordinata e conforme alla
natura».[5]
6.
La disuguaglianza sociale ridonda a vantaggio di tutti
Nell'Enciclica
Rerum novarum (15/5/1891), Leone XIII torna sull'argomento della disuguaglianza
sociale:
«Il primo
principio da porre in evidenza è che l'uomo deve accettare con pazienza la
propria condizione: è impossibile che nella società civile tutti si trovino
allo stesso livello. A questo senz'altro che propugnano i socialisti; ma contro
la natura tutti gli sforzi sono vani. Fu essa infatti che stabilì fra gli
uomini differenze tanto numerose quanto profonde; differenze d'intelligenza, di
talento, di abilità, di salute, di forza; differenze necessarie, dalle quali
nasce spontaneamente la disuguaglianza delle condizioni. D'altra parte, questa
disuguaglianza ridonda a vantaggio di tutti, tanto della società quanto degli
individui, perché la vita sociale richiede un organismo molto variegato e
funzioni molto diverse, e quello che porta appunto gli uomini a dividersi tra loro
i compiti è soprattutto la differenza delle loro rispettive condizioni».[6]
7.
Come nel corpo umano le diverse membra si integrano fra loro, cosi devo
integrarsi le classi
Un poco più
avanti, il Pontefice dichiara:
«L'errore
capitale, nella presente questione, sta nel credere che le due classi siano
nemiche nate l'una dell'altra, come se la natura avesse armato i ricchi ed i
poveri per combattersi a vicenda in un ostinato duello. Questa è una tale
aberrazione che è necessario individuare la verità nella dottrina esattamente
opposta; come nel corpo umano le diverse membra s'integrano fra loro e
determinano quelle relazioni armoniose che giustamente viene chiamata
simmetria, allo stesso modo la natura esige che nella società le classi
s'integrino fra loro realizzando, con la loro collaborazione mutua, un giusto
equilibrio. Ognuna di esse ha imperiosa necessità dell'altra; il capitale non
esiste senza il lavoro, né il lavoro senza il capitale. La loro armonia produce
la bellezza e l'ordine; al contrario, da un conflitto perenne possono derivarne
solo confusione e lotte selvagge».[7]
8.
La Chiesa ama tutte le classi e l'armoniosa disuguaglianza fra loro
Nella sua
allocuzione al Patriziato ed alla Nobiltà romana (24/1/1903), lo stesso Leone
XIII insegna:
«I Romani
Pontefici furono sempre del pari solleciti sì di tutelare e migliorare le sorti
degli umili, e di sostenere e aumentare il decoro delle classi elevate. Poichè
egli no sono i continuatori della missione di Gesù Cristo, non solo nell'ordine
religioso, ma nel sociale ancora. (...) Quindi è che la Chiesa, nel predicare
agli uomini l’universale figliolanza dal medesimo padre celeste, riconosce
altresì provvidenziale all'umano consorzio la distinzione dei ceti; perciò ella
viene inculcando che solo nel rispetto reciproco dei diritti e doveri e nella
mutua carità è riposto il segreto del giusto equilibrio, dell'onesto benessere,
della vera pace e floridezza dei popoli.
«Così Noi
pure, deplorando le odierne agitazioni che turbano la civile convivenza, più
volte rivolgemmo lo sguardo alle classi infime, più perfidamente insidiate
dalle inique sette, e offrimmo loro le cure materne della Chiesa. E più volte
dichiarammo, che rimedio ai mali non sarà mai l'uguaglianza sovvertitrice degli
ordini sociali, ma quella fratellanza invece, che, senza menomare de dignità di
grado, unisce i cuori di tutti in un medesimo vincolo di amore cristiano».[8]
9.
Nella società devono esistere prìncipi e vassalli, padroni e proletari, ricchi
e poveri, saggi ed ignoranti, nobili e plebei
Nel Motu
proprio Fin dalla prima (18/12/1903), san Pio X così riassume la dottrina di
Leone XIII sulle disuguaglianza sociali:
«I. La Società
umana, quale Dio l'ha stabilita, è composta di elementi ineguali, come ineguali
sono i membri del corpo umano; renderli tutti eguali è impossibile, e ne
verrebbe la distruzione della medesima Società (Encycl. Quod Apostolici
muneris).
«II. La
eguaglianza dei vari membri sociali è solo in ciò che tutti gli uomini traggono
origine da Dio Creatore; sono stati redenti da Gesù Cristo, e devono alla norma
esatta dei loro meriti e demeriti essere da Dio giudicati, e premiati o puniti
(Encycl. Quod Apostolici muneris).
«III. Di qui
viene che, nella umana Società, è secondo la ordinazione di Dio che vi siano
prìncipi e sudditi, padroni e proletari, ricchi e poveri, dotti e ignoranti,
nobili e plebei, i quali, uniti tutti in vincolo di amore, si aiutino a vicenda
a conseguire il loro ultimo fine in Cielo; e qui, sulla terra, il loro
benessere materiale e morale (Encycl. Quod Apostolici muneris)».[9]
10.
Una certa democrazia giunge ad un tal grado di perversità da attribuire, nella
società, la sovranità al popolo, pretendendo di sopprimere e livellare le
classi sociali
Dalla Lettera
apostolica Notre charge apostolique, di san Pio X (25/8/1910):
«Il Sillon,
trascinato da un malinteso amore per i deboli, è precipitato nell'errore.
«Infatti, il
Sillon propone il risollevamento e la rigenerazione delle classi operaie. Ora,
su questa materia, i princìpi della dottrina cattolica sono fissati. La storia
della Civiltà Cristiana è lì per testimoniare la loro benefica fecondità. Il
nostro Predecessore di felice memoria lo ricordò in pagine magistrali, che i
cattolici occupati in questioni sociali devono studiare ed avere sempre sotto gli
occhi. Insegnò, in modo speciale, che la democrazia cristiana deve 'mantenere
la diversità delle classi, che certamente è tipica della società ben
costituita, e volere per la società umana la forma ed il carattere che Dio, suo
Autore, le impresse'. Egli censurò 'una certa democrazia che giunge a un tal
grado di perversità da attribuire, nella società, la sovranità al popolo,
pretendendo la soppressione ed il livellamento delle classi’”.[10]
11.
Gesù Cristo non insegnò una chimerica uguaglianza né il disprezzo dell’autorità
Ancora nella
stessa Lettera apostolica, dice san Pio X:
«Se Gesù è
stato buono verso i traviati e i peccatori, non rispettò le loro erronee
convinzioni per quanto sincere sembrassero; li amò tutti per educarli,
convertirli e salvarli. Se chiamò presso di sé, per consolarli, gli afflitti e
i sofferenti, non fu per predicare loro il desiderio di una chimerica
uguaglianza. Se innalzò gli umili, non fu per ispirare loro il sentimento di
una dignità indipendente e ribelle all'ubbidienza».[11]
12.
Il fatto che gli uomini siano uguali per natura non comporta che debbano
occupare lo stesso posto nella vita sociale
Nell'Enciclica
Ad Beatissimi (1/11/1914), Benedetto XV afferma:
«Di fronte a
quelli che la sorte o la propria attività ha dotato di beni di fortuna, ci sono
i proletari, infuocati
dall'odio per il fatto che, pur
partecipando alla stessa natura, tuttavia non godono della stessa
condizione. Ovviamente, sedotti come sono dalle menzogne degli agitatori, alla
cui influenza sogliono sottomettersi completamente, chi potrà persuaderli che
gli uomini, per il solo fatto di essere uguali per natura, non è detto che
debbano occupare gli stessi posti nella vita sociale, ma che, salvo circostanze
avverse, ognuno occuperà il posto che ha ottenuto con la sua condotta? Così,
poi, i poveri che lottano contro i ricchi come se questi avessero usurpato i
beni altrui, agiscono non soltanto contro la giustizia e la carità, ma anche
contro la ragione, soprattutto se teniamo presente che, se vogliono, possono
migliorare la propria sorte con un'onorevole perseveranza nel lavoro. Non è
necessario dichiarare quali e quanti pregiudizi trascinaseco questa rivalità
fra le classi, tanto nei singoli individui quanto nella società in genere».[12]
13.
Il tratto fraterno tra superiori ed inferiori non deve far scomparire la
varietà delle condizioni e la diversità delle classi sociali
Prosegue
Benedetto XV:
«Questo amore
fraterno non produrrà la scomparsa delle varietà delle condizioni né di
conseguenza della diversità delle classi sociali, così come in un corpo vivo
non è possibile che tutti i membri abbiano la stessa funzione e la stessa
dignità. Tuttavia, questo mutuo affetto farà sì che i più altolocati
s'inclinino in certo modo verso quelli che sono più in basso, e li trattino non
solo secondo la giustizia, come conviene, ma anche con benevolenza, dolcezza e
pazienza; e gli inferiori, dal canto loro, si rallegrino con la prosperità
delle persone di posizione più elevata, e sperino con fiducia nel loro appoggio,
come in una famiglia i più giovani riposano sotto la protezione e l'assistenza
dei più vecchi».[13]
14.
Rispettare la gerarchia sociale per il maggior bene degli individui e della
società
Benedetto XV,
nella lettera Soliti nos (11/3/1920), a mons. Marelli, vescovo di Bergamo,
dichiara:
«Quelli che
occupano posizioni inferiori quanto alla situazione sociale e alla fortuna, si
devono ben convincere che la diversità di classi nella società proviene dalla
natura stessa, e che la si deve cercare, in ultima analisi, nella volontà di
Dio: 'Perché essa creò i grandi ed i piccoli' (Sap. 6, 8), per il maggior bene
degli individui e della società. Le persone umili devono compenetrarsi di
questa verità: quale che possa essere il miglioramento che ottengano della loro
situazione, tanto con i loro sforzi personali quanto per l'aiuto degli uomini
per bene, rimarrà sempre loro, come agli altri uomini, una non piccola eredità
di sofferenze. Se avessero questa visione esatta della realtà, non si
esaurirebbero in inutili sforzi per elevarsi ad un livello superiore alle loro
capacità, e sopporterebbero i mali inevitabili con la rassegnazione e il
coraggio dato dalla speranza dei beni eterni».[14]
15.
Non si deve aizzare l’animosità contro i ricchi, incitando le masse a rovesciare
l’ordine sociale
Nella lettera
del 5 giugno 1929, a mons. Achille Liénart, vescovo di Lille, la Sacra
Congregazione del Concilio ricorda princìpi di dottrina sociale cattolica e
orientamenti pratici di ordine morale, emanati dalla suprema autorità ecclesiastica:
«'Quelli che
si onorano del titolo di cristiani, siano essi individui o associazioni, non
devono, se hanno coscienza dei loro obblighi, coltivare inimicizie e rivalità
fra le classi sociali, ma la pace e la mutua carità' (Pio X, Singulari quadam,
24.9.1912).
«'Che gli
scrittori cattolici, nel prendere la difesa della causa dei proletari e dei
poveri, evitino di impiegare un linguaggio che possa ispirare nel popolo
avversione alle classi superiori della società. (...) Che si ricordino che Gesù
Cristo volle unire tutti gli uomini con vincolo di un amore reciproco, che è la
perfezione della giustizia e porta l'obbligo di lavorare mutuamente per il bene
degli uni e degli altri' (Istruzione della Sacra Congregazione per le questioni
ecclesiastiche straordinarie, 27/1/1902).
«'Quelli che
dirigono questo genere di istituzioni (che hanno per fine promuovere il bene
degli operai) devono ricordare (...) che niente è più propizio ad assicurare il
bene comune che la concordia e la buona armonia fra tutte le classi, e che la
carità cristiana è il migliore legame fra loro. Lavorerebbero dunque molto male
per il bene degli operai quelli che, pretendendo migliorare le loro condizioni
di esistenza, non li aiutassero se non con la conquista dei beni effimeri e fragili
della terra, trascurando di disporre gli animi alla moderazione evocando i
doveri cristiani; e, peggio ancora, giungessero perfino ad aizzare sempre più
l'animosità contro i ricchi, abbandonandosi a quelle declamazioni amare e
violente con le quali uomini estranei alle nostre credenze hanno l'abitudine di
spingere le masse alla sovversione della società' (Benedetto XV al vescovo di
Bergamo, 11 marzo 1920)».[15]
16.
La legittima disuguaglianza dei diritti
Pio XI,
nell'Enciclica Divini Redemptoris (19/3/1937), afferma:
«Si deve
avvertire che sbagliano in maniera vergognosa quelli che ritengono con
leggerezza che nella società civile siano uguali i diritti di tutti i
cittadini, e che non esista una gerarchia sociale legittima».[16]
17.
Le somiglianza e le differenze fra gli uomini trovano una conveniente posizione
nell'ordine assoluto dell’essere
Dal
radiomessaggio di Natale del 1942, di Pio XII:
«Se la vita
sociale importa unità interiore, non esclude però le differenze, cui suffragano
la realtà e la natura. Ma quando si tiene fermo al supremo regolatore di tutto
ciò che riguarda l’uomo, Dio, le somiglianze non meno che le differenze degli
uomini trovano il posto conveniente nell'ordine assoluto dell'essere, dei
valori, e quindi anche della moralità. Scosso invece tale fondamento, si apre
tra i vari campi della cultura una pericolosa discontinuità, appare una
incertezza e labilità di contorni, di limiti e di valori».[17]
18.
La convivenza fra gli uomini produce sempre e necessariamente una scala di
gradi e di differenze
Dall'allocuzione
di Pio XII ai lavoratori della FIAT (31/10/1948):
«La Chiesa non
promette quella assoluta eguaglianza, che altri proclamano, perchè sa che la
umana convivenza produce sempre e necessariamente tutta una scala di
graduazioni e di differenze nelle qualità fisiche e intellettuali, nelle
interne disposizioni e tendenze, nelle occupazioni e nelle responsabilità. Ma
in pari tempo essa assicura la piena eguaglianza nella dignità umana, come
anche nel cuore di Colui, che chiama a sè tutti quelli che sono affaticati e
aggravati».![18]
19.
Imporre l'uguaglianza assoluta significherebbe distruggere l’organismo statale
Pio XII, nel
discorso rivolto ad un gruppo di fedeli della parrocchia di Marsciano (Perugia,
Italia) (4/6/1953), dichiara:
«Occorre che
vi sentiate veramente fratelli. Non si tratta di una mera parvenza; voi siete
veramente figli di Dio, dunque siete realmente tra di voi fratelli.
«Ora i
fratelli non nascono nè rimangono tutti uguali; alcuni sono forti, altri
deboli; alcuni sono intelligenti, altre incapaci; talvolta qualcuno è anormale
o addirittura diviene un indegno. È dunque inevitabile una certa disuguaglianza
materiale, intellettuale, morale in una stessa famiglia. (...)
«Pretendere
l'uguaglianza assoluta fra tutti, sarebbe come voler dare la identica funzione
a membra diverse del medesimo organismo».![19]
20.
Chi osa negare la diversità delle classi sociali contraddice lo stesso ordine
della natura
Insegna
Giovanni XXIII nell'Enciclica Ad Petri Cathedram (29/6/1959):
«La ricercata
concordia fra i popoli deve essere promossa sempre più fra le classi sociali.
Se ciò non avviene, possono di conseguenza risultarne odi e dissensi, come
quelli che già vediamo; ne deriveranno perturbazioni, rivoluzioni ed a volte
massacri, nonché la diminuzione progressiva della ricchezza e le crisi che
colpiscono l'economia pubblica e privata. (...) Chi osa dunque negare la
diversità delle classi sociali, contraddice l'ordine stesso della natura, e
anche quelli che si oppongono a questa collaborazione amichevole e necessaria
fra le classi cercano, senz'altro, di perturbare e dividere la società, a danno
del bene pubblico e privato. (...) È vero che tutte le classi e tutte le
categorie di cittadini possono difendere i propri diritti, purché lo facciano
nella legalità e senza violenza, nel rispetto dei diritti altrui, inviolabili
quanto i loro. Tutti sono fratelli; è dunque necessario che tutte le questioni
si risolvano amichevolmente, con fraterna e mutua carità».![20]
21.
Una società senza classi: pericolosa utopia
Giovanni Paolo
II, nell'omelia alla Messa per i giovani e studenti, a Belo Horizonte, Brasile
(1/7/1980), dichiarò:
«Ho imparato
che un giovane cristiano smette di essere giovane, e da molto non è più
cristiano, quando si lascia sedurre da dottrine e ideologie che predicano
l'odio e la violenza. (...)
«Ho imparato
che un giovane comincia pericolosamente ad invecchiare quando si lascia
ingannare dal facile e comodo principio secondo cui 'il fine giustifica i
mezzi', quando passa a credere che l'unica speranza per migliorare la società
stia nel promuovere la lotta e l'odio tra i gruppi sociali, nell'utopia di una
società senza classi, che si rivela ben presto nella creazione di nuove
classi».![21]
22.
La disuguaglianza delle creature è una condizione perché il Creato dia gloria a
Dio
Oltre ai testi
pontifici sopra riportati, sembra conveniente aggiungere alcuni argomenti del
Dottore Angelico per giustificare l'esistenza della disuguaglianza tra le
creature. Afferma infatti nella Summa Theologica:
«Negli esseri
naturali vediamo che le specie sono ordinate per gradi: così i composti sono
più perfetti degli elementi, le piante più dei minerali, gli animali più delle
piante e gli uomini più degli altri animali; in ognuna di quelle classi si trovano
specie più perfette delle altre. Essendo quindi la Divina Sapienza la causa
della distinzione fra le cose in vista della perfezione dell'universo, sarà
anche causa della loro disuguaglianza; non sarebbe infatti perfetto l'universo
se nelle cose si trovasse un solo grado di bontà».![22]
Infatti, non
sarebbe confacente alla divina perfezione creare un solo essere, poiché nessun
essere creato, per quanto eccellente lo si possa immaginare, sarebbe in
condizione, per se stesso, di riflettere adeguatamente le infinite perfezioni
di Dio.
Così, le
creature sono necessariamente molteplici; e non soltanto molteplici, ma anche
necessariamente disuguali. Questa è la dottrina del santo Dottore:
«L'esistenza
di molti beni finiti è migliore che quella di uno solo, perché quelli possono
avere che ha questo, e ancora di più. Ora, la bontà di qualsiasi creatura è
limitata, non essendo in grado di contenere l'infinita bontà di Dio. Quindi è
più perfetto l'universo se vi sono molte creature, che non se ci fosse solo un
loro grado. Al sommo Bene tocca fare quello che è migliore, quindi gli era
conveniente fare molti gradi di creature.
«Inoltre, la
bontà della specie eccede quella dell'individuo, così come il formale eccede il
materiale; quindi più aggiunge alla bontà dell'universo la molteplicità delle
specie che non gli individui di una stessa specie. Perciò alla perfezione
dell'universo contribuisce non solo l'esistenza di molti individui, ma anche di
diverse specie, e di conseguenza di diversi gradi di cose»![23]
Le disuguaglianza
non sono quindi difetti della creazione; ne sono qualità eccellenti, nelle
quali si rispecchia l'infinita ed adorabile perfezione del suo Autore. Dio si
compiace nel contemplarle: «La diversità e la disuguaglianza delle creature non
proviene dal caso, né dalla diversità della materia, né dall'intervento di
alcune cause o meriti, ma proviene dalla stessa intenzione di Dio, che volle
dare alla creatura la perfezione che le era possibile avere. Dice perciò il
Genesi: 'Vide Dio tutto quanto aveva fatto, e che era eccellente' (Gen. 1,
31)».![24]
23.
La soppressione delle disuguaglianze è condizione sine qua non per
l'eliminazione della religione
Tali
disuguaglianza, Dio non le vuole soltanto fra gli esseri dei regni inferiori -
minerale, vegetale e animale - ma anche fra gli uomini e per tanto fra i popoli
e le nazioni.
Con queste
disuguaglianza, che Dio creò armoniche fra loro e benefiche per ogni categoria
di esseri, nonché per ogni essere in particolare, volle Egli fornire all'uomo
abbondanti mezzi per poter sempre contemplare le Sue infinite perfezioni. Le
disuguaglianza fra gli esseri sono ipso facto una scuola sublime ed amplissima
di antiateismo.
È quanto
sembra avere ben compreso lo scrittore comunista francese Roger Garaudy
(successivamente «convertito» all'islamismo), quando rileva l'importanza
dell'eliminazione delle disuguaglianze sociali per la vittoria dell'ateismo nel
mondo:
«Non è
possibile per un marxista dire che l'eliminazione delle credenze religiose è
una condizione sine qua non per la costruzione del comunismo. Karl Marx
mostrava, al contrario, che solo la realizzazione completa del comunismo,
rendendo trasparenti le relazioni sociali, avrebbe reso possibile la scomparsa
della concezione religiosa del mondo. Per un marxista, dunque, la costruzione
del comunismo è condizione sine qua non per eliminare le radici sociali della
religione, e non l'eliminazione delle credenze religiose la condizione per la
costruzione del comunismo».[25]
Voler
distruggere l'ordine gerarchico dell'universo è quindi privare l'uomo delle
risorse perché possa liberamente esercitare il più fondamentale dei suoi
diritti: quello di conoscere, amare e servire Dio; ossia, è desiderare la
maggiore delle ingiustizie e la più crudele delle tirannidi.
(apud “Nobiltà ed élites tradizionali
analoghe nelle allocuzioni di Pio XII al Patriziato ed alla Nobiltà romana”,
Plinio Corrêa de Oliveira, Marzorati Editore, 1993, pag. 225-233)
[1] Acta Sanctae Sedis, Typis Polyglottae Officinae, Romae 1878, vol. XI, p. 372.
[2] Ibidem.
[3] Idem, p. 374.
[4] Acta Sanctae Sedis, ex Typographia Polyglotta, Romae, 1906, vol. XVI, p. 427.
[5] Ibidem.
[6] Acta Sanctae Sedis, ex Typographiae Polyglottae, Romae, 1890-1891, vol. XXIII, p. 648.
[7] Idem, pp. 648-649.
[8] Leonis XIII Pontificis Maximi Acta, Ex Typographia Vaticana, Romae, 1903, vol. XXII, p. 368.
[9] Acta Sanctae Sedis, Ex Typographia Polyglotta, Romae, 1903-1904, vol. XXXVI, p. 341.
[10] Acta Apostolicae Sedis, vol. II, n. 16, 31/8/1910, p. 611.
[11] Idem, p. 629.
[12] Ibidem, vol. VI, n. 18, 18/11/1914, pp. 571-572.
[13] Idem, p. 572.
[14] Acta Apostolicae Sedis, vol. XVI, n. 4, 1/4/1920, p. 111.
[15] Acta Apostolicae Sedis, vol. XXI, n. 10, 3/8/1929, pp. 497-498.
[16] Acta Apostolicae Sedis, vol. XXIX, n. 4, 31/3/1937, p. 18.
[17] Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, Tipografia Poliglotta Vaticana, vol. IV, p. 331.
[18] Discorsi e Radiomessaggi di sua Santità Pio XII, Tipografia Poliglotta Vaticana, vol. X, p. 266.
[19] Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, Tipografia Poliglotta Vaticana, vol. XV, p. 195.
[20] Acta Apostolicae Sedis, vol. LI, n. 10/22/7. 1959, pp. 505-506.
[21] Insegnamenti di Giovanni Paolo II, vol. III, 2, Libreria Editrice Vaticana, 1980, p. 8.
[22] I, q. 47, a. 2.
[23] Summa contra Gentiles, l. II, cap. 45.
[24] Ibidem.
[25] L'homme chrétien et l'homme marxiste, Semaines de la pensée marxiste – Confrontations et débats, La Palatine, Paris-Génève, 1964, p. 64.