Corriere della Sera, lunedì 3 settembre 2001

 

Le parole di Castro, i silenzi della sinistra

 

IL SALVACONDOTTO DEL COMPAGNO FIDEL

 

di ANGELO PANEBIANCO

 

C’è un tiranno che, a differenza di tanti altri tiranni, non è abitualmente additato al pubblico disprezzo dai mass media, né è mai contestato per le sue ribalderie e le sue violazioni dei diritti umani da coloro che, in Europa, quando si parla di altri dittatori, dicono di preoccuparsi per i diritti umani. In genere, anzi, viene rispettato e vezzeggiato. Egli gode di una sorta di immunità, non si sa concessa da chi. Si chiama Fidel Castro e da più di trent’anni tiranneggia l’isola di Cuba. Grande star in questi giorni alla Conferenza di Durban sul razzismo, il tiranno caraibico si atteggia da sempre ad autorità morale, contando non solo sul sostegno degli altri leader (spesso dittatori come lui) del Terzo Mondo, ma anche sulla complicità di tanta sinistra occidentale. Grazie a queste compiacenze e protezioni, egli continua, come ha sempre fatto, a spararle grosse: oggi, per esempio, bolla come «fascisti» i governanti di Israele (dimenticando che quei governanti, comunque si giudichi la loro politica, sono stati scelti in libere elezioni, quelle libere elezioni che egli non ha mai concesso ai poveri cubani), li accusa di «genocidio» ai danni dei palestinesi, mette il cappello sui cosiddetti no-global dichiarandoli eredi e continuatori del fu-movimento comunista internazionale. Con l’eccezione degli americani e degli israeliani, ben pochi ne stigmatizzano le parole.

Le ragioni per cui Castro continua a essere trattato da tanti come un eroe romantico senza macchia, anziché per ciò che è, uno spietato dittatore, sono molte e per nulla misteriose. Si sommano il fascino che la rivoluzione cubana ha esercitato a lungo sulle menti di tanti intellettuali occidentali, il mito di Che Guevara, che Fidel nel corso degli anni ha abilmente sfruttato a scopi propagandistici, l’antiamericanismo, di cui Castro continua a essere visto come il campione.

Nel caso della sinistra italiana, poi, la popolarità di cui Castro ha goduto per tanti anni, all’epoca della guerra fredda, era spiegata da due fatti. Il primo era l’alleanza di ferro fra Cuba e l’Unione Sovietica. Ciò garantiva a Castro la simpatia del Pci. Il secondo fatto fu rappresentato dal Sessantotto, dalla circostanza che i contestatori degli anni Sessanta-Settanta scelsero Cuba, anche sotto l’influenza del mito guevarista, come uno dei loro punti di riferimento ideologici, e Castro come uno dei loro due santi protettori (l’altro era Mao).

Ma la guerra fredda è finita, e i sessantottini sono oggi tutti (tutti?) seri professionisti. Perché Castro continua a incutere rispetto, perché, unico fra i dittatori, gode ancora dell’immunità? Perché la sinistra italiana, che pure ha scatenato un pandemonio all’epoca dell’ingresso del partito nazionalista di Haider nel governo austriaco (e il demagogo Haider, si ricordi, aveva comunque vinto democratiche elezioni), tace su Fidel Castro, non ne prende le distanze, dopo averlo coccolato per tanti anni?

Proprio perché colpevole di averlo troppo a lungo trattato con i guanti, la sinistra, i Ds in primo luogo, e anche i giornali che la sinistra fiancheggiano, dovrebbero smetterla di tacere sul tiranno caraibico. Loro, più di tutti, dovrebbero dire: «Prima di pontificare sul mondo, Castro dia la democrazia al suo Paese, oppure taccia e subisca il giusto disprezzo e l’ostilità dell’opinione pubblica democratica». Ma questi discorsi a sinistra non si sentono mai. Perché? Perché Fidel continua, da noi, a vivere di rendita, sulla popolarità acquistata ai tempi della guerra fredda.

Una sinistra «moderna» e «democratica», come la sinistra italiana ama definirsi, dovrebbe, proprio sul caso di Cuba e di Fidel Castro, fare un serio esame di coscienza, rivedere la storia del suo rapporto con quella vicenda, e cambiare registro. Altrimenti il rischio è che, incalzata su questo punto, le scappi detto, prima o poi, per riflesso pavloviano: giù le mani da Cuba.