Corriere della Sera, 17 settembre 2001

 

INDAGINI SUI FIANCHEGGIATORI

 

Quel video guerrigliero liberamente in vendita nella moschea di Milano

 

Paolo Biondani

 

MILANO - Ideologi e «cattivi maestri» del terrorismo islamico potrebbero nascondersi anche in alcune moschee della Lombardia. Lo scrive la polizia nel dossier che ha giustificato l’arresto di 5 estremisti tunisini, in carcere da aprile con l’accusa di aver «costituito una cellula italiana del Fronte islamico internazionale di Osama Bin Laden». Il presunto capo della rete lombarda, Sami Essid, detenuto ad Asti, fu intercettato mentre sembrava insegnare come si preparano esplosivi e teneva contatti con cellule di Londra, Bruxelles, Parigi e Valencia. Ma per la polizia «il suo compito precipuo» era di «reclutare adepti tra i 25 e i 37 anni disposti a intraprendere la via della Jihad in campi di addestramento afghani controllati da Bin Laden». In questo quadro di «proselitismo», il gruppo avrebbe trovato «un riferimento funzionale nell’Istituto culturale islamico di viale Jenner»: una moschea milanese usata, secondo l’accusa, come «bacino di reclutamento». Le videocamere della polizia hanno registrato «l’assidua presenza degli indagati» (e del loro complice belga Tarek Maaroufi). In viale Jenner gli arrestati raccoglievano fondi «per i mujaheddin » e distribuivano video dei «fratelli combattenti in Algeria e Cecenia»: gli stessi indagati, nelle loro difese, obiettano che le cassette (sequestrate) erano «liberamente» in vendita.

Le immagini, per altro, impressionavano anche loro. Il 22 marzo due arrestati, Khaled Mehdi Kammoun e Farid Mokhtar Bouchoucha, vengono intercettati (con microspie nascoste in casa) mentre commentano un video sulla guerra contro i russi. Farid: «Questa cassetta fa proprio paura. I migliori commandos del mondo, se la vedono, tremano: vedono cosa vuol dire essere sgozzati da veri soldati. E’ tremendo, fanno la fine dei montoni». Nel video, Khaled riconosce decine di mujaheddin: «Guarda, questo è Yahia, ecco Abu Abdullah il libico, Abu Hamza, El Ashir...». Dopo un’ora di filmato, Khaled si vanta di una strage: «Quando è arrivato l’ordine dell’emiro, abbiamo fatto saltare un palazzo con il plastico... Poi abbiamo bruciato le farmacie. Omar diceva basta, basta: a lui manca qualcosa, chi mi piace è l’altro talebano, Abu Nassim». Una domanda di Farid è inquietante: «Perché non li mandano in Germania, Europa, Belgio?». Khaled: «Quando vogliono. E’ gente pronta al sacrificio». Farid: «Che differenza nella vita... C’è chi crede in questa vita e chi nella vita dopo».

La polizia sospetta legami con altri centri lombardi. Il presunto terrorista Jammali Imed, arrestato in Tunisia, «ha confessato che nel ’98 l’allora Imam di Varese, Yousef Abdaoui» gli avrebbe «fornito il passaporto falso e il biglietto aereo con cui è andato in Afghanistan ad addestrarsi». E per un «pestaggio punitivo» di un sospetto «delatore» tunisino, il 4 febbraio scorso, il ferito «ha riconosciuto come aggressori» il presunto terrorista Farid e «Ben Snoussi Hassine, Imam della moschea di Como».

La stessa polizia sottolinea che l’Istituto di viale Jenner raggruppa un’ala «minoritaria» dei «gruppi più radicali». E che s’indaga solo sul presunto «livello occulto». Mentre la stragrande maggioranza dei musulmani in Lombardia fa capo al «Centro Islamico» presieduto da Ali Abu Shwaima, che ieri ha di nuovo condannato il terrorismo: «L’Islam è una religione di pace. Il Corano dice che chiunque uccida un uomo, è come se uccidesse tutta l'umanità».