Il pensiero di Papi, Santi, Dottori e Teologi sulla liceità
della guerra
1. Il fine
legittimo della guerra è la pace nella giustizia
Secondo il
Dictionnaire Apologétique de la Foi Catholique alla voce "Paix et
Guerre" l'insegnamento di Sant'Agostino sulla pace e la guerra può essere
riassunto in quattro topici:
"In primo
luogo vi sono guerre giuste. Sono quelle che tendono a reprimere una azione
colpevole commessa dall'avversario.
"Tuttavia,
la guerra deve essere considerata un rimedio estremo al quale si ricorre solo
dopo aver riconosciuto l'evidente impossibilità di salvaguardare in altri modi
la causa del legittimo diritto. Infatti, pur essendo giusta, la guerra provoca
così numerosi e gravi mali - mala tam magna, tam horrenda, tam saeva - che si
può scatenarla solo se costretti da un imperioso dovere.
"Il fine
legittimo della guerra non è la vittoria con le relative soddisfazioni, ma la
pace nella giustizia, ossia il ristabilimento duraturo di un ordine pubblico in
cui ogni cosa venga rimessa al suo giusto posto. (...)
"Infine,
le disgrazie della guerra costituiscono in questo mondo uno dei castighi
provocati dal peccato. Anche quando la sconfitta umilia quelli che avevano
ragione, è necessario vedere questa dolorosa prova come voluta da Dio per
punire e purificare il popolo dalle colpe delle quali esso deve ammettere la
responsabilità". (1)
2.
Papi e Concili confermano la dottrina di San Tommaso sulla guerra
Ancora secondo
la stessa fonte, S. Tommaso d'Aquino "enuncia le tre condizioni che
rendono legittimo, in coscienza, il ricorso alla forza delle armi.
"1.- Che
la guerra sia intrapresa non da semplici privati, o da una autorità secondaria
(...) ma sempre dall'autorità che esercita nello Stato il potere supremo.
"2.- Che
la guerra sia motivata da giusta causa, ossia che il nemico sia combattuto per
causa di una colpa proporzionata che abbia realmente commesso.
"3.- Che
la guerra sia condotta con retta intenzione, cioè facendo un leale sforzo per
ottenere il bene ed evitare il male, il più possibile (...).
"Questa
dottrina di San Tommaso è confermata, indirettamente ma chiaramente, dalle
Bolle pontificie, dai decreti conciliari del medioevo a proposito della pace di
Dio, della tregua di Dio e della regolamentazione pacifica e mediante arbitrato
dei conflitti tra regni. Sono documenti che per la loro concordanza di pensiero
traducono l'autentica dottrina della Chiesa e lo spirito generale del suo
insegnamento sulle questioni morali riguardanti il diritto di pace e di guerra
(...).
"La
pratica dei Papi e dei Concili corrobora e accredita gli insegnamenti dei
Dottori [sull'argomento], i cui tre principi fondamentali sono posti in rilievo
da S. Tommaso". (2)
3.
Morire o uccidere per Cristo non è criminoso ma glorioso
Sulla liceità
della guerra contro i pagani, S. Bernardo, il Dottore Mellifluo, dice queste
ardenti parole:
"I
cavalieri di Cristo possono con tranquillità di coscienza combattere le
battaglie del Signore, senza temere in alcun modo né di peccare per l'uccisione
del nemico, né il pericolo di morire: poiché in questo caso la morte, inflitta
o sofferta per Cristo, non ha nulla di criminoso e molte volte comporta il
merito della gloria. Infatti, come con la prima si dà gloria a Cristo, così con
la seconda si ottiene Cristo stesso. Il quale senza dubbio accetta volentieri
la morte del nemico come punizione, e ancor più volentieri si dona al soldato
come consolazione. Il cavaliere di Cristo uccide con tranquilla coscienza e
muore con anche maggior sicurezza. Morendo favorisce se stesso, uccidendo favorisce
Cristo. E non è senza ragione che il soldato porta la spada: egli è ministro di
Dio per la punizione dei malvagi e per l'esaltazione dei buoni. Quando egli
uccide un malvagio non è omicida ma, per così dire, malicida; è necessario
vedere in lui tanto il vendicatore che è al servizio di Cristo quanto il
difensore del popolo cristiano. Quando poi muore, bisogna pensare che non è
morto, ma che è giunto alla gloria eterna. Pertanto la morte che egli infligge
è un beneficio per Cristo; quella che riceve è un beneficio per se stesso.
Della morte del pagano il cristiano può gloriarsi perché è Cristo che viene
glorificato; nella morte del Cristiano, la liberalità del Re si manifesta
esaltando il soldato che merita di essere ricompensato. Col soldato si feliciterà
il giusto quando lo vede punire. Si dirà di lui: 'C'è davvero ricompensa per il
giusto; c'è veramente un Dio che giudica sulla Terra'(Ps. 57,12). I pagani non
dovrebbero essere uccisi, se si potesse impedire in qualche altro modo le loro
gravissime vessazioni sottraendo loro i mezzi per opprimere i fedeli. Ma
attualmente è meglio che vengano uccisi affinché, in questo modo, i giusti non
si pieghino davanti alla potenza della loro iniquità, perché altrimenti per
certo rimarrà la frusta dei peccatori sulla stirpe dei giusti". (3)
4.
La protezione della Fede è causa sufficiente per la liceità della guerra
Presentiamo il
seguente giudizio del Dottore Serafico, S. Bonaventura, sull'argomento:
"Per la
liceità [della guerra] si richiede che la persona che la dichiara sia investita
di autorità, che colui che la combatte sia un laico (…), che colui contro il
quale viene fatta guerra sia di una tale insolenza che deve essere represso con
la guerra. Cause sufficienti sono: la protezione della patria, o quella della
pace, o della Fede". (4)
5.
La Sacra Scrittura loda le guerre fatte contro i nemici della Fede
Francisco
Suárez S.J., teologo di riconosciuta autorevolezza nel pensiero cattolico
tradizionale, così si esprime nella sua celebre opera De Bello, in cui riassume
la dottrina della Chiesa sul tema:
"La
guerra, in sé, non è intrinsecamente cattiva, né è proibita ai cristiani. È una
verità di Fede contenuta espressamente nella Sacra Scrittura, poiché
nell'Antico Testamento sono lodate le guerre intraprese da uomini molto santi:
'0 Abramo! Benedetto sei da Dio Altissimo che ha creato il Cielo e la Terra; e
sia benedetto Dio Altissimo per la cui protezione i nemici sono caduti nelle
tue mani' (Gen. 14, 19-20). Passi analoghi si leggono su Mosè, Giosuè, Sansone,
Gedeone, Davide, i Maccabei e altri, ai quali molte volte Dio comandava di far
guerra contro i nemici degli Ebrei; e S. Paolo dice che questi santi hanno
conquistato imperi in favore della Fede. Lo stesso è confermato da altre
testimonianze dei Santi Padri citati da Graziano, come pure da Sant'Ambrogio in
vari capitoli del suo libro sui doveri". (5)
6.
La Chiesa ha diritto e potere di proclamare e guidare una Crociata
Ai nostri
tempi, nel 1956, è stato pubblicato uno studio eminente e molto ben documentato
sul diritto della Chiesa a proclamare la guerra contro gli infedeli e gli
eretici ad opera di Mons. Rosalio Castillo Lara (6), poi elevato al
cardinalato. Quest'opera fornisce dati del massimo interesse per dimostrare
come la Chiesa abbia esercitato de facto questo potere, basandosi su princìpi
di ordine giuridico e dottrinale. Scegliamo alcuni brani dello studio del
citato cardinale che bene illustrano questo atteggiamento combattivo dei papi
medioevali.
"Tutti
gli autori sono concordi nel concedere alla Chiesa un diritto virtuale alla vis
armata, senza la quale sarebbe inutile qualsiasi costrizione materiale. Esso
consiste nel potere di esigere di autorità dallo Stato il servizio della sua
forza armata per scopi puramente ecclesiastici, ossia ciò che abitualmente si
intende per invocare l'aiuto del braccio secolare". (7)
Sulla Crociata
contro gli infedeli e sulla sua proclamazione da parte dei Papi, si legga:
"Le Bolle
della Crociata e i canoni conciliari presentano sempre come fine
principalissimo la riconquista della Terra Santa o, secondo il momento storico,
la conservazione del regno cristiano di Gerusalemme, risultato della prima
Crociata. A ciò si aggiunga la liberazione dei cristiani prigionieri e, di
conseguenza, la lotta per confondere l'audacia dei pagani che insultano l'onore
e il nome dei cristiani. Ad esempio, le motivazioni avanzate per indurre i
fedeli a partecipare alle spedizioni erano tutte di questo genere; giravano
intorno ad un concetto centrale: la santità dei luoghi consacrati dalla nascita,
dalla vita e dalla morte di Nostro Signore Gesù Cristo, che non possono essere
continuamente profanati dalla presenza degli infedeli. La Cristianità ha un
diritto acquisito e imprescrittibile su queste terre (...).
"Questo
concetto religioso impregna completamente tutte le spedizioni delle Crociate e
predomina, almeno virtualmente, sugli altri moventi politici o temporali che ad
esso si mescolavano (...).
"Celestino
III fa vedere che combattere per la Terra Santa equivale a servire Cristo, al
che sono obbligati i suoi seguaci: 'Ecce qui nunc cum Cristo non fuerit, juxta
Evangelicae auctoritatis doctrinam ipse erit adversus' [Colui che ora non si
dichiari in favore di Cristo sarà, secondo quanto proclama autorevolmente la
dottrina evangelica, suo nemico].
"Le Bolle
di Innocenzo III che trattano questo tema sono molto numerose e la finalità non
si distacca dalla linea tradizionale: la Crociata mira 'ad expugnandam
paganorum barbariem et haereditatem Domini servandam ad vindicandam injuriam
crucifixi, ad defensionem Terrae Nativitatis Domini' [per distruggere la
barbarie dei pagani, proteggere l'eredità del Signore e vendicare l'ingiuria
fatta al Crocifisso, difendendo la Terra che ha dato il natale al Signore].
"Tuttavia
Innocenzo III preferisce un terreno più concreto e dà una nuova formula alle
tradizionali motivazioni, ponendo l'obbligo dei cristiani di partecipare alla
Crociata su un piano quasi giuridico: il dovere di vassallaggio che lega i
cristiani al loro Re Gesù Cristo.
"In
una epistola al Re di Francia spiega: Come sarebbe un crimine di lesa maestà
per un vassallo il non soccorrere il proprio signore espulso dalla sua terra e
fatto prigioniero, 'similiter Iesus Christus Rex regum et Dominus dominantium
(...) de ingratitudinis vitio et veluti infidelitatis crimine te damnaret, si
ei ejecto de terra quam pretio sui sanguinis compravit et a Sarracenis in
salutiferae Crucis Ligno quasi captivo detento negligeris subvenire'
[analogamente Gesù Cristo Re dei re e Signore dei dominatori (...) ti condannerebbe
per colpa di ingratitudine e in quanto colpevole del crimine di infedeltà, se
tu, pur essendo Egli espulso dalla terra che ha riscattato a prezzo del Suo
Sangue, e quasi tenuto schiavo dai saraceni nel salvifico Legno della Croce,
trascurassi di accorrere in suo aiuto].
"Onorio
III mette in rilievo l'offesa e il disonore che cadono su Cristo ed i cristiani
per il fatto che la Terra Santa è dominata da empi e blasfemi saraceni. Questo
è motivo sufficiente per prendere le armi (...).
"Il
dovere di vassallaggio è talmente stretto e l'offesa fatta a Cristo deve
spingere in tal modo i cristiani, che colui che si mostrasse negligente
dovrebbe ben temere per la propria eterna salvezza. (...)
"Innocenzo
IV considera la liberazione della Terra Santa come opera strettamente
ecclesiastica, alla quale sono principalmente obbligati i prelati, visto che
porterà grande vantaggio alla Fede cattolica. (...)
"Gregorio
X confessava di non aspirare ad altro che alla liberazione della Terra Santa,
che considerava come principale obiettivo del suo pontificato. (...)
"In
conclusione: per la dottrina ufficiale della Chiesa, le Crociate erano un'opera
santa, dal carattere strettamente religioso. (...) Di conseguenza, esse
rientravano nell'ambito della Chiesa, che prendeva quasi sempre l'iniziativa di
promuoverle, controllarle e guidarle colla propria autorità". (8)
Gli ordini
militari costituivano il braccio armato della Chiesa. Su di essi così scrive
l'erudito porporato nella sua valida opera:
"Gli
ordini militari sono una fedele espressione di ciò che si potrebbe considerare
come la vis armata ecclesiastica. Di fatti i suoi membri erano allo stesso
tempo soldati e monaci. In quanto religiosi, professavano i tre voti
tradizionali su una Regola approvata dalla Santa Sede. In quanto soldati,
formavano un esercito permanente pronto ad entrare in battaglia dovunque
minacciassero i nemici della religione cristiana. Il fine ecclesiastico che
esclusivamente si proponevano e la dipendenza dalla Santa Sede in cui venivano
posti dal voto di obbedienza, ne facevano dei soldati della Chiesa.
"Istituzionalmente
erano religiosi laici [non sacerdoti] consacrati alla guerra in difesa della
Fede. Questo fatto di avere inserito in un quadro di istituzioni puramente
ecclesiastiche un corpo di militari, rivela nella Chiesa l'intima coscienza di
possedere un supremo potere coattivo materiale, del quale partecipavano, come
delegati, questi monaci guerrieri.
"Non c'è
altro modo di spiegare la approvazione di questi ordini. Nell'approvarli, la
Chiesa li rivendicava strettamente come propri e santificava il fine al quale,
per professione, questi cavalieri dovevano tendere, e che altro non era se non
la guerra". (9)
E ancora sulla
liceità della guerra, aggiunge il cardinale:
"Nel
lanciare l'appello alla Crociata, nell'animare i soldati prendendoli sotto la
loro alta direzione, i pontefici non si posero mai il problema della
incongruenza della guerra con lo spirito della Chiesa, né si domandarono se
avevano diritto di organizzare eserciti e lanciarli contro gli infedeli. (...)
I Papi di conseguenza non solo non lo consideravano illecito, ma anzi avevano
coscienza di esercitare in tal modo un proprio potere: il supremo potere di
coazione materiale; né pensavano lontanamente di invadere in tal modo la sfera
del temporale che sapevano riservata solo allo Stato.” (10)
Note:
(1) Yves de la Brière, S.J., Paix et
Guerre, in Dictionnaire Apologétique de la Foi Catholique, Gabriel Beauchesne
Editeur, Paris 1926, T. III, col. 1260.
(2)
idem, coll. 1261-1262.
(3)
De laude novae militiae, Migne Patrologia Latina, t. 182, col. 924.
(4) Opera Omnia, Ed. Vives, Paris,
1867, t. X, p. 291.
(5) De Bello, Sectio I, 2; Cfr. Luciano
Pereña Vicente, Teoría de la Guerra en Francisco Suárez, C.S.I.C., Madrid,
1954, vol. II, pp. 72 e 74.
(6) Coacción eclesiástica y Sacro
Romano Imperio - Estudio jurídico-histórico sobre la potestad coactiva material
suprema de la Iglesia en los documentos conciliares y pontifícios del período
de formación del Derecho Canónico clásico como un presupuesto de las Relaciones
entre Sacerdotium e Imperium, Auustae Tarinorum, Torino, 1956, 303 pp.
(7) Op. cit., p. 69.
(8) Op.cit., pp. 85-89.
(9) Op. cit., pp. 109-110.
(10) Op. cit., p. 115.
(Apud "Nobiltà ed élites
tradizionali analoghe nelle allocuzioni di Pio XII al Patriziato ed alla
Nobiltà romana", di Plinio Corrêa de Oliveira, Marzorati Editore, 1993,
pp. 251-254 - http://www.intratext.com/X/ITA0372.htm)