Avvenire, Domenica 14 Ottobre 2001
i
ribelli musulmani e l'esercito di Manila
Abu
Sayyaf, il «volto filippino» di Benladen
Giorgio Licini
I ribelli
filippini di Abu Sayyaf, che hanno evidenti legami con l'organizzazione di
Ossama Benladen e che sono entrati nel mirino degli Stati Uniti, hanno ieri
decapitato due filippini di religione cristiana poco dopo averli sequestrati
sull'isola di Basilan, nel sud delle Filippine. Venerdì le autorità avevano
invece confermato che il corpo ritrovato la settimana scorsa sempre sull'isola
di Basilan, è quello di Guillermo Sobero, il 40enne cittadino californiano di
origine peruviana, che era stato rapito nel maggio scorso e di cui i ribelli
avevano già annunciato la decapitazione senza che però venissero mai trovati i
suoi resti. Sobero era stato rapito, mentre era in vacanza, il 27 maggio scorso
insieme a una coppia americana di missionari e a 17 filippini. La coppia di
missionari, Martin e Gracia Burnham, secondo alcuni testimoni sarebbe invece
ancora viva. Per loro, e per tutti gli altri ostaggi filippini ancora nelle
mani di Abu Sayyaf, il governo americano ha chiesto «il rilascio immediato,
sicuro e senza condizioni».
Sulla
situazione a Basilan e sui retroscena che riguardano il gruppo Abu Sayyaf
pubblichiamo ampi stralci del reportage di Giorgio Licini, che apparirà sul
numero di novembre del mensile «Mondo e Missione», insieme al dossier di «Asia
News» che raccoglie il vademecum dei movimenti islamici nel mondo, curato da
Camille Eid. Questo dossier, oltre a un glossario per orientarsi nei termini
maggiormente usati a proposito di islam politico e radicale, offre una
panoramica di tutti i movimenti politici islamici suddivisi per Paese. Al
termine viene poi presentata una esauriente bibliografia per chi volesse
approfondire ulteriormente il tema.
«Se riesco ad
avvicinarmi al governatore di Basilan gli pianto un coltello in gola con queste
mie stesse mani», mi dice disperata e tra le lacrime un'anziana donna musulmana
a Zamboanga City. Il figlio è stato arrestato in agosto con l'accusa di essere
un fiancheggiatore di Abu Sayyaf e tradotto nel carcere della città insieme ad
altre decine di basilenos al solo scopo di far vedere che le forze di sicurezza
stanno facendo qualcosa. «Ma - confermano altri testimoni - ne hanno
approfittato per regolare questioni personali e metter dentro avversari
politici dell'uomo forte», non solo sostenitori del noto gruppo terroristico.
È lui,
l'ustadz Wahab Akbar, governatore della piccola isola di Basilan, sette
municipalità con meno di 300 mila abitanti, di cui quasi due terzi musulmani,
l'uomo-chiave della nuova crisi politica e sociale che attanaglia le Filippine
meridionali, dopo la cattura da parte di Abu Sayyaf di una ventina di ostaggi
sulla lontana isola di Palawan nel maggio scorso; sullo sfondo una vicenda
contorta e variegata che affonda le sue radici nel panorama politico nazionale
e internazionale degli anni Ottanta.
A quel tempo
Akbar è un uomo di religione, colto, formatosi in Egitto, un giovane
predicatore ed insegnante di arabo, membro del Moro National Liberation Front
(Movimento nazionale di liberazione moro, Mnlf). Sogna per l'isola di Basilan
un modello sociale, culturale e politico strettamente islamico, senza più
simboli cristiani e tradizioni spagnole. Nello stesso periodo (1986) Abdurajack
Janjalani, invece di tornare in patria dopo gli studi islamici in Arabia
Saudita e Libia, si unisce ai mujaheddin che combattono i russi in Afghanistan.
Dopo la vittoria nel 1989 Janjalani torna a Basilan, dove non ci sono russi da
combattere, ma un Mnlf che, sotto la guida storica del più laico professor Nur
Misuari, si avvia ad un accordo di compromesso col governo di Manila,
rinunciando all'idea di uno Stato islamico indipendente. Nel 1990 Akbar e altri
escono dal Mnlf e, insieme con il gruppo di Janjalani, danno vita al Movimento
islamico, una formazione di soli 20 individui, ma destinata a crescere ed
essere conosciuta come Abu Sayyaf («Portatore della spada»).
(...) È quasi
impensabile che tutto sia avvenuto senza la collaborazione e il consenso, in
qualche modo ripagato, dei vertici politici e militari filippini. Ma ciò che
risulta decisivo, per le conseguenze interne, è il sostegno dato a suo tempo
dall'esercito di Manila al nuovo gruppo a Basilan, allo scopo di contrastare
l'egemonia del Mnlf in campo musulmano, fino all'ascesa di Akbar ai vertici
dell'amministrazione provinciale, avvenuta nel 1998.
(...) In
questo contesto si spiegano le pesanti accuse lanciate in settembre da padre
Cirilo Nacorda, parroco di Lamitan, contro presunte collusioni tra ufficiali
dell'esercito e il gruppo Abu Sayyaf: corruzione, vendita di armi, finte
operazioni di rastrellamento (...).
I fatti
dell'11 settembre a New York e Washington hanno introdotto un elemento di
novità anche nella crisi filippina. Il 10 ottobre, infatti, il governo ha
annunciato l'imminente arrivo nel Paese di alcune decine di esperti militari
americani in funzione antiterroristica con una speciale attenzione al gruppo
Abu Sayyaf. (...) Questo gruppo è sospettato da tempo di mantenere contatti con
Ossama Benladen. Alcuni individui hanno certamente avuto a che fare con la sua
organizzazione in Afghanistan: la presenza di cittadini filippini in campi di
addestramento in quel Paese viene data per certa. Benladen sarebbe visssuto in
passato a Mindanao per un periodo di due anni. Avrebbe arruolato nel suo
gineceo una bellezza locale; mentre una sorella dell'uomo più ricercato del
mondo sarebbe andata in sposa a tale Mustapha Jammal Khalifa, un uomo d'affari
filippino attraverso il quale sarebbero passati i soldi di Benladen per
foraggiare Abu Sayyaf.
(...) A
Basilan, comunque, il problema rimane fondamentalmente uno solo: che fare del
governatore Wahab Akbar e di quel gruppo armato di fondamentalisti poi
diventati banditi e rapitori, che si è sviluppato in contemporanea alla sua
ascesa politica? E come risolvere l'intreccio di interessi politici e di
corruzione, di tangenti e di spartizione dei proventi dei rapimenti con gli
ufficiali dell'esercito? Come riportare pace e unità nel campo musulmano, dopo
che il governo stesso ha prodotto divisione in vista di un maggiore controllo?
Una partita difficile, ancora in buona parte da giocare, ma che sarebbe stata più semplice se la considerazione di vantaggi immediati in passato fosse stata accompagnata da un'accurata valutazione delle conseguenze a più lunga scadenza. Esattamente come in Afghanistan.