SUDAN, 17 OTT 2001
(12:32)
Proseguono i
bombardamenti contro la popolazione civile nel Bahr el Ghazal (Sudan
meridionale). Lo riferiscono fonti locali, precisando che l’area interessata è
la contea di Aweil orientale, oltre 200 chilometri ad est di Raga, l’importante
centro abitato recentemente tornato in possesso dell’esercito di Khartoum. Il
raid aereo è avvenuto domenica 7 ottobre ma è stato reso noto solo ieri.
I villaggi
colpiti, su cui sono state scaricate sei bombe ciascuno, sono Gukic e Mayom
Deng Akol (distretto di Mangok). Il bilancio è tragico: sedici persone morte,
di cui quindici bambini di età compresa tra i 4 e i 12 anni. Vi sono anche otto
feriti, tutti minori tra i 3 e i 13 anni d’età. Nei giorni scorsi, inoltre,
sono stati segnalati pesanti e ripetuti bombardamenti contro il villaggio di
Mangayath (30 chilometri a sudest di Raga).
La dinamica di
una di queste incursioni ha destato scalpore. Un bombardiere Antonov, infatti,
è giunto sul bersaglio poco prima che arrivasse il velivolo per il trasporto
degli aiuti umanitari del Pam (Programma alimentare mondiale). Fonti della
MISNA hanno affermato che proprio l’attesa del mezzo dell’agenzia umanitaria ha
contribuito ad affollare la pista di atterraggio. Il bilancio dei raid sarebbe
stato di un morto e quattordici feriti. Secondo le nostre fonti, inoltre, a
Mangayath non vi sarebbero ribelli dell’Esercito di liberazione popolare del
Sudan (Spla), ma solo alcuni gruppi di uomini armati a difesa della località.
Dopo l’11
settembre, il giorno dell’attacco terroristico agli Usa, e successivamente
all’inizio delle operazioni aeree angloamericane in Afghanistan,
l’atteggiamento del governo sudanese nei confronti della ribellione a sud si è
irrigidito. Khartoum condanna il terrorismo islamico all’estero ma approva il
jihad in patria. Se da una parte offre il proprio appoggio agli Usa contro il
fondamentalismo (traendone un immediato tornaconto con l’annullamento dell’embargo
deciso cinque anni fa dall’Onu per il sostegno dato agli attentatori del
presidente egiziano Hosni Mubarak), dall’altra inneggia alla guerra santa
contro lo Spla.
In un discorso
tenuto di recente a Khartoum davanti ai mujahidin in partenza per il fronte
meridionale, il vicepresidente Ali Osman Taha ha affermato che “il jihad è la
nostra strada, non la abbandoneremo e terremo alta la sua bandiera”.
Ma non è solo contro i ribelli del sud che viene proclamato il jihad. Ieri, migliaia di persone (2mila secondo alcune fonti, 8mila per altre) hanno sfilato nella capitale al grido di “morte e distruzione all’America”, inneggiando e portando ritratti di Osama bin Laden, il miliardario saudita a capo della rete terroristica di Al Qaeda, e bruciando una effigie del presidente degli Usa, George W. Bush. Quello stesso capo della Casa Bianca che nei giorni scorsi ha ricevuto gli elogi di Qutbi el Mahdi, il consigliere del presidente Omar Hassan el Beshir per gli Affari politici, e i cui delegati dovrebbero giungere a Khartoum il prossimo mese, per migliorare i rapporti tra i due Paesi ma, soprattutto, per coinvolgere il Sudan nella lotta al terrorismo internazionale.
Nella manifestazione di martedì, studenti, avvocati, sindacalisti e anche numerose donne hanno marciato fino all’ingresso della sede delle Nazioni Unite nel centro della capitale, senza provocare incidenti e forti, sicuramente, dell’autorizzazione del governo. Ad organizzare il corteo è stata una nuova sigla del panorama politico sudanese, l’Organizzazione popolare per la solidarietà con il popolo afgano. “La situazione interna in Sudan è sempre più enigmatica”, dichiara alla MISNA padre John Antonini, direttore della Comboni Press. “È difficile capire – prosegue il sacerdote – cosa significhi davvero il riavvicinamento di Khartoum a Washington e, contemporaneamente, la tolleranza, se non la aperta approvazione, delle manifestazioni di piazza contro la politica estera degli Usa”. Padre Antonini, che ha trascorso oltre venti anni della sua vita missionaria nella capitale sudanese, ha però un sospetto. “Beshir – continua l’intervistato – ha provato a estromettere dall’attività politica Hassan el Tourabi, l’ex presidente del parlamento e leader del Congresso popolare nazionale (Pnc), il portabandiera dell'integralismo sudanese. Non credo, però, che questa operazione sia riuscita. Tourabi è ancora un uomo forte nel Paese, nonostante gli arresti domiciliari a cui deve sottostare. È imparentato con Osama, che lo ha finanziato per anni, e il suo potere economico è rimasto intatto. Negli anni passati aveva creato un esercito e un servizio di intelligence parallelo a quello del governo, un sistema che gli permette di controllare vasti settori della società e dell’economia sudanese, comprese alcune frange delle stesse forze armate. Non credo che Tourabi sia estraneo a quello che sta accadendo in Sudan”.
I bombardamenti contro i civili nel sud del Paese sembrano intensificarsi nelle ultime settimane. “Forse Khartoum, dopo la cancellazione delle sanzioni – aggiunge il missionario – si sente più libera di agire. Del resto, la strategia dei bombardamenti è sempre la stessa. Terrorizzare la popolazione per costringerla alla fuga, liberando in questo modo porzioni di territorio la cui concessione è già stata promessa alle compagnie petrolifere per lo sfruttamento dei giacimenti. Prima riusciranno a creare il vuoto e prima cominceranno le trivellazioni. Questo è il vero obiettivo di Khartoum: fare il vuoto in queste zone strategiche per il petrolio, ‘pacificarle’ per consegnarle ai consorzi di imprese che intendono sfruttarle”. I Paesi che hanno proprie società titolari di concessioni in Sudan sono Canada, Cina, Francia, Iran, Malesia, Olanda, Qatar e Svezia. La guerra civile nelle regioni meridionali del Sudan è iniziata nel 1983 ed ha causato oltre 2 milioni di morti, molti dei quali civili. (GM)