"Roma", 25 ottobre 2001

Nell'Islam c'è un problema di fondo

 

Giovanni Formicola

 

“Un fremito d’orrore corse per l’Occidente quando nell’846 gli Arabi risalirono il Tevere e, dilagando per la campagna, saccheggiarono le basiliche di S. Pietro e di S. Paolo”.

Così narrava lo storico Giorgio Falco (1888-1966) nel suo La Santa Romana Repubblica. Profilo storico del Medio Evo, pubblicato nel 1942 con lo pseudonimo di Giuseppe Fornasieri, cui dovette ricorrere a causa delle leggi razziali, essendo ebreo.

Solo il costituirsi di una Lega italiana, fra Roma, Gaeta, Napoli ed Amalfi  il senso nazionale non fu certo inventato dal così detto Risorgimento, e perché si manifestasse, per quanto possa essere ritenuta opportuna, non era necessaria l’unità politica della nazione in un solo Stato, tre anni dopo sventò la minaccia, sconfiggendo in un’epica battaglia navale alle foci del Tevere la flotta musulmana, che si era presentata per ritentare il colpo.

L’islam aveva in quell’epoca già conquistato il Medio Oriente ed il nord Africa, e aveva provato a risalire l’Europa seguendo la pista della penisola iberica, lungo la quale giunse a minacciare il regno dei Franchi, venendo fermato a Poitiers nel 732 (o 733 secondo i più recenti studi storici), sconfitto in un’altra storica battaglia da Carlo Martello.

I tentativi di conquista  attraverso le incursioni marine dei pirati saraceni, che mutarono il quadro urbano e socio-economico lungo tutte le coste non islamizzate del Mediterraneo, e provando a risalire in armi la penisola italica e quella balcanica  si protrassero almeno fino al 12 settembre 1683, quando, ancora in un’altra storica battaglia, sotto le mura di Vienna l’esercito della mezza luna fu sconfitto ed in quella occasione per celebrare la vittoria fu inventato il croissant o “cornetto”: mezza luna da mangiare con gusto, dopo che anche la sua flotta era stata sbaragliata a Lepanto il 7 ottobre 1571 da quella cristiana, nella quale si distinsero soldati e condottieri napoletani.

Sempre, comunque, l’islamizzazione è stata perseguita ed ottenuta piuttosto mediante la conquista militare e la conseguente instaurazione di un regime islamico, la cui legge o impone la conversione o comporta la menomazione giuridica con assoggettamento ad imposta degl’“infedeli”, che mediante la predicazione e la conversione volontaria. 

Infatti, a tutt’oggi nella maggior parte dei paesi islamici  tali perché militarmente conquistati in illo tempore e diversamente da quanto accaduto per la penisola iberica, per la Sicilia e per parte della penisola balcanica, mai liberati  non solo è vietato o fortemente limitato oltre il culto diverso da quello musulmano, lo stesso possesso, per quanto non vengano ostentati, di simboli di altre religioni, ma addirittura il codice penale di alcuni di essi commina la pena di morte in caso di apostasia dall’islam, mentre i seguaci di altre religioni sono anche “diminuiti” nei loro diritti civili.

Ed è l’esperienza dei copti in Egitto, dei maroniti in Libano ed in Siria, e soprattutto dei cristiani serbi e croati, greci ed albanesi, bosniaci e macedoni, greci e romeni in circa cinque secoli di assoggettamento ad un potere imperiale islamico quale fu quello Ottomano.

Tutto questo, non in disobbedienza al Corano, ma nello sforzo di conformare ad esso  fino alla coincidenza  la legge civile, secondo quanto lo stesso Libro prescrive, e secondo l’autocomprensione che sempre l’islam ha avuto di sé come “religione e società e Stato”, che rifiuta ogni distinzione tra la religione e le sue leggi e la comunità civile e le leggi proprie di questa.

Il che porta alla negazione delle più elementari libertà, così come tradizionalmente le conosce e le pratica l’Occidente.

D’altra parte, lo stesso Corano distingue il mondo tra terra “sottomessa” (questo il significato di musulmano) e terra in cui portare la guerra per sottometterla ad Allah.

A tal fine ogni mezzo è lecito, anche la deterrenza terroristica: la sura VIII del Corano prescrive di preparare, contro quelli che “di fronte ad Allah” sono le “bestie peggiori”, i “miscredenti”, “tutte le forze che potrete raccogliere e i cavalli addestrati per terrorizzare il nemico di Allah e il vostro”.

Tutto ciò nonostante, all’indomani di quello che non può essere ritenuto un semplice atto terroristico, c’è ancora chi ritiene di poter dire che non lo si debba inquadrare in un contesto di scontro tra Occidente ed Islam.

Ma se indubitabile è ormai la matrice di un atto che quantitativamente per numero di vittime equivale alla sparizione della popolazione di una media città italiana, e qualitativamente segna la superiorità operativa di un mondo che oltre ai mezzi possiede un vantaggio “culturale” ineguagliabile nella disponibilità di soggetti pronti ad uccidere se stessi  perché così si conquista il paradiso  per sterminare chiunque  giovane o vecchio, donna o bambino, ricco o povero  appartenga alla “terra da conquistare”, allora bisogna dire che lo scontro è già nelle cose, anche se l’Occidente non vuole riconoscerlo.

Ed è uno scontro che dura da oltre mille anni, dalla stessa nascita dell'Islam, di cui in qualche modo costituisce una sorta di “ragione sociale”.

Esso può aver conosciuto livelli diversi d'intensità in funzione dei rapporti di forza concreti e del prevalere in campo islamico di guide più o meno aggressive, ma per definizione, cioè per comando divino, l'Islam non vi può rinunciare.

A proposito di esso, sembra di sentire le stesse litanie che correvano di fronte alla minaccia comunista, quando questa si manifestava attraverso il terrorismo, ma anche attraverso episodi di vera e propria guerra guerreggiata.

“Bisogna distinguere…, non bisogna incattivire un intero mondo per le intemperanze di qualche frangia estrema…, non tutti i comunisti sono così…, anzi bisogna dialogare con le loro forze istituzionali per contenere quelle estreme…”, e così via salmodiando.

Ma solo quando all’“impero del male” si è mostrato finalmente il muso duro, costringendolo ad inseguire l’Occidente nel programma politico-militare del riarmo e delle così dette “guerre stellari”, esso è imploso sotto il peso delle sue contraddizioni, sotto il peso della miseria, dell’arretratezza, del terrore e dell’ingiustizia che ne erano l’unico portato.

Certo non tutti i comunisti erano terroristi ed estremisti, come non tutti i cristiani sono tali davvero, e nemmeno tutti i musulmani sono bellicosi e puntano alla conquista dell’Occidente.

Ma, come nel comunismo, anche nell’islam vi è un nucleo dottrinale che lo rende irriducibile ai canoni propri della civiltà e della cultura occidentali e cristiane.

O l’islam smette di essere tale, ovvero, come dimostra oltre che la sua dottrina una storia ultramillenaria, esso non rinuncerà mai alla conquista ed all'assoggettamento del resto del mondo. Con qualunque mezzo. E questo al di là delle buone intenzioni di singoli e comunità musulmane.

Anche perché nell’islam non v’è una figura nemmeno lontanamente paragonabile funzionalmente a quello che è il Papa per i cattolici: non v’è un’autorità universale, né di governo, né di magistero, che possa dare direttive vincolanti e definire la ortodossia dottrinale.

Per cui, mancando da un lato chi possa garantire per l’intera comunità, e dall'altro lato prestandosi, per dire il meno, il Libro ad interpretazioni che inducono  ormai da oltre milletrecento anni  alla conquista militare della terra infedele ed all’uccisione o alla conversione forzata del miscredente, sembra proprio che ogni superficialità nel valutare il pericolo sia per lo meno imprudente.

Figuriamoci il negarlo.

È evidente che qui non si tratta di proclamare guerre sante o crociate che però un Occidente incline all’autodemolizione, essendosi sollevato contro le proprie radici culturali ed avendo perso ogni stima di sé, ha calunniato e rinnegato, mentre se fossero state vinte, come si vinse alle foci del Tevere, a Poitiers, a Lepanto, a Vienna (chi sono gli aggrediti?), lo vedrebbero oggi di fronte ad un nemico in meno , ma almeno di riconoscere l’esistenza di un pericolo e di prepararsi ad affrontarlo, con mezzi umani e leciti, ma pur sempre ad affrontarlo.

Non è elegante autocitarsi, ma solo qualche mese fa scrivevo, a proposito dell’immigrazione islamica, che poteva “essere in gioco, oltre l’identità culturale e religiosa  per quel che ne sopravvive  d’Europa, oltre il suo modello sociale e di libertà, la stessa vita degli uomini che la popolano”.

Purtroppo i fatti non mi hanno smentito.

 

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