ARABIA SAUDITA
Nell’anno nuovo i cristiani ancora dietro le sbarre

Riad (Fides) – Continua la sofferenza per i cristiani in carcere in Arabia Saudita. Tredici cristiani hanno trascorso capodanno dietro le sbarre, nonostante le promesse del governo di liberarli già a Natale. I 13, accusati di propagazione della fede cristiana, sono stati arrestati dalla polizia religiosa saudita fra luglio e settembre 2001 a Jeddah e condotti nel carcere di Sharafiah. Sono: Prabhu Isaac (indiano); Eskinder Menghis, Kebrom Haile, Joseph Girmaye (eritrei); Gabayu Tefer, Tinsaie Gizachew, Bahru Mengistu, Beferdu Fikri, Mesfin Berhanu, Gene Haileab, Worku (etiopi); Afobunor Okey Buliamin (nigeriano); Dennie R. Moerno Lacalle (filippino). Sette di loro sono sposati con figli. Sono tutti lavoratori immigrati impiegati in compagnie saudite e si riunivano nelle loro abitazioni private per incontri di preghiera.

Secondo l’organizzazione Middle East Concern, dopo l’amnistia generale concessa a dicembre 2001 dal re per la fine del Ramadan, le autorità saudite avevano promesso ai cristiani il rilascio in occasione del Natale e l’espulsione dal paese. Due di loro avevano pure chiesto la restituzione di oggetti e beni confiscati, ed era stata loro accordata. Il 24 dicembre fonti dei consolati di India e Nigeria hanno confermato di aver ricevuto comunicazione non ufficiale sull’imminente rilascio dei loro cittadini. Ma questa comunicazione è stata smentita: lo stesso giorno, vigilia di Natale, nove cristiani (quattro etiopi, due eritrei, un indiano, un nigeriano e un filippino) sono stati trasferiti nel carcere di Trahyl, che accoglie i detenuti in attesa di espulsione dal paese. Si teme ora che il loro soggiorno in un questo carcere, prima del provvedimento di espulsione, possa durare mesi. I cristiani chiedono di potere sistemare i loro affari prima di lasciare l’Arabia.

Christian Solidarity Worldwide (CSW), associazione che difende i cristiani nel mondo, afferma che le condizioni carcerarie a Jeddah sono disumane. Nelle celle vi sono infiltrazioni di acqua, i pasti sono serviti da una pentola che non viene mai lavata, i servizi igienici sono allagati e non sono permesse visite di familiari. Dopo molte difficoltà, solo alcuni esponenti dei consolati sono stati autorizzati a incontrare i prigionieri. Stuart Windsor, direttore nazionale di CSW, afferma: "Siamo sconcertati per il modo in cui questi uomini vengono trattatati. Non sono colpevoli di nient’altro che la pratica privata della fede cristiana ma sono stati messi in carcere e trattati come criminali". "Non sappiamo più cosa fare", ha detto un esponente del consolato nigeriano in Arabia. "Abbiano scritto numerose lettere di protesta e la nostra ambasciata è intervenuta presso le autorità saudite", ma senza ottenere alcun effetto.

Secondo gli osservatori, il fatto è ben più grave se si considera che il 10 dicembre scorso il re saudita Fahd ha promulgato un’amnistia per oltre 12mila prigionieri, circa la metà della popolazione carceraria del paese. Il provvedimento, concesso per la fine del Ramadan, ha investito i colpevoli di reati minori come debiti non assolti o rissa in pubblico, ma non i colpevoli di reati gravi come omicidio, traffico di droga e crimini morali come l’adulterio. I cristiani, accusati di "reati religiosi", sono rimasti in carcere. La versione radicale dell’Islam applicata in Arabia Saudita proibisce manifestazioni pubbliche di culto non islamico. Sebbene i funzionari sauditi dicano che ai cristiani è consentito incontrarsi in privato per la preghiera, la polizia religiosa spesso arresta quanti lo fanno. (Fides 3/01/2002)