Avvenire, Giovedi 03 Gennaio 2002
L'economista statunitense resta scettico sulle prospettive dell'euro.
"La Gran Bretagna non deve aderire"
Il Nobel Friedman: un errore imposto dall'alto
"Colpisce l'immobilismo della Bce"
"Impossibile un'unica politica monetaria"
Ivana Arnaldi
NEW YORK. Per la maggior parte degli economisti e dei commentatori economici, l'introduzione dell'euro nel mercato valutario potrebbe costituire uno stimolo per l'economia globale e favorire una maggiore stabilità tra le monete.
Una voce da sempre dissonante è quella di un liberista per eccellenza, Milton Friedman, docente emerito dell'Università di Chicago - e Senior Fellow presso la Hoover Institution di Stanford in California, oltre che premio Nobel per l'economia nel 1976 - il quale è persino meravigliato che l'Europa sia riuscita a concretizzare l'introduzione di nuove monete e banconote. L'economista statunitense, però, ha lo spirito di riconoscere di essersi sbagliato, nonostante persista nel proprio scetticismo sul futuro dell'euro moneta.
Professore, l'euro è ormai una realtà e Lei è ancora scettico. Perché?
È vero che in passato sono avvenute unioni monetarie o adesioni di vari Paesi a una sola moneta. Ma, allora, esisteva anche la possibilità che ciascun Paese potesse tirarsene fuori, se ne avesse ravvisato la necessità. Nella storia, però, non è mai accaduto che una Banca centrale dettasse la politica monetaria e le norme di tanti Paesi differenti, così come è avvenuto per l'Unione europea, dove l'euro è stato imposto da una ristretta élite.
Come si spiega però l'entusiasmo per l'euro da parte degli ambienti economici?
Penso che ad essere favorevoli all'introduzione dell'euro siano le grandi imprese, piuttosto che le piccole. E questo, per motivi comprensibili. Ma poi, perché imporre ai cittadini, dall'alto, un progetto politico e non servirsi, invece, dell'istituto referendario? In Danimarca, i cittadini hanno risposto no al referendum. Anche in Francia, il sì ha prevalso di stretta misura. In Italia, invece, il referendum non c'è mai stato.
Le condizioni economiche dell'area euro, però, sono favorevoli e quando i consumatori cominceranno ad usare le banconote euro, questo dovrebbe rafforzarsi. Non è d'accordo?
Tra tutti i risultati discutibili raggiunti dalla Banca centrale europea, quello che colpisce di più è l'immobilismo. Si continua solo a ribadire che le prospettive di crescita dell'Ue sono positive. Viene però tralasciato il fatto che nei Paesi aderenti il cammino delle riforme strutturali è lento e non si insiste mai abbastanza sul richiamo alla moderazione salariale. Quando, nel gennaio 1999, l'euro venne virtualmente istituito, il suo cambio avveniva a 1,18 dollari; poi c'è stato un continuo calo. Per esempio, l'incubo prospettato per gli inglesi da "Britain in Europe", i sostenitori della moneta unica, non si è mai verificato. Si parlava allora della perdita di 8milioni di posti di lavoro, della crisi degli investimenti, soprattutto nel settore automobilistico e del crollo dei mercati londinesi. Le previsioni non potevano essere più errate.
Tony Blair, però, insiste nel dire che la Gran Bretagna dovrà aderire alla moneta unica...
Sono convinto che l'Inghilterra non aderirà all'area euro e, se dovesse aderire, penso che commetterebbe un errore.
In verità, in passato, negli stessi Paesi aderenti all'euro, vi sono state tensioni che sembravano compromettere la stabilità dell'Unione monetaria. Tali tensioni, però, sono state superate. Secondo Lei, quali sono i rimedi da adottare?
Il fatto è che non tutti i Paesi membri avranno bisogno, nel futuro, della stessa politica monetaria. Ci sono Paesi che dovranno adottare un tipo di politiche monetarie, altri invece, avranno bisogno di una politica monetaria diversa. Allora, la Banca centrale dovrà intervenire e adottare un compromesso che costituisce sempre un compromesso politico tra interessi ed esigenze diverse; quindi, non potrà accontentare tutti. Per rimediare si potrebbe tentare di rendere flessibili i prezzi e i salari, ipotesi che non mi sembra facilmente realizzabile considerata la forte pressione sindacale esistente, soprattutto in Italia. È vero che la creazione di un unico mercato finanziario può contribuire ad aumentare il movimento dei capitali che è certamente favorevole all'aggiustamento economico. Non garantisce, però, una possibile linea guida per una stabile politica economica di lungo periodo.