Il Giornale, 21 gennaio 2002

L’ex abate di Guadalupe al Vaticano: "Non proclamate un santo inesistente"

Andrea Tornielli

"L’esistenza dell’indio Juan Diego non è stata dimostrata… Potremmo ottenere molte firme di ecclesiastici preparati come di laici intellettuali che avallano questa nostra lettera. Ma non vogliamo provocare uno scandalo inutile. Semplicemente intendiamo evitare che la nostra Chiesa diminuisca la sua credibilità". Sono alcuni passaggi della clamorosa lettera che alcuni noti prelati messicani, tutti a vario titolo legati alla Basilica di Guadalupe, hanno inviato in forma strettamente riservata al cardinale Angelo Sodano lo scorso 4 dicembre. Un tentativo estremo e disperato di bloccare la canonizzazione dell’indio a cui – secondo la tradizione – la Madonna apparve nel dicembre 1531, lasciando impresso sul suo povero mantello da contadino una misteriosa immagine esposta e venerata ancora oggi da milioni di persone nel santuario mariano più visitato del mondo. L’indio messicano, beatificato da Giovanni Paolo II nel maggio 1990, otterrà l’aureola di santo il prossimo luglio durante una cerimonia presieduta dallo stesso Pontefice a Città del Messico.

La missiva, della quale Il Giornale è venuto ora in possesso, ha creato un certo scalpore in Vaticano, perché è giunta proprio alla vigilia del riconoscimento da parte di Papa Wojtyla del miracolo attribuito all’intercessione del beato Juan Diego. Cioè dell’ultimo lasciapassare per la canonizzazione, che è stato promulgato prima di Natale, insieme con quello per Padre Pio e per Josémaria Escrivà, il fondatore dell’Opus Dei.

Secondo i prelati firmatari – monsignor Guillermo Schulenburg, abate emerito di Guadalupe, Carlos Warnholtz, professore di Diritto alla Pontificia università messicana, Esteban Martìnez, ex direttore della biblioteca della basilica di Guadalupe e Manuel Olimòn, maestro della Pontificia università messicana – la Santa Sede sta commettendo un grosso errore: dovrebbe fare marcia indietro e rimandare sine die la canonizzazione, atto che implica l’infallibilità papale, perché è impossibile proclamare santo qualcuno che forse non è mai esistito. I quattro monsignori scettici, che continuano a vivere a spese della basilica dedicata all’apparizione che contestano, non sono nuovi a iniziative del genere: Schulenburg, chiacchierato per la sua notevole ricchezza e la passione per le auto di lusso, nel 1996 aveva detto a chiare lettere di dubitare dell’esistenza dell’indio e della veridicità dell’apparizione. I messicani, devotissimi alla Vergine di Guadalupe, considerarono quelle posizioni un’offesa e il potente abate fu costretto a dimettersi. Nel 1999 gli stessi quattro avevano scritto al Vaticano cercando di bloccare il processo di canonizzazione. Ora sono tornati alla carica, senza addurre nuove argomentazioni. L’ambiente intellettuale in cui nasce la loro critica è quello razionalista, che tende a considerare dei miti le apparizioni e i miracoli, arrivando a dubitare anche di quelli descritti del Vangelo.

La risposta di Roma non si è fatta attendere. Lo scorso 20 dicembre, l’Osservatore Romano, senza citare la lettera dei prelati messicani, ha pubblicato un documentatissimo saggio storico del comboniano Fidel Gonzalez, rettore della Pontificia università Urbaniana, che fa il punto sugli studi relativi a Juan Diego citando molte scoperte degli ultimi anni, stranamente ignorate dai "contestatori". Tra queste il codice "Escalada", scoperto da un gesuita spagnolo, che presenta l’atto di morte di Juan Diego, datato 1548, e porta la firma di Antonio Valeriano, l’autore del poema in lingua indigena che descrive le apparizioni.

Ma anche altri documenti del Settecento, ancora inediti. Gonzalez, insieme con altri storici, ha indagato a fondo per conto della Congregazione per le cause dei santi, approfondendo ogni possibile obiezione. Ha potuto constatare con i documenti alla mano che non ci sono dubbi sull’esistenza dell’indio veggente. Soltanto dopo quest’inchiesta a tutto campo, rigorosissima dal punto di vista della metodologia storica, pubblicata in un poderoso volume di oltre cinquecento pagine (El encuentro de la Virgen de Guadalupe y Juan Diego), Roma ha dato il via libera al proseguimento della causa di canonizzazione che ha portato a riconoscere il miracolo attribuito all’indio: la salvezza di un giovane drogato che aveva tentato di suicidarsi gettandosi dal terzo piano e cadendo si era sfasciato il cranio.

Giovanni Paolo II, devoto della Madonna di Guadalupe, ha così deciso di aderire alla richiesta che il cardinale di Città del Messico, Norberto Rivera Carrera, gli ha rivolto: se la salute glielo permetterà, il 28 luglio, di ritorno dalla Giornata della gioventù di Toronto, volerà nella capitale messicana per proclamare santo l’umile indigeno sulla cui esistenza la Chiesa non ha alcun dubbio.