Avvenire, 6 febbraio 2002
Khartum – È stata applicata per la prima volta la sharia a una non islamica. Appello per una campagna internazionale
Sudan, donna cristiana condannata alla lapidazione
Khartum. Dopo il "caso Safiya", che ha portato all’attenzione dell’opinione pubblica internazionale l’applicazione della sharia (legge islamica) in alcuni Stati settentrionali della Nigeria, una nuova, sconcertante vicenda riguarda ora una donna sudanese incinta. Si chiama Abok Alfa Akok, ha 18 anni ed appartiene alla popolazione dei Dinka della regione del Sud Darfur, nel Sudan occidentale.
Al di là della drammaticità, la vicenda costituisce però anche un precedente pesantissimo: la giovane donna è infatti cristiana – come ha riferito l’agenzia Misna – ma è stata giudicata in base ai principi della sharia. E il verdetto è stato di morte: condannata all’atroce supplizio della lapidazione. Il suo "crimine" è di essere rimasta incinta in seguito a un rapporto extraconiugale. È stata l’organizzazione internazionale per i diritti umani Human Rights Watch (Hrw) a denunciare alcuni aspetti che rendono questo caso forse ancora più inquietante di quello nigeriano.
In primo luogo – ha spiegato l’organizzazione – si tratta di un’applicazione della legge islamica da parte di un tribunale penale (non una Corte religiosa) nei confronti di una cristiana. Va ricordato che in passato le autorità di Khartum hanno più volte affermato che i cristiani non sarebbero stati sottoposti alla sharia (come del resto affermano anche i legislatori dei principali Stati settentrionali nigeriani che hanno introdotto le norme coraniche nel codice penale) e questo pronunciamento pone quindi ulteriori timori sulla possibilità di estensione del giudizio – basato su norme religiose islamiche – a persone che professano fedi differenti e che non si sentono quindi tenute a rispettare i dettami della dottrina musulmana.
Inoltre il processo – ha denunciato ancora l’organizzazione che ha sede a New York – si è svolto in arabo, che non è la lingua dell’imputata, senza che fosse predisposto un servizio di traduzione. Non solo: la ragazza non ha potuto disporre neppure di assistenza legale, sebbene esista il forte sospetto che la gravidanza sia frutto di una violenza sessuale. Infine, ma questo non rappresenta certo una sorpresa per chi abbia seguito altre vicende del genere, fanno notare i responsabili di Human Rights Watch, il tribunale afferma di non avere trovato "prove convincenti" a carico dell’uomo che avrebbe avuto rapporti con la giovane.
Dopo la condanna alla lapidazione che si è vista infliggere in primo grado, Abok Alfa Akok deve ora affrontare il processo di appello e Human Rights Watch ha inviato una lettera al presidente sudanese Omar Hassan el-Bashir affinché intervenga per impedire che si consumi una macroscopica ingiustizia e rompa il fronte del silenzio, che in passato, ha contraddistinto in vicende analoghe il regime islamico di Khartum.
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Il "Corriere della Sera" dello stesso giorno (6-2-2002) aggiunge che: "Il vescovo di El Obeid, Macram Max Gassis, sentito per telefono dal Corriere, non ha dubbi: ‘La ragazza è stata violentata. Da noi succede spessissimo. D’altro canto i musulmani l’hanno detto chiaramente. I cristiani e gli animisti del Sud devono perdere la loro identità. Gli stupri non sono solo tollerati ma anche incoraggiati’. La città di El Fasher fa parte della diocesi di monsignor Macram e la regione del Darfur è un po’ il confine tra il Nord del Sudan, arabo e islamizzato, e il Sud animista e cristiano. ‘Vedo ragazzine di 12-13 anni che restano incinte dopo aver subito una violenza. Non ho dati precisi, ma sono tantissime. I peggiori, i più spietati non sono gli arabi, ma gli arabizzati, cioè quelle popolazioni nere i cui antenati erano schiavi. Sono diventati più brutali dei loro ex padroni. Vogliono cancellare i dinka, gli slilluk, i nuba, insomma le popolazioni africane del Sudan’".